Siena da Montaperti alla caduta dei Nove

di G. Martini
Estratto dal "Bullettino Senese di Storia Patria", LXVIII (1961), pp. 75-128

Realizzato da Federico Rubegni durante lo stage presso il Dipartimento di Storia dell'Università degli Studi di Siena nell'ambito dell'insegnamento di Storia Medievale (Ottobre 2004)

 

Ben pochi dei Senesi che il 5 settembre 1260 accolsero con entusiasmo l'esercito cittadino reduce da Montaperti potevano prevedere che gli effetti politici della grande vittoria conseguita sulla guelfa Firenze non sarebbero durati a lungo. E difatti, solo pochi anni dopo, nel 1266, si ebbe un rovesciamento completo della situazione: il re Manfredi fu vinto ed ucciso sul campo di Benevento, e con lui tramontò la stella del ghibellinismo in tutta Italia. Anche Siena finì con l'adattarsi alle mutate circostanze politiche, e abbandonando una tradizione che sembrava profondamente radicata, passò a poco a poco al partito guelfo; il governo dei Nove, che esprime l'orientamento politico del Comune dagli ultimi anni del Dugento al 1355, è appunto un governo guelfo, decisamente guelfo. Alla luce degli eventi posteriori, Montaperti appare sì il culmine, ma anche la conclusione e il suggello di un'epoca felice nella storia di Siena; e da non pochi storici l'età successiva è stata giudicata come progressivo allontanamento dai grandi ideali politici e civici dugenteschi, oltre che un ristagno nella vita economica; una età, insomma, di decadenza.

 

 

 

  Uno dei più benemeriti studiosi della storia di Siena, Lodovico Zdekauer, ha scritto: «Ghibellina per tradizione, Siena fu travolta dai destini dell'Impero; e la fine del Dugento segna allo stesso tempo la caduta del commercio suo, ed il maggiore slancio del commercio fiorentino» [ 1 ] . Circa lo stesso tempo (siamo agli inizi del nostro secolo), un inglese appassionato dei fatti e dell'arte di Siena, Langton Douglas, nel redigere un ampio panorama della storia della città, non tralasciava occasioni per deprecare la nuova e «funesta» politica guelfa del Comune, che l'asserviva agli interessi di Firenze[ 2 ] .

 

 

 

  Credo che tali giudizi debbano essere criticamente riesaminati. Alla loro base c'è un concetto, direi, letterario e romantico del ghibellinismo di Siena quasi che ghibellinismo e guelfismo fossero grandi partiti ideologici verso i quali le città italiane fossero rispettivamente attratte per la loro intima natura, per affinità spirituali o richiami sentimentali. Si vorrebbe così identificare l'anima di Siena con una certa forma d'universalismo politico che s'ispira alla forza della tradizione romana ed alla magnificenza laica ed è stato esaltato dalla generosa utopia di Dante; e tutto ciò che non s'inquadra in questa visione delle cose sembra essere snaturamento e deviazione. Lungi da me l'idea di sminuire l'importanza dei grandi orientamenti ideologici o teorici, che invece, esaminati nel loro esatto significato, danno lumi preziosi per la comprensione d'una società nei suoi aspetti più elevati; ma bisogna pur dire che quelle interpretazioni del ghibellinismo e del guelfismo di cui si diceva sopra non hanno rispondenza nei fatti e non sono quindi accettabili dallo storico. La politica di Siena, come quella di Firenze e delle altre città italiane, è dominata da interessi concreti, vitali; ogni città ha i suoi problemi interni, il suo contado da controllare e difendere, i suoi commerci da proteggere; son questi gli elementi che bisogna considerare innanzi tutto per comprendere le ragioni dell'adesione ad uno schieramento politico piuttosto che ad un altro. Oggi, specialmente dopo gli studi di Gioacchino Volpe e di E. Jordan, gli storici sono convinti che questa è la posizione giusta nella quale bisogna mettersi, e in fondo i due scrittori citati poco fa a titolo d'esempio ne sono persuasi anch'essi, solo che non si mantengono sempre su una linea di rigida coerenza e si lasciano andare ogni tanto a qualche giudizio di natura astratta o sentimentale. Noi certo non ripeteremo con Zdekauer che Siena è stata travolta dal crollo dell'impero: perchè, a voler considerare i fatti, non sembra per nulla che dopo le battaglie di Benevento e di Tagliacozzo la città abbia perduto alcunchè della sua potenza e del suo prestigio. Si è portati anzi ad una affermazione, paradossale quanto si vuole, ma che esprime con chiarezza quella che appare la realtà politica del momento: se l'impero avesse trionfato, invece di crollare, la posizione di Siena tra le città toscane sarebbe rimasta sempre la stessa, perchè Firenze non avrebbe potuto fare a meno di adeguarsi alla nuova situazione, sarebbe entrata nello schieramento ghibellino (come già aveva fatto nel 1260), e il problema di fondo, quello cioè dei rapporti tra Siena e Firenze, sarebbe rimasto invariato, pur sotto un'altra etichetta. Noi sappiamo che gli eventi si sono svolti sotto il segno opposto, cioè il guelfismo ha vinto, e Siena s'è adattata al guelfismo: ma la dialettica storica rimane la stessa e sempre gli stessi sono rimasti i problemi sostanziali.

 

 

 

  Ma è ora di lasciare per un momento queste considerazioni generali e d'interrogare più dappresso i fatti: a noi interessa sapere attraverso quali vie Siena, abbandonando l'antica sua tradizione ghibellina, si è data un governo guelfo, e se questo mutamento di politica è frutto d'una imposizione esterna, o del colpo di mano d'una minoranza, o del graduale affermarsi d'una realistica valutazione degli interessi cittadini; e interessa sapere anche e in definitiva se si tratta d'una rivoluzione politica che ha portato la città alla decadenza o non piuttosto d'un normale adattamento evolutivo al corso dei tempi. È certo comunque che la trasformazione interna subita da Siena per adeguarsi alle mutate circostanze è stata molto profonda e merita un'attenta considerazione.

 

 

 

  Per quanto bizzarro possa apparire a prima vista, le origini del guelfismo senese sono da ricercarsi proprio dopo la battaglia di Montapertì. La vittoria, s'intende, aveva dato euforia ai cittadini e ai governanti di Siena (i ventiquattro) che si trovarono a capeggiare la lega conclusa il 28 maggio 1261 tra Siena, Firenze, Pisa, Pistoia, Volterra, S. Miniato, Prato, S. Gimignano, Colle, poggibonsi per consolidare il predominio ghibellino in Toscana contro Lucca e i guelfi fuoriusciti dalle varie città[ 3 ] ; e in un primo tempo non si diede molto peso in Siena agli interventi di papa Alessandro IV, che esigeva il ripudio del giuramento a Manfredi e l'allontanamento delle truppe tedesche e, non ascoltato, finì col lanciare la scomunica e l'interdetto sulla città, il 18 novembre 1260[ 4 ] . Eppure, la reazione della sede apostolica era destinata a provocare una crisi profonda soprattutto con l'avvento del nuovo pontefice Urbano IV (agosto 1261). Questi non si contentò di rinnovare contro i Senesi le sanzioni del suo predecessore, ma, nel gennaio del 1262, le estese al campo economico, decretando che non venissero più saldati i crediti dei mercanti senesi[ 5 ] . Il suggerimerito gli venne forse dai guelfi fiorentini fuoriusciti, che già nei primi mesi del 1261 facevano pressione su Enrico III e Riccardo di Cornovaglia perchè cacciassero dall'Inghilterra i mercanti senesi[ 6 ] ; comunque, si trattò d'una mossa politica assai abile. Le compagnie senesi, allora attive in ogni parte d'Europa, e in modo particolare nelle fiere di champagne, furono duramente colpite; da una lettera di Andrea Tolomei ai suoi soci in Siena, spedita da Troyes il 4 settembre 1262, risulta che molti debitori, allegando le ingiunzioni papali, avevano sospeso i pagamenti, e che i mercanti senesi, viste le crescenti difficoltà, avevano già cominciato a rimpatriare dall'Inghiterra e dalle Fiandre[ 7 ] .

 

 

 

  È da notare che un gruppo di mercanti fu immediatamente escluso dalle sanzioni: quelli appartenenti alla compagnia d'Orlando Bonsignori, o della Magna Tavola . Essi erano da tempo i banchieri della curia apostolica; per conto della quale eseguivano il servizio di cassa e operazioni finanziarie d'ogni genere in tutti i paesi d'Europa; erano dunque uno strumento prezioso, del quale la curia non avrebbe potuto privarsi da un momento all'altro[ 8 ] . Su tutti gli altri mercanti si esercitava la pressione pontificia, o attraverso le già ricordate sanzioni, ovvero per mezzo di più particolari interventi, come fu nel caso di Pietro Scotti e compagni. Costoro al tempo di Alessandro IV avevano fatto prestiti alla camera pontificia, ed erano stati poi rimborsati; in curia si diceva che avessero ricevuto più del dovuto. Urbano IV li citò ed essi comparvero davanti a Pietro, decano di Sens e camerlengo pontificio, ma non vollero riconoscere il proprio debito. Il papa allora fece sequestrare le somme delle quali essi erano creditori in Inghilterra e scrisse al comune di Siena, malgrado la tensione esistente, perché li costringesse al pagamento[ 9 ] .

 

 

 

  Toccati nei loro interessi, è naturale che i mercanti senesi cercassero al più presto un accomodamento. Durante tutto il 1262 si svolsero trattative tra il papa e i consoli delle mercanzie (cioè le due grandi corporazioni dei mercanti), trattative autorizzate e strettamente sorvegliate dal governo dei Ventiquattro, il quale, mentre da una parte si rendeva conto del danno che proveniva ad una categoria di cittadini ed alla città intera, dall'altra non intendeva recedere dalla sua politica ghibellina[ 10 ] . A un certo punto, anzi, il consiglio dei Ventiquattro mostrò chiaramente di essere pronto piuttosto a sacrificare gli interessi dei mercanti, e risolse, su proposta di Provenzano Salvani, di richiamare in patria tutti qùelli che ancora stavano presso la curia pontificia o in paesi ostili a Manfredi[ 11 ] . La situazione interna di Siena divenne assai tesa. I mercanti, che contavano tra loro le più potenti e ricche famiglie e non intendevano affatto fare le spese della politica ghibellina del comune, si agitavano minacciosi contro di esso; i capi del partito ghibellino e tra loro soprattutto Provenzan Salvani, esaltati dal successo, prendevano atteggiamenti autoritari, suscitando molte diffidenze; tra il popolo era viva l'animosità contro i preti, contro i grandi, contro i mercanti che aizzavano il papa e complottavano ai danni della città. I Ventiquattro decisero allora di rafforzare il loro consiglio con quaranta elementi del partito popolare, armarono i loro sostenitori, esercitarono una stretta sorveglianza: tuttavia, malgrado le precauzioni prese, nel novembre s'accese una zuffa. Il figlio di uno dei Ventiquattro fu ucciso da Salimbenuccio Salimbeni, aiutato, pare, da familiari e da alcuni dei Tolomei, Rinaldini e Malavolti: il popolo allora, guidato da Provenzano Salvani, si sollevò ed assaltò il palazzo Salimbeni. I membri della famiglia furono arrestati. Seguì, ai primi di dicembre, l'esodo di numerose altre famiglie di mercatores [ 12 ] .

 

 

 

  Non è da escludere che alle origini di quest'esodo ci fosse stata una segreta intesa col papa, a somiglianza di quanto nello stesso tempo si verificava a Firenze. Qui infatti un gruppo di banchieri e mercanti aveva giurato obbedienza al papa, promettendogli di uscire dalla città non oltre l'8 ottobre; il papa prorogò il termine al 1° novembre[ 13 ] . È chiaro che l'abbandono delle città ghibelline da parte di tali famiglie faceva parte d'un piano ampio e preordinato. Il governo senese, preoccupato, cercò di richiamare gli esuli, rivolgendosi anche alla mediazione di città vicine, come Pisa, ed offrendo la liberazione dei Salimbeni contro una ammenda di 10.000 libbre: ma senza risultato. Si passò allora alle rappresaglie, e molte case e torri di fuorusciti, specie Tolomei e Piccolomini, furono abbattute[ 14 ] .

 

 

 

  Da parte sua, Urbano IV prese in modo sempre più palese la direzione del movimento dei fuorusciti. Cominciò, il 5 gennaio 1263, con l'escludere da tutte le sanzioni un gruppo di quattordici famiglie mercantili senesi coi loro consorti e soci; un gruppo che contava non tanto per il numero quanto per la qualità, trattandosi di persone quasi tutte nobili di nascita e influenti per posizione economica[ 15 ] .

 

 

 

  V'erano tra essi Arrigolo Accarigi coi suoi figli, Raniero e Gabriello Rustichini, Ugo e Gentile Ugolini, Motto Salimbeni e i suoi fratelli, Ricovero di Buonaguida, varii Saracini, Tolomei, ecc. Alcuni di loro avevano in precedenza rivestito cariche pubbliche ed avevano partecipato alla politica ghibellina del comune[ 16] . Una più lunga e completa lista di nomi (più di cento) è contenuta nella bolla del 6 marzo 1263, che può considerarsi l'atto costitutivo della parte guelfa senese[ 17 ] . Urbano IV prende i fuorusciti sotto la speciale protezione della sede apostolica, fissa la loro residenza a Radicofani, promette d'interessarsi per il recupero dei loro crediti e la futura rifusione dei danni subìti.

 

 

 

  I risultati di questa politica di Urbano IV furono molto importanti. I grandi mercanti e banchieri senesi non avevano mai formato un partito politico distinto, ma avevano cooperato con gli artigiani alla creazione del Populus , cioè della grande organizzazione dei ceti produttivi che verso la metà del XIII secolo era riuscita ad imporsi e a sostituire gli organi comunali in molte delle loro funzioni. Mercanti ed artigiani avevano combattuto un comune nemico, l'antica nobiltà feudale e fondiaria, la quale aveva forgiato alle sue origini l'ordinamento comunale; una volta conquistato il potere, essi avevano contribuito in egual modo a formare la politica generale della città, che si chiamò ghibellina per particolari circostanze, ma che era in sostanza realistica e limitata all'orizzonte della Toscana. Nel corso del Dugento, in ragione della crescente prosperità degli affari, le due grandi corporazioni o mercanzie dei mercatores (banca e panni) e dei pizicaioli (grossisti) presero sempre maggiore importanza nel governo del Comune e i loro appartenenti vennero a formare una specie d'aristocrazia economica e sociale che ovviamente, per mezzo di matrimoni o di relazioni d'affari, tendeva ad avvicinarsi e mescolarsi coi discendenti delle antiche casate feudali. L'azione di Urbano IV ebbe la conseguenza di contrapporre il ceto mercantile al popolo dominante in Siena e a buona parte della tradizione politica ch'esso rappresentava. I mercanti, resi sensibili dalla loro stessa professione a quanto avveniva sul piano dell'intera Europa, e per giunta toccati nel vivo dei propri interessi, giudicarono che era venuto il momento per Siena di cambiare politica e si atteggiarono appunto come la classe politica destinata, in un prossimo domani, a prendere il governo della città. Il mutamento coinvolge del resto tutta la Toscana. Quei mercanti che una volta non avevano un orientamento politico diverso da quello della loro città, ed erano ghibellini a Siena e guelfi a Firenze, trovarono una guida comune nel papa e si organizzarono in movimenti solidali tra loro. Le alleanze e gli antagonismi delle città si combinarono con le alleanze e gli antagonismi di classe. È questo il momento, come già osservava lo Jordan, in cui il guelfismo toscano prende aspetto di partito del papa, seguendone le direttive di politica generale e attendendo le circostanze favorevoli, per prendere il governo delle città[ 18 ] .

 

 

 

  Tra il 1263 e il 1264 papa Urbano IV continua con la massima energia la sua politica di pressioni su Siena e i suoi mercanti: da una parte accresce le sanzioni contro i resistenti, dall'altra esenta e protegge quelli che si piegano a lui. Il 4 giugno 1263, visto che i Senesi «perire potius eligunt quam parere», fece assegnare al comune di Lucca 6.000 marche d'argento delle quali erano creditori oltralpe i mercanti senesi[ 19 ] e dispose per il sequestro di altre 4.000 marche. Poi ordinò a tutte le autorità ecclesiastiche e secolari di sequestrare i beni dei Senesi posti nella loro giurisdizione e di tenerli a disposizione della sede apostolica[ 20 ] . Di pari passo andavano le esenzioni e i privilegi: in favore soprattutto dei mercanti della compagnia Bonsignori, dei quali il papa continuava a servirsi per ogni genere d'operazioni finanziarie, ma anche di altri[ 21 ] .

 

 

 

  I Senesi, lungi dal cedere, intrapresero una campagna contro Radicofani, la roccaforte dei fuorusciti, ne devastarono il territorio e presero prigionieri. Il papa provvide a far assegnare agli abitanti della zona 2.000 marche d'argento, provenienti sempre dai crediti dei mercanti senesi[ 22 ] e più tardi non esitò a scrivere direttamente ai governanti di Siena, accampati con l'esercito presso Campiglia, per invitarli a desistere dall'impresa, minacciando di inasprire le sanzioni[ 23 ] . Mai minacce erano state più gravi: si trattava di lasciare che persone e beni senesi potessero divenire preda del primo occupante, e di cassare tutti i crediti di cittadini senesi, mentre la città sarebbe stata privata del seggio episcopale e ai chierici sarebbero stati tolti i loro benefici[ 24 ] . Per tutta risposta, Siena, con l 'appoggio di Guido Novello, conte palatino di Toscana e vicario generale di re Manfredi, mosse guerra ad Orvieto[ 25 ] .

 

 

 

Il nuovo papa Clemente IV continuò la politica del suo predecessore. Il 28 febbraio 1265, quindi solo pochi giorni dopo l'elezione, raccomandò al cardinal legato Simone di S. Cecilia i mercanti della compagnia Bonsignori agenti in Francia [ 26 ] . Nei giorni del giovedì santo (2 aprile) e dell'Ascensione (14 maggio), rinnovò la sentenza contro i Senesi[ 27 ] . Sua particolare cura fu di mantenere il controllo di quella che appare ormai ufficialmente come la parte guelfa senese. Nel giugno 1265 figurano come capitani di essa due fuorusciti appartenenti alle maggiori famiglie di Siena, e che avevano dato prova della loro devozione al pontefice: Pietro Tolomei e Notto Salimbeni[ 28 ] . Il papa tuttavia preferì che fosse nominato capitano e rettore della parte guelfa Guglielmo dei Pazzi, vescovo di Arezzo, per conquistarlo così alla propria causa[ 29 ] .

 

 

 

  La battaglia di Benevento e la scomparsa di Manfredi (26 febbraio 1266) ebbero in Siena gravi ripercussioni, sulle quali tuttavia non siamo informati con sufficiente precisione. Nemmeno il successo ottenuto il 12 marzo su Grosseto, con l'aiuto della lega ghibellina, può aver illuso a lungo i Senesi sulla serietà della situazione.

 

 

 

  E' molto verosimile che parecchi cittadini rimasti in Siena, ma in relazione di parentela o d'affari con i fuorusciti, e con idee affini alle loro, si agitassero per ottenere il richiamo di questi e una revisione della politica generale del comune come è verosimile che molti aspirassero alla pace. Il vecchio storico senese Orlando Malavolti anticipa al 1266 certi tumulti che meglio si pongono nel marzo 1268, ed ha forse torto; ma potrebbe invece aver ragione nel ricondurre a quel periodo la nomina della Commissione dei Sessanta (venti per terzo), incaricata di studiare un piano di riforma costituzionale[ 30 ] . Comunque, qualcosa è avvenuto a Siena che ha indotto il governo a una politica di prudenza e di pacificazione, se vediamo che già nell'aprile 1266 esso si rivolge al papa per ottenere l'assoluzione[ 31 ] . La conclusione delle trattative fu assai rapida; del 25 maggio sono le istruzioni date in proposito dal papa al suo cappellano Bernardo Languissel, canonico di Tolosa[ 32 ] ; il 29 maggio fu concessa l'assoluzione e levato l'interdetto, dopo che i Senesi giurarono obbedienza al papa, obbligandosi perfino, come poi si vide, a pagare una multa di 20.000 marche d'argento per ogni eventuale trasgressione[ 33 ] . La pace fu quindi pronunciata dal papa stesso a Viterbo, il 2 agosto successivo; essa includeva Siena, i fuorusciti guelfi, Orvieto, i conti Aldobrandeschi, i conti Pannocchieschi e i rispettivi aderenti[ 34] .

 

 

 

  L'obbedienza al papa era intesa dai Senesi in senso molto restrittivo. Quando Clemente domandò a più riprese (11 luglio, 20 ottobre) la liberazione dei disgraziati prigionieri fiorentini catturati a Montaperti, e quando il suo legato Bernardo Languissel, nel settembre, chiese il rilascio di certi ostaggi, ne ebbero un rifiuto; d'altra parte i Senesi seguitarono a tenersi in contatto coi membri della lega ghibellina[ 35 ] . Nel gennaio 1267, come atto di deferenza verso il papa, fu decisa l'inserzione nello statuto del Comune di costituzioni pontificie contro l'eresia[ 36 ] . Insomma, la politica di Siena in questo momento sembra essere di strenua difesa della propria indipendenza, ma nello stesso tempo conciliante[ 37 ] . Se ne hanno ulteriori prove quando venne affrontata la grossa questione che era rimasta in sospeso, e che stava molto a cuore al papa: l'accordo coi guelfi fuorusciti. È interessante notare che le trattative furono condotte non dal governo dei Ventiquattro, che preferì restare in disparte, ma dai priori delle arti minori, o manuali, e da quel consiglio dei Sessanta del quale prima si diceva. È abbastanza chiaro che nel mutato clima politico della città i popolari dovevano aver assunto un peso preponderante nella direzione della cosa pubblica[ 38 ] .

 

 

 

  Il 1° febbraio 1267 i consigli riuniti del Comune e del Popolo presero in esame le richieste del papa che fossero rimossi il podestà e il capitano del popolo e si cercasse un accordo coi fuorusciti. La prima richiesta, umiliante ed eccessiva, fu respinta; la seconda invece fu accolta, e si decise d'inviare ambasciatori de popularibus civitatis ai guelfi. Il vescovo di Siena Tommaso, due giorni dopo, ebbe l'incarico di riferirne al papa[ 39 ] . Nel marzo lo stesso Provenzan Salvani consigliava, nell'adunanza del Consiglio generale, che i rettori delle arti manuali avessero i pieni poteri per trattare la pace coi fuorusciti, e che fosse mandato un certo messer Viviano al papa per averne l'appoggio[ 40 ] . L'accordo fu firmato a Viterbo il 13 maggio 1267 e confermato dal papa il 30 dello stesso mese[ 41 ] . Rappresentante del Comune di Siena era il giudice Rainerio di Matteo, il quaie agiva «de consilio et auctoritate priorum rectorum artium manualium dicte civitatis, et ipsorum rectorum et consiliariorum ipsorum de viginti per terzerium» ed era accompagnato da maestro Lorenzo arcidiacono, dai giudici Bonsignore e Griffolo, e da alcuni artigiani. Per i fuorusciti trattava Giacoppo di Gianni, assistito dai consiglieri della parte guelfa, tra cui Ricovero di Buonaguida, Raniero e Gabriello Rustichini, Arrigolo Accarigi, Notto e Benuccio Salimbeni, Meo di Incontrato e Meo di Tavena, Ugo Saracini, i quali tutti agivano in nome degli aderenti alla parte (di cui si dà l'elenco nominativo). I punti essenziali dell'accordo erano i seguenti: 1) riforma del Populus. Esso non avrà più un capitano, ma un giudice devoto alla Chiesa con l'unica facoltà di annullare gli atti arbitrari ( gravamina ) del podestà o di altri ufficiali del Comune. Dal Populus deve essere rigorosamente escluso chiunque sia de casato ovvero famosus de parte , appartenga cioè alla nobiltà feudale o sia troppo compromesso come partitante. 2) Scioglimento di tutte le società d'armi esistenti. I priori potranno permetterle più tardi, dopo l'ingresso dei guelfi in città, purchè non vi partecipi alcuno de casato o famosus de parte. 3) Licenziamento di tutti gli ufficiali del Comune e del Popolo. Ne verranno nominati altri con l'intervento dei consoli delle mercanzie. Anche il consiglio della campana sarà riformato con procedura analoga. 4) Licenziamento di tutti i podestà nominati dal Comune nel territorio di sua giurisdizione. Alloro posto saranno eletti rettori dagli abitanti dei singoli luoghi. 5) Restituzione di beni e diritti, indennita per i danni sofferti esenzioni varie da tributi e obblighi in favore di tutti i guelfi senesi e dei loro alleati.

 

 

 

  L'impressione che si ricava da quanto precede è che gli ambasciatori di Siena pur assumendo un atteggiamento neutrale di fronte alle fazioni non hanno opposto in realta che scarsa resistenza all'ingresso del guelfismo in città e a tutti i mutamenti d'ordine politico e costituzionale che esso comportava e difatti le concessioni fatte in tal senso sono d una estrema larghezza. Dove invece essi hanno tenuto duro, con intransigente decisione è stato nell'escludere da ogni partecipazione alla vita amministrativa della citta i nobili appartenenti ai grandi casati, fossero essi guelfi o ghibellini. Le credenziali e i poteri dati agli ambasciatori, la qualità di questi stessi ambasciatori, le clausole dell' accordo dimostrano che la preoccupazione piu grave dei senesi (o almeno di quelli che ispiravano la politica del momento) era di mantenere il carattere «popolare» del loro governo. È un motivo sociale che li guida: a loro poco importava che Tolomei e Salimbeni fossero ghibellini o guelfi, ma intendevano evitare a tutti i costi che attraverso la conversione al guelfismo tali famiglie potessero acquistare una posizione dominante nella vita pubblica. Forse i popolari senesi avevano presente nella memoria quanto era avvenuto a Firenze subito dopo Montaperti, allorchè il rientro dei fuorusciti (quella volta ghibellini) significò nello stesso tempo il ritorno al potere della nobiltà feudale; come non potevano ignorare il misconoscimento delle prerogative del popolo fiorentino da parte dei guelfo-angioini dopo la Pasqua del 1267. In definitiva, dunque, nel momento in cui l'accordo di Viterbo fu concluso, le forze politiche si profilavano nel seguente modo: il pontefice, che, interessato soprattutto al rientro dei guelfi in Siena e alla formazione d'un fronte guelfo in Toscana, si era mostrato benevolo verso i Senesi e aveva favorito la rapida conclusione dell'accordo; i priori delle arti minori, e con essi il popolo minuto, che cercavauo di consolidare una forma di governo popolare al di sopra delle fazioni politiche e s'orientavano, in politica estera verso una tattica empirica e possibilista; i Sessanta, formalmente consiglieri dei priori, ma in buona parte almeno favorevoli ai nobili e ai ricchi mercanti fuorusciti, come mostreranno gli eventi posteriori; i grandi casati ghibellini (come i Salvani) coi loro clienti e seguaci, con diminuita influenza per il momento, ma sempre potenti e attivi; una frazione dei fuorusciti, formata anch'essa dagli appartenenti agli antichi casati, che si era acconciata per ragioni d'opportunità o necessità a firmare l'accordo, ma pensava di riacquistare le antiche posizioni di privilegio, una volta rientrata in Siena; e infine un'altra frazione dei fuorusciti, borghesi o di minor nobiltà, il cui programma consisteva nel consolidare la propria supremazia economica e nel conquistare in forma esclusiva il potere verso il quale vedeva aperta la strada. Bisognerà tenere presente lo schieramento di queste varie forze per meglio capire lo sviluppo dei fatti successivi.

 

 

 

  L'accordo tra Senesi intrinseci e fuorusciti non ebbe esecuzione. Sappiamo che nel mese di maggio avvennero tumulti in Siena: senza dubbio i ghibellini, esasperati per le condizioni troppo favorevoli fatte ai guelfi, preferirono combattere piuttosto che mettersi nelle mani degli avversari, e riuscirono ad afferrare di nuovo il potere. Siena divenne ancora una volta la roccaforte del movimento ghibellino, che proprio allora riprendeva animo in tutta la Toscana con le prospettive della discesa di Corradino di Svevia. Il vescovo di Siena fu costretto a fuggire, e nel suo palazzo s'installò il consiglio dei Sessanta, che era stato mantenuto, malgrado la sua equivoca posizione[ 42 ] . Le ostilità ricominciarono. il 18 novembre 1267 il papa lanciò di nuovo la scomunica contro i Senesi, e decretò nello stesso tempo che tutti i beni mobili loro appartenenti in Francia, Inghilterra e in ogni altro luogo potessero essere presi liberamente e impunemente da chiunque. Annullò ogni grazia o indulgenza concessa a senesi, comprese tutte le lettere di privilegio riguardanti il rimborso dei crediti, le quali, per avere valore, avrebbero dovuto essere rinnovate entro tre mesi. Inoltre proibì a chicchessia di esercitare uffici pubblici a Siena e distretto, o di stringere accordi col comune[ 43 ] . Tali sentenze furono rinnovate il 5 aprile l268, il papa inoltre vi aggiunse una multa di 20.000 marche d'argento ed il divieto per qualunque senese di esercitare podesteria o altri pubblici uffici. Minacciò anche di devolvere le somme già sequestrate ai mercanti senesi in luoghi varii a favore dei signori aventi in essi giurisdizione, specialmente se crociati[ 44 ] . Altro rinnovo delle sentenze con ulteriore aggiunta di minacce si ebbe il 17 maggio successivo[ 45 ] .

 

 

 

  Siena tenne testa bravamente. Nel marzo 1268 dovette superare una difficile crisi interna, quando il consiglio dei Sessanta fu aggredito e disperso a furor di popolo, non senza spargimento di sangue e rovina di edifici (appartenenti a Tolomei, Salimbeni e Piccolomini). Il popolo era stato mosso dal sospetto che i Sessanta volessero ripristinare i privilegi della nobiltà mentre i ghibellini che certamente hanno favorito o guidato il movimento, vedevano in essi piuttosto gli amici dei guelfi[ 46 ] . La situazione si fece critica dopo il disastro di Tagliacozzo (23 agosto 1268), e più ancora dopo quello di Colle (12 giugno 1269), quando i guelfi fiorentini si presero la loro rivincita sull'esercito senese, comandato da Provenzano Salvani. Tuttavia passò ancora più di un anno, prima che i guelfi fuorusciti potessero rientrare in città (agosto 1270). Non si trattava più ormai d'applicare semplicemente gli accordi del 13 maggio 1267: i guelfi passarono alle rappresaglie. Furono abbattute alcune case di ghibellini, e tra esse quella di Provenzano Salvani, ad opera soprattutto dei Tolomei, che ne ricevettero perfino compensi dal Comune. Molti ghibellini presero allora la via dell'esilio dando origine ad una lunga serie di perturbazioni nel contado senese[ 47 ] .

 

 

 

  Nel 1271 fu attuata la riforma costituzionale, con la formazione del governo dei Trentasei, che fin dall'inizio si palesò nettamente come espressione del partito guelfo e della classe dei mercatores . Tali caratteri trovarono la loro fondamentale sanzione legislativa in un capitolo dello statuto del 1274, nel quale si stabilì «quod officium XXXVI sit firmum et fiat in civitate Senarum per maiores et utiliores homines civitatis, qui sunt de numero mercatorum et qui honorem civitatis Senensis desiderant et qui sunt zelatores honoris et altitudinis partis guelfe de Senis, dummodo in numero dictorum mercatorurn non intelligantur aliqui de casato seu de casatis civitatis Senensis, nec illius (sic) qui susceperit honorem militie, nec qui famosus extiterit gibellinus, nec etiam sit de numero iudicum vel notariorum»[ 48 ] . L'intransigente esclusione dei casati fu ribadita il 28 maggio 1277, quando il Consiglio della Campana approvò il nuovo ordinamento del governo dei Trentasei. Tale governo doveva essere formato «de bonis et legalibus mercatoribus et de amatoribus partis guelfe Senensis, secundum formam statutorum Senensium, dum tamen inter eos non sit aliquis de casatis»; e per diradare ogni dubbio su quali fossero i casati, se ne stabilì la lista ufficiale. Per il ‘terzo di Città furono elencati sedici casati, tra i quali figuravano Incontri, Forteguerri, Marescotti, Incontrati, Alessi, Scotti, Saracini; per il terzo di S. Martino quattordici, tra cui Mignanelli, Sansedoni, Piccolomini, Ragnoni, Arzocchi, Pagliaresi; per il terzo di Camollia ventitre, con Tolomei, Gallerani, Accarigi, Salvani, Bonsignori, Salimbeni, Iacoppi, Malavolti, Cacciaconti, Bandinelli. In tutto dunque cinquantatre casati[ 49 ] .

 

 

 

  In un breve giro d'anni i ricchi mercanti di Siena si erano sbarazzati non solo dei magnati, dei cavalieri e dei capi ghibellini ma anche dei giudici, dei notai e degli artigiani, cioè della classe popolare e piccolo-borghese che aveva tenuto il governo fino al 1270. Si ebbero in seguito varii altri esperimenti di governo, dai Trentasei ai Quindici, da questi ai Nove, indi ai Diciotto, ai Sei, di nuovo e definitivamente ai Nove[ 50 ] , segno senza dubbio d'un lungo e faticoso assestamento; però il carattere guelfo e di classe dei varii governi rimase sempre inalterato, anzi ebbe tendenza a consolidarsi e rafforzarsi, come appare dai rifacimenti del costituto del comune, operati nel 1288 e nel 1296. Nel volgarizzamento ufficiale di quest'ultimo (che risale al 1309-10, e ce ne conserva le norme) è scritto: «li signori Nove... sieno et essere debiano de' mercatanti de la città di Siena o vero de la meza gente»[ 51 ] . Non possono appartenere ai Nove i membri dei casati, i cavalieri, i giudici, i notai, i medici[ 52 ] , ed i ghibellini sono esclusi sia dal governo sia da ogni altro ufficio[ 53 ] . Particolarmente significativa è la procedura per l'elezione dei Nove: gli elettori sono gli stessi Nove uscenti insieme coi consoli della mercanzia (o almeno tre di essi), riuniti nel palazzo del podestà, alla presenza del podestà stesso e del capitano. Non è fissato un limite di tempo per il governo[ 54 ] . È difficile immaginare un'oligarchia più ristretta. Notevole l'accresciuto peso politico dei consoli della mercanzia, cioè dei diretti rappresentanti del ceto mercantile. Oltre all'importantissima funzione costituzionale sopra ricordata, essi partecipano all'elezione dei grandi ufficiali del Comune, e in materia finanziaria eguagliano i poteri degli stessi Nove; figurano sempre fra i Tredici emendatori del costituto, possono convocare il consiglio generale e, per mezzo del podestà, possono anche disporre della forza pubblica; le loro sentenze sono inappellabili[ 55 ] . Tutte le altre arti sono depresse, comprese quelle delle professioni intellettuali (giudici, notai, medici); tuttavia per una almeno viene usato un certo riguardo. Si tratta dell'arte della lana, alla quale è riconosciuto il diritto di far valere i propri interessi presso le autorità cittadine[ 56 ] .

 

 

 

  Naturalmente una cura particolare fu messa dai Nove nel riorganizzare le milizie, non solo a difesa della città, ma anche a sostegno del proprio potere, come vedremo meglio in seguito. Le milizie dipendevano dal capitano del popolo, che divenne un magistrato esecutivo di grande autorità: egli vigilava con poteri discrezionali sulla sicurezza dello stato e poteva riformare le sentenze del podestà. Era assistito da un consiglio di 150 popolari ed ogni due mesi convocava un consiglio straordinario formato dai Nove, dai capitani e gonfalonieri delle società d'armi e da 30 cittadini per terzo de gente media per discutere sui provvedimenti relativi all'ordine pubblico e alla sicurezza[ 57 ] .

 

 

  Come la classe mercantile abbia potuto assicurarsi un così completo successo non è facile dire con precisione di particolari. Il popolo, con molta probabilità, dopo il fallito tentativo di conciliazione e di governo delle arti nella primavera 1267, si è trovato ad essere troppo compromesso con la politica ghibellina della città per poter imporsi il giorno in cui i guelfi entrarono da vincitori in Siena; d'altra parte è anche probabile che un governo nelle mani di mercanti guelfi fosse giudicato come il migliore possibile per il momento, sia perchè assicurava una certa tranquillità esterna, sia perché aveva preso posizione contro i magnati. Il popolo ricordava di aver avuto i mercanti alleati nelle lotte per la conquista delle proprie prerogative; e di una sua benevola disposizione verso i mercanti potrebbe aversi testimonianza nel fallito colpo di mano di Niccolò Bonsignori. Questo cavaliere, con alcuni della famiglia (la quale, come sappiamo, aveva costruito la sua fortuna proprio al servizio della curia), s'era unito ai ghibellini estrinseci e ne era divenuto uno dei capi. Il 13 luglio 1281 riuscì ad entrare in città con un centinaio di cavalieri, aiutato senza dubbio da congiurati interni[ 58 ] ; ma il popolo non si sollevò in massa, e permise anzi che gl'invasori fossero massacrati o respinti, ciò che difficilmente sarebbe successo se fosse stato ostile ai mercanti. Fu soltanto con l'andar del tempo, cioè col rafforzarsi dell'oligarchia mercantile, che i ceti artigiani e piccolo-borghesi diventarono insofferenti del nuovo regime. Per quanto riguarda i grandi rientrati in Siena coi guelfi, è certo che essi si trovarono in una posizione eccezionalmente favorevole per imporre il proprio dominio; ma non seppero agire con accortezza e persero la propria occasione. La vittoria e l'orgoglio li avevano così esaltati, che essi pensavano di spadroneggiare con la violenza: come fecero i Salimbeni nel 1276, quando, coi loro armati, osarono perfino attaccare il podestà nel suo palazzo[ 59 ] . D'altra parte non c'era tra essi unità d'intenti nè un vero programma politico, anzi erano divisi da profonde rivalità di famiglia e sempre impegnati in fazioni turbolente. In queste condizioni, i mercanti ebbero buon giuoco, e appoggiandosi alla tradizione antimagnatizia, che aveva profonde radici in città ed era in sostanza la loro stessa tradizione, riuscirono ad escluderli dal governo.

 

 La lunga analisi condotta finora sulle origini del governo novesco è stata necessaria per comprenderne l'intima struttura; d'ora in poi, nel seguire nelle linee maestre la politica dei Nove o nel tracciare i suoi effetti sulla vita cittadina, osserveremo che molti eventi acquistano il loro pieno significato proprio nell'impronta ricevuta da quelle origini.  L'indirizzo fondamentale del governo dei Nove doveva essere necessariamente l'alleanza con Firenze: e difatti (se vogliamo scegliere un episodio che abbia valore di simbolo) a Campaldino, nel 1289 contingenti senesi si affiancarono all'esercito fiorentino nella battaglia che vide la rotta di Arezzo e dei ghibellni[ 60 ] . Alleanza con Firenze: sembra a prima vista una colpevole rinuncia alla gloriosa indipendenza di Siena, un riconoscimento affrettato della definitiva superiorità della potente rivale. E in tal modo è stata spesso interpretata: ma non sarà inutile qualche precisazione. Quell'indirizzo politico era necessario, come sopra s'è detto, in realtà non modificava il corso naturale delle cose. La classe dirigente di Siena non ha tradito gli interessi della città, ma li ha reinterpretati nel quadro d'una situazione che stava mutando profondamente, e non solo dal punto di vista politico. La realtà è questa: non era possibile che due città, poste a 70 km. di distanza, e in situazioni ambientali piuttosto simili, si sviluppassero fino a divenire contemporaneamente due grandi centri di mercato e di produzione. È lo spazio economico, troppo ristretto, che non lo consente. Fino a un certo momento le due città proseguono parallelamente nel loro sviluppo, urtandosi in continui contrasti: poi accade che una di esse, per la sua posizione più favorevole, è in grado di continuare con lo stesso ritmo nel suo progresso economico e demografico, mentre l'altra giunge al culmine delle sue possibilità di sviluppo. Siena si trovava in una posizione meno vantaggiosa di Firenze. Posta in una regione solcata da valli longitudinali, Il suo accesso al mare era difficoltoso. Unica via importante di comunicazione era per essa la via Francigena o Cassia, che però era controllata negli esiti verso nord dalle repubbliche di Firenze, Lucca e Pisa. L'espansione di Firenze limita l'area di predominio di Siena alla Maremma e alle zone montagnose del sud, regioni povere e di controllo assai arduo. Infine, la mancanza d'acqua impedisce lo sviluppo delle industrie e specialmente della più importante di esse, la fabbricazione dei pannilani. Si tratta di ostacoli ben conosciuti: forse minore attenzione è stata prestata al fatto che la floridezza economica di Siena fu dovuta, nel corso del XIII secolo, non tanto alle industrie, quanto all'attività dei mercanti. Costoro si arricchirono con l'importazione di lana inglese, di panni fiamminghi e francesi, di spezie orientali; si arricchirono soprattutto con le operazioni di banca, adoperandosi come intermediari o cambiatori (anche al servizio dei papi) sui grandi mercati del nord, da Marsiglia alla Champagne e a Londra. Probabilmente, un'altra grande fonte di guadagno fu per loro l'incetta dei grani, molto redditizia in tempi di carestia. Vorrei qui ricordare una notizia riguardante san Lucchese, il patrono di Poggibonsi, che secondo la tradizione fu il primo «fratello della penitenza», cioè il primo terziario francescano. Egli fu un meraviglioso esempio di carità e di umiltà; andava fino in Maremma e si portava a casa gli sventurati ed i malarici caricandoli su un asinello o addirittura sulle proprie spalle; ma si sa che prima della conversione aveva accumulato grandi ricchezze con l'accaparramento dei grani[ 61 ] . Nel 1321 — ci fa sapere l'anonimo cronista di Siena pubblicato dal Muratori — le ricche famiglie di Siena, e tra esse Tolomei e Salimbeni, avevano ammassato grandi quantità di grano a Talamone. Tale grano fu poi asportato da certi fuorusciti genovesi, che presero d'assalto quel porto e lo saccheggiarono; e tuttavia quando, qualche tempo dopo, in tempo di carestia, il governo dei Nove ordinò che tutti i detentori di granaglie le portassero in Campo a vendere, Tolomei, Salimbeni e altri ne portarono in tale abbondanza, che il prezzo precipitò a un livello assai basso[ 62 ] . Vorrei dire, concludendo, che la fioritura economica di Siena, dovuta essenzialmente al traffico del denaro ed alla speculazione, era molto soggetta alla congiuntura, e quindi assai fragile: al contrario di Firenze la cui economia poggiava su industrie attrezzate e su una solida moneta, il fiorino d'oro. Alla fine del Dugento tale differenza tra le due città è molto accentuata, ed ha i suoi riflessi nelle rispettive strutture sociali. A Firenze il medio ceto piccolo-borghese e artigianale è incomparabilmente più numeroso e organizzato, e si articola in quelle potenti corporazioni che riescono ad attuare infine la riscossa politica del popolo; nulla di simile accade invece in Siena, dove la classe capitalistica possiede una superiorità schiacciante.

 

 

 

  I decenni che sono a cavaliere tra il XIII e il XIV secolo, in altre parole, i tempi di Dante, son dunque quelli in cui si opera in Toscana una trasformazione di fondo: l'industrializzazione di Firenze e la sua conseguente espansione economica e politica su tutta la regione. Questo fatto serve a chiarire, più di tante circostanze politiche, il mutamento di rotta operato dal nuovo governo di Siena. La rivalità tra Siena e Firenze aveva una sua profonda ragione d'essere quando le due città erano nella prima fase del loro sviluppo, si sentivano a pari livello e lottavano per una supremazia che poteva essere realmente conquistata con una decisiva vittoria militare; perde invece di significato quando la Toscana tutta s'avvia verso la fatale unificazione economica, preludio di quella politica. Conseguentemente, il ghibellinismo di Siena aveva un senso quando era l'espressione ideologica di quella necessaria rivalità (che è la sua vera radice), ma diventava sterile conato o rimpianto una volta mutati i tempi.

 

 

 

  Che Siena venga a far parte d'una nuova costellazione politica e Firenze s'avvii a conquistare una supremazia economica, non significa di necessità che sia cominciata la decadenza di Siena. Nessuno ha mai compiuto un esame approfondito della storia economica e sociale della citta in questo periodo e percio siamo costretti a fondarci solo su qualche fatto o indizio importante e significativo; ma tutti gli elementi che possediamo indicano con una certa sicurezza che almeno fino al 1348, l'anno della grande peste, non si può parlare d'una decadenza di Siena. E' sicuro intanto che la popolazione si è continuamente accresciuta. Nel 1328-29 furono ampliate le mura, per includervi alcuni sobborghi; fu costruita la porta Nuova, o Romana, e in cambio furono soppresse altre piccole porte, non più necessarie, come quelle di Castel di Montone, S. Martino e S. Maurizio. Le testimonianze dei cronisti sull'aumento della popolazione sono quanto mai esplicite: «Fu acresciute le mure intorno a Santo Vieno e in Val di Montone per acresciare la città, la quale era pichola a la giente, la quale era moltiplicata e acresciuta in ogni parte», scrive l'anonimo cronista muratoriano[ 63 ] . E Agnolo di Tura: «Siena era molto cresciuta di popolo i' modo che aveano cresciuta la città di mura di Val di Montone... e fatto la porta che ogi si chiarma a la lustitia, e dentro a questa porta sonno fatte molte case»[ 64 ] .

 

 

 

  Lo stesso Agnolo di Tura ci fa sapere che l'aumento della popolazione era dovuto almeno in buona parte all'immigrazione. Il governo dei Nove aveva infatti ordinato la costruzione di nuove case per i «salvatichi» (cioè gli immigrati dal contado) che avevano preso la cittadinanza da 16 anni innanzi e anche per quelli che l'avrebbero presa in futuro[ 65 ] . C'è qualcosa di nuovo in questa cura che il governo si prende degli immigrati. Una volta si favoriva la dimora in città dei soli feudatari e proprietari, mentre notevoli limitazioni erano poste all'abbandono delle campagne da parte dei contadini, perchè, a differenza di Firenze, Siena non aveva gran bisogno di mano d'opera, e d'altra parte intendeva salvaguardare gli interessi della proprietà fondiaria laica ed ecclesiastica[ 66 ] . Nel 1306 vige ancora il principio che il nuovo cittadino abbia l'obbligo di costruirsi la casa in città, ma le deroghe si fanno frequenti, specialmente quando si tratta d'installare interi gruppi di alleati e aderenti usciti per ragioni politiche da citta e borghi del territorio allora subentra il Comune come abbiamo visto[ 67 ] . È difficile dire se il governo senese in tale circostanza obbedisse soltanto a una necessità d'ordine contingente, o non si proponesse invece anche un programma di sviluppo economico. Comunque, influssi sull'economia ci sono stati: secondo l'opinione d'un autorevole studioso, l'aumento della popolazione in Siena coinciderebbe con un certo incremento della produzione industriale, reso possibile dall'abbondanza di materie prime fornite dal bestiame grosso e minuto della Maremma (lane, cuoi, pelli)[ 68 ] .

 

 

 

  A che cifra ammontava la popolazione di Siena? Ai primi del 1321 fu fatto un censimento, i cui risultati ci sono ignoti; si sa soltanto che gli otto deputati al censimento, assistiti da un notaio, lavorarono per un mese e sei giorni[ 69 ] . Per il 1329 Agnolo di Tura ci fornisce notizie importanti, che permettono di eseguire un calcolo di sufficiente approssimazione. «Sanesi fero in questo anno la lira (cioè l'iscrizione o allibramento dei contribuenti) — scrive il cronista — perchè la città era in grande e buono stato con grandissimo popolo e grandi richeze, e molte buone e grandi fameglie de' grandi gentili omini e molte grandi fameglie di popolari»[ 70 ] . Furono contati in quella occasione 11.710 capifamiglia. Il cronista stesso cerca di calcolare il totale della popolazione moltiplicando quel numero per tre e ottenendo quindi una cifra di poco superiore a 35.000. Ma il coefficiente 3 sembra troppo basso, specialmente per quei tempi; bisognerà calcolare una media di 4 o 5 persone ogni fuoco, e allora il risultato oscillerà tra i 46.840 e i 58.550. Tenendo presente l'estensione della città medioevale, la prima cifra sembra più probabile; essa va però aumentata dei religiosi e delle persone sfuggite all'accertamento, in modo che il totale effettivo dovrebbe avvicinarsi ai 50.000 abitanti. Se questi dati sono prossimi al vero, la città trecentesca sarebbe stata più popolosa dell'attuale centro urbano, cosa che non può meravigliare, perchè nel 1348 vi fu la tremenda falcidia della peste che colpì in modo irreparabile l'ascesa demografica di Siena, e nei secoli successivi non si presentarono più condizioni favorevoli ad un forte flusso immigratorio[ 71 ] .

 

 

 

  Le condizioni finanziarie del Comune sotto il govérno dei Nove sembrano essere state in sostanza buone, tanto da permettere la continuazione della tradizionale politica di dominio sul territorio, specie nelle regioni amiatina e maremmana. Talamone e il suo porto furono acquistati nel 1303 dall'abbazia di S. Salvatore al Monte Amiata per 900 fiorini[ 72 ] ; tra il 1330 e il 1332 furono comprati dai conti di Santa Fiora i castelli di Sassoforte, per 5.500 formi d'oro, di Arcidosso ed altri ancora per circa 20.000 fiorini[ 73 ] . A tali acquisti bisogna aggiungere tutte le spese per la costruzione o ricostruzione di altre opere come il castello di Massa Marittima, tra il 1335 e il 1338, e il nuovo cassero e le mura di Grosseto, nel 1344[ 74 ] . Più spesso la politica senese si attua in maniera meno pacifica, ma non meno dispendiosa; le guerre e guerricciole che Siena deve affrontare per sostenere il proprio prestigio più ancora che per provvedere alla propria difesa sono continue, e impongono al Comune il mantenimento d'un forte esercito. Sarebbe cosa troppo lunga enumerare tutte le spedizioni militari compiute dai Senesi in questi anni; ma almeno una è tuttora viva nella memoria di tutti, l'assedio di Montemassi nel 1328, eternato da Simone Martini nel mirabile affresco che raffigura il capitano della spedizione, Guidoriccio da Fogliano. Dell'esercito che andò in campo nel 1317 contro Massa Marittima ci ha dato una descrizione l'anonimo cronista muratoriano, già più volte ricordato. Vale la pena di riportarne le parole: «. . . el chomuno di Siena mandoro el chanpo a Massa di Marema, e in questo chanpo in questo esercito ci andò el nostro chapitano e dugiento chavalieri e CCC pedoni balestrieri, e' quai erano della città, e VII milia fanti del chontado, e usciro di Siena a dì XIII di giugno, e andoro chon molto provedimento, e da ine a tre dì si partì CCCC chavalieri e VI [cento] fanti pure della città, e furo charnaiuoli e fabri e maestri di legname e lanaiuoli e pizichaiuoli e' quai era giente ghagliarda e prudente e d'un grande animo»[ 75 ] .

 

 

 

  Per quanto la descrizione del cronista sia rapida, è possibile fare qualche osservazione interessante: l'esercito appare numeroso e bene equipaggiato; la massa della fanteria è fornita dal contado, mentre la città provvede ai corpi scelti, cioè alla cavalleria ed ai balestrieri; c'è anche una fanteria cittadina, assai meno numerosa rispetto a quella del contado, ed essa è formata da artigiani, specie fabbri e carpentieri, che dovevano essere impiegati soprattutto come truppe del genio. I Senesi provvedono di persona alla difesa ed alle esigenze militari della città, anche se all'occorrenza non disdegnano l'apporto di milizie mercenarie; si può anche notare che, nell'interno stesso dell'esercito senese, i cittadini conservano sempre una netta superiorità non nel numero, ma nell'armamento e senza dubbio anche nell'addestramento, sulle reclute contadine. La città tiene in pugno il suo territorio.

 

 

 

  Si diceva dunque che la politica territoriale e l'organizzazione militare dovevano costituire un forte peso per le finanze del Comune; s'intende che in qualche momento il Comune si sia trovato in grave imbarazzo. Così, per esempio, nel 1315-16 quando, per le esigenze delle guerre contro Uguccione della Faggiuola e i Pisani, il Comune fu costretto a dare in pegno alcuni castelli[ 76 ] . Ma presto le difficoltà venivano superate, attingendo alle vaste risorse della città: nel 1316-18, anzi, in seguito alle esperienze fatte poco prima, si compilò un catasto generale di tutti gli immobili della città e del contado, che doveva servire di base all'assestamento tributario[ 77 ] . Pochi anni prima, nel 1312, per difendersi da Arrigo VII, il Comune aveva disposto una lira o allibramento dei cittadini che aveva reso la cospicua somma di 180.000 libbre senesi[ 78 ] . Un'altra lira come s'è visto, fu ordinata nel 1329. Insomma, non si ha l'impressiòne che il Comune di Siena abbia mai dovuto rinunciare ai suoi programmi per difficoltà finanziarie; e il merito ne va attribuito probabilmente in misura eguale all'efficienza della Biccherna, che fu sempre la più solida amministrazione cittadina, e al benessere economico largamente diffuso. Possiamo anzi constatare che il Comune non solo ha potuto far fronte ai suoi compiti politici e militari, ma se ne è addossati anche altri, talvolta meno urgenti e sempre molto dispendiosi. Alludo qui al grande fervore per le nuove costruzioni d'interesse pubblico, che è uno dei caratteri più salienti del governo dei Nove. Il volto definitivo della città si delinea proprio in questo periodo. Si è già parlato dell'allargamento delle mura, alle quali si lavorava anche nel 1346[ 79 ] ; tra il 1284 e il 1299 Giovanni Pisano lavora alla parte inferiore della facciata della cattedrale, e circa lo stesso tempo, probabilmente, fu ricostruito l'ospedale di S. Maria della Scala. Il palazzo pubblico fu eretto tra il 1298 e il 1342 e la torre del Mangia tra il 1338 e il 1349. Il campanile del duomo è del 1313; l'interno del battistero risale al 1316-25; nel 1339 ebbero inizio i lavori per una nuova grandiosa cattedrale, interrotti più tardi. E non bisogna dimenticare le opere commissionate ai pittori per decorare queste costruzioni ed esaltare nello stesso tempo il sentimento religioso del popolo e le glorie cittadine. La Maestà di Duccio di Buoninsegna, pagata ben 3.000 forini, fu condotta in solenne processione al duomo nel 1311[ 80 ] ; negli anni successivi Simone Martini e Ambrogio Lorenzetti ornarono il palazzo pubblico d'una mirabile serie di affreschi dai quali, oltre al valore d'arte, traspare con evidenza il patriottismo cittadino e il forte senso della comunità sociale. Non v'è bisogno di ricordare il significato che assumono nella storia delle ideologie politiche le allegorie del Buon Governo e del Mal Governo: esse sono una chiara espressione del clima politico instaurato dalla classe dominante, che ha una visione pratica ed equilibrata degli interessi cittadini. Sono uomini scaltriti negli affari, che considerano la politica in funzione dell'economia; dei borghesi, senza dubbio, ma più di mentalità che di nascita, nei quali è viva la devozione verso la comunità, e che sentono le proprie fortune legate a quelle della città. Non solo come partecipi del governo comunale, ma anche come privati cittadini questi uomini si sono molto adoperati per arricchire la città di opere pubbliche, religiose e benefiche. La devozione religiosa della classe dirigente è saldamente legata e come fusa col patriottismo locale e col senso degli affari. Il grandioso progetto d'una cattedrale che dovesse superare ogni altra chiesa della cristianità per dimensioni e ricchezza è un segno di tale mescolanza di religiosità e di orgoglio cittadino, come lo sono i cospicui donativi del Comune alle varie congregazioni religiose per costruzione o restauro di chiese, conventi e scuole. Si tratta di elargizioni alle quali il Comune si obbliga per disposizioni statutarie[ 81 ] . E son qui da ricordare, per il loro sapore di modernità, anche le aperture di credito che il Comune offerse ad osti e albergatori nel 1350, l'anno del giubileo, quando Siena s'affollò di pellegrini, questi turisti del Medioevo[ 82 ] .

 

 

 

A più riprese abbiamo rilevato che Siena, nella prima metà del Trecento, doveva godere d'un notevole benessere economico, e abbiamo citato a questo proposito una serie abbastanza probante di fatti. E' vero però che si trovano talvolta ricordati anche altri fatti capaci di suscitare una impressione del tutto diversa: ad esempio le gravi carestie alle quali la città andava soggetta di tanto in tanto (con ripercussioni anche politiche) o il famoso fallimento della più potente delle compagnie bancarie, la Magna Tavola dei Bonsignori, nel 1309. Non è il caso di sopravvalutare tali episodi. Per quanto riguarda le carestie, esse dipendono da uno sfavorevole andamento stagionale e da una primitiva tecnica di trasporti (qual era quella del Medioevo, e non solo del Medioevo); esse potevano colpire città anche assai progredite economicamente, che però, ben s'intende, erano in grado di riaversi con una certa prontezza. Tale fu appunto il caso di Siena, dove il governo dei Nove interveniva energicamente, sia con provvedimenti di polizia annonaria, obbligando i possessori di grano a venderlo in Campo, come nel maggio 1323[ 83 ] , sia con importazioni straordinarie dalla Sicilia, accompagnate da pubbliche distribuzioni, come fu nel 1329[ 84 ] . Per quanto riguarda la compagnia Bonsignori, è abbastanza chiaro che si tratta d'un episodio a sè stante; molte famiglie di mercanti furono ridotte in miseria, è vero, ma non si verificò un generale tracollo nel settore bancarlo. Le cause che portarono a quel fallimento furono in buona parte particolari: la compagnia Bonsignori aveva fatto la sua fortuna al servizio della Camera apostolica, e verso la fine del XIII secolo i papi le ritirarono il proprio favore[ 85 ] ; alla stessa epoca sorsero dissensi interni tra i soci della compagnia, che portarono alla crisi del 1298 e ad annosi processi; nel 1307 si ebbero in Francia le rappresaglie di Filippo il Bello, che si diceva creditore dei Bonsignori, per cui la Repubblica senese fu costretta ad ordinare la vendita dei beni dei soci della Magna Tavola per pagare il debito e far liberare gli arrestati[ 86 ] . Le altre compagnie senesi non furono toccate che indirettamente o in minima parte da ragioni del genere, e vediamo infatti che continuarono a fiorire per tutto il secolo XIV e oltre. A parte la Magna Tavola , non risulta che a Siena si sia verificata una serie di crolli finanziari come quella che scosse l'economia fiorentina col fallimento dei Mozzi (1302-3), dei Frescobaldi (1306), dei Pulci e Rimbertini (1309), degli Scali (1326) e soprattutto dei Peruzzi (1343) e dei Bardi (1346)[ 87 ] .

 

 

 

  Altre notizie attestano l'esistenza in Siena di favolose fortune familiari, anche se non derivate esclusivamente da attività bancaria o commerciale. La prosperità economica di Siena è accompagnata infatti da una grande sperequazione nella ripartizione della ricchezza: accanto a plebi misere vivono famiglie che con la costruzione di palazzi, il lusso, le feste sontuose ostentano la loro situazione di privilegio. Ricco e grandioso doveva essere quel messer Sozzo Bandinelli che nel dicembre 1326, per la creazione a cavaliere del figlio Francesco, tenne corte bandita per sedici giorni continui, con giostre, banchetti, cerimonie varie, doni agli invitati[ 88 ] . Agnolo di Tura ci dà precise notizie delle ricchezze dei Salimbeni nel 1338, anno che considera particolarmente prospero per l'intera città: «La città di Siena — egli scrive — era in questo tempo in pacifico e grande stato e felicità, e le pecunia erano abondanti per le più persone»[ 89 ] . Benuccio Salimbeni, camerlengo (o amministratore) della casata, fece allora distribuire tra sedici capi-famiglia circa 100.000 fiorini d'oro provenienti da censi e da miniere d'argento e rame. Sempre nello stesso anno Benuccio acquistò a Porto d'Ercole da certi mercanti di Soria panni, sciamiti, cinture, borse, cordoni e altri ornamenti di seta e d'oro, pe un totale di 130.000 fiorini[ 90 ] . In un anno quella merce fu rivenduta quasi tutta al dettaglio: segno anche questo che il tenore di vita medio in Siena era allora piuttosto elevato. Non per nulla il governo dei Nove era stato indotto ad emanare leggi suntuarie[ 91 ] . Un altro episodio ci è narrato dallo stesso cronista, ed è riferito al 1341, quando i Senesi armarono un esercito per dare aiuto ai Fiorentini nella guerra contro Pisa. I Salimbeni irritati dal fatto che il comando dell'esercito, con lo stendardo del Comune, era stato assegnato a Tavennozzo dei Tolomei, allestirono a proprie spese una compagnia autonoma: «fèro un esercito di loro cavalieri tutti de' Salimbeni co' molti pedoni di loro e di loro benivoli»[ 92 ] . La tradizione di famiglia, richiamantesi al famoso gesto di quel Salimbeni che prima di Montaperti aveva prestato 118.000 fiorini al Comune, era dunque sempre vigorosa, pur nelle mutate circostanze. Altre casate, che vediamo in continua lotta tra loro, come Saracini e Scotti, Tolomei, Piccolomini e Malavolti, Squarcialupi, Pelacani (per non parlare dei ghibellini fuorusciti: Salvani, Forteguerri, Pagliaresi, Ugurgieri, Ragnoni, Arzocchi), erano di certo per sostanze e modo di vivere molto vicine ai Salimbeni.

 

 

 

  In complesso, si ha l'impressione che la vita quotidiana di Siena scorresse, nella prima metà del Trecento, secondo un ritmo normale. Una normalità, s'intende, da misurarsi sul metro del Medioevo, quando l'esistenza dell'uomo era assai più semplice di oggi, senza dubbio, ma anche più esposta alle calamità naturali e all'insicurezza sociale. La natura e la vita s'imponevano allora con tutta la loro forza di mistero e di dramma, e l'uomo vi rispondeva con un senso molto sviluppato di solidarietà religiosa e sociale. In nessun'altra epoca si è avuta una coscienza più forte dei vincoli che uniscono i singoli individui in un comune destino di gruppo familiare, corporativo, cittadino. Così a Siena, come altrove, la sensibilità emotiva dei singoli assume volentieri aspetto di manifestazione collettiva: i Senesi amano le grandi cerimonie religiose, le processioni, gli spettacoli, le giostre, le dimostrazioni di piazza, le feste popolari; non c'è avvenimento che tocchi da vicino la città o la contrada che non susciti l'immediata reazione, violenta o festosa, della folla. Talvolta anzi la festosità e la violenza si fondevano nel più straordinario dei modi: come nel cosiddetto «giuoco delle pugna», nel quale trovava sfogo l'esuberante vitalità popolare. Vediamone una descrizione dell'anonimo cronista più volte ricordato, relativa all'anno 1317: «E nel tenpo della detta signoria, esendo la città in pace e in tranquilità, venne el tempo dello unbrigaiuolo, ed essendo ogniuno in festa, per amore del charnasciale deliberoro molti gentiluomini di volersi espogliare e fare le pugna l'una parte cho' l'altra. E metendosi in ponto e veneno in Champo cho' molti espogliati e cho' molte schiere. E chome furo in Chanpo tutte le butighe si seroro e ogniuno de' butighai s'achostò a la sua parte a fare e spalle; e ogniuno a schiera combatevano in modo e in forma che nisuno non poteva aquistare l'una parte l'altra; ed erano tanto a[n]gharati che nisuno si voleva partire. E chomincioro a fare a' sassi e molti ne rupero el chapo. E fu tanta la giente che choriva cho' sassi, che era una maraviglia. E veduto questo, Otaviano de la Brancha da Ghobio potestà, e ancho e' signori Nove feceno chomandare che ogniuno dovese tornare a chasa sua, sotto la pena de' loro arbitrio. E non giovando el bando, che tutta volta moltiplicava la giente cho' sassi in modo e in forma, che ogni uomo se ne maravigliava, masime quegli che stavano a vedere. E dubitando el potestà che la terra non andasse a romore, uscì fuore co' la sua giente e chominc[i]ò a volere spartire e mandare la giente ogniuno a le loro chase: ma e' non fu ubidito. E ancho chominc[i]oro a venire de' sassi verso lui e ancho alla sua fameglia ne fu rotto el chapo, e per questo el potestà molto se ne schandolezò, e se non fusse che ne venne la notte vi sarebe stato molto grande male. E tutta questa bataglia fu a piè el palazo de' signori. E la matina vegniente era a piè el palazo tanti sassi che arebero fatto una meza chasa: e costòro e' detti sassi a levare via, otto lire da l'operaio del chomuno, e quasi a ogni uomo gli pareva una maraviglia tanti sassi vedere a piè del palazo, che pareva che vi fuseno piouti. E dicesi che per questa bataglia de' sassi ci morì diece persone, ma più di cento ne furo feriti. E ancho per questo molti ne veneno in grande nemicitia, in questo modo per quella volta si fece sì bello giuocho, ma none per molti»[ 93 ] .

 

 

 

  Grandiose sono le feste della Madonna di mezz'agosto, nelle quali si corre il palio e c'è larga affluenza di genti del contado. Qualche volta sono semplici privati che offrono trattenimenti sontuosi, come nel caso già ricordato di messer Sozzo Bandinelli. Nel 1320, quando si seppe che Deo Tolomei e altri fuorusciti coinvolti nella congiura di tre anni prima avevano lasciato Mensano, salvando così la vita a quattro dei Tolomei che erano stati arrestati come ostaggi, Siena fu pervasa d'entusiasmo. Furono fatte grandi feste e vennero accesi falò sulle torri e sulle piazze. La città doveva offrire senza dubbio un meraviglioso spettacolo, se furono illuminate tutte le settanta torri che allora contava. Senonchè, a causa del vento, se ne incendiarono diverse, e tra esse quella del Comune (non l'attuale, non ancora costruita, ma la torre che il Comune teneva in affitto dai Mignanelli). Ed era proprio la torre — ironia del caso —che doveva servire, col suono delle campane, non solo a regolare le adunanze dei consigli e delle milizie, ma anche a dare l'allarme per gli incendi![ 94 ] .

 

 

 

  La vitalità di questa popolazione ha qualcosa di prodigioso: le guerre continue, le frequenti carestie ed epidemie, i terremoti, che pur non mancano, non riescono a intaccarla. Sembra che restino sempre come episodi isolati e transeunti nella vita della città. Anzi, per quanto riguarda la guerra, si direbbe che i Senesi l'abbiano considerata con un certo spirito, diremmo oggi, sportivo, come un fatto normale e un mezzo per dare sfogo alla propria esuberanza di temperamento. L'unico vero colpo che Siena abbia subito in questo periodo è stato provocato dalla peste del 1348. Già altre volte la peste aveva fatto la sua comparsa, ma in quell'anno si ebbe una vera strage, favorita senza dubbio dall'affollamento urbano e dalle cattive condizioni igieniche. Un cronista contemporaneo ce ne ha lasciato una descrizione raccapricciante, dalla quale tolgo qualche passo: «La mortalità cominciò in Siena di magio, la quale fu oribile e crudel cosa El padre abandonava el figluolo, la moglie el marito, e l'uno fratello l'altro: e gnuno fugiva e abandonava l'uno, imperoché questo morbo s'attachava coll'alito e co' la vista pareva, e così morivano, e non si trovava chi soppellisse né per denaro né per amicitia, e quelli de la casa propria li portava meglio che potea a la fossa senza prete, né uffitio alcuno, né si sonava campana.... E io Agnolo di Tura, detto il Grasso, sotterai 5 miei figliuoli co' le mie mani; e anco furo di quelli che furono sì malcuperti di terra, che li cani ne trainavano e mangiavano di molti corpi, per la città; e non era alcuno che piangesse alcuno morto, imperoché ognuno aspettava la morte; e morivane tanti, che ognuno credea che fusse finemondo...»[ 95 ] .

 

 

  Il cronista calcola che i morti a Siena e nel contado siano stati circa 80.000; anche ammettendo che la cifra pecchi di esagerazione, è indubbio che la popolazione uscì decimata e stremata dalla terribile prova, e la città non poté più riacquistare la floridezza d'una volta. La depressione economica e le deteriorate condizioni di vita contribuirono certamente alla caduta del governo dei Nove avvenuta di lì a pochi anni (1355); data che segna l'inizio d'un lungo periodo d'instabilità politica e sociale.

 

 Se alcune particolari circostanze hanno favorito lo scoppio della crisi del 1355, le ragioni più profonde risalgono senza dubbio a tempi più lontani e alla struttura stessa del governo dei Nove. Questi seguivano una politica saggia e prudente, e avevano di mira gli interessi generali della città; ma erano pur sempre espressione d'una determinata categoria e quindi non potevano evitare le rimostranze e gli odii degli altri gruppi sociali esclusi dalle cariche di governo e tenuti sotto rigido controllo. La principale di queste forze d'opposizione era formata dai casati di nobili, potentissimi, ma sempre in contrasto tra loro. C'è intanto una questione preliminare da risolvere: nella pratica, l'esclusione dei casati era poi tanto rigorosa? Secondo alcuni studiosi, le leggi anti-magnatizie avrebbero avuto scarsa applicazione, perchè attraverso la banca e la mercatura i membri dei casati potevano facilmente assimilarsi al ceto mercantile e quindi ottenere le cariche[ 96 ] ; ma c'è da dubitarne, o per lo meno occorre fare alcune importanti distinzioni. I nobili dei casati in realtà non erano esclusi da tutte le cariche indiscriminatamente; ché anzi furono sempre preferiti per certe funzioni, anche molto importanti, per le quali avevano spiccate attitudini e dedizione, come il comando di truppe e le ambascerie[ 97 ] . La sola condizione che si richiedeva loro era che fossero guelfi. Ma la loro esclusione dal governo doveva essere effettiva e pressochè totale: lo stanno a dimostrare non solo le circostanze, già precedentemente esaminate, attraverso le quali si andò formando il regime dei Nove, ma anche tutte le vicende successive, e in modo particolare il costante atteggiamento di superiore imparzialità e di severa repressione che i Nove mantennero nei confronti dei casati, in occasione delle loro liti.

 

 

 

  Non si può dubitare della reale indipendenza dei Nove dai casati, come non si può dubitare del loro fine ultimo, che era la pacificazione. Non appena i contrasti assumevano forma violenta, mettendo in pericolo l'ordine pubblico, il governo interveniva con energia, e multava o bandiva dalla città i principali responsabili, a qualunque famiglia appartenessero. Quando la calma era ristabilita, il governo provvedeva a mitigare le pene; nel 1302 fu decretato che i puniti «in bando della testa», una volta ottenuto il perdono dagli offesi, potessero tornare in città pagando 2.000 fiorini al Comune; per gli altri furono fissate multe minori. Molti sbanditi rientrarono allora in città, e furono fatte grandi feste, con giostre, ricchi premi, falò su tutte le torri; segno della grande ripercussione che avevano tali eventi su tutta la cittadinanza[ 98 ] .

 

 

 

  I periodi di tranquillità duravano poco. Il governo era costretto a intervenire di continuo, e per assicurarsi in ogni modo il controllo della situazione, organizzò una milizia cittadina di 1.000 uomini per terzo, «salariati», al comando di tre gonfalonieri e un capitano[ 99 ] . Nel maggio-giugno 1310 si ebbe un momento critico: i nobili si riunirono in grandi consorterie per carta , come dice il cronista[ 100 ] , cioè con regolari patti scritti. I Nove si allarmarono, e tolsero loro gli uffici e benefici che possedevano in città e nel contado (altro segno che non ne erano mai stati privati). Contemporaneamente furono rafforzate le esclusioni contro i ghibellini. La calma fu ristabilita con la mobilitazione e l'intervento della milizia cittadina. Malgrado la scarsità di notizie in nostro possesso, si ha l'impressione che l'episodio rappresenti una svolta importante nella storia interna della città. Perchè mai i casati fecero tacere i loro eterni contrasti e si unirono in larghe alleanze? Il loro scopo non poteva essere che quello di abbattere il governo, come è dimostrato assai bene dalla reazione del governo stesso. L'incitamento ad unirsi poteva essere nato dal rinnovo, in lingua volgare, degli statuti del Comune, che significava anche il rinnovo, se non l'aggravamento, delle leggi anti-magnatizie. E forse non è nemmeno escludere che tra le file dei magnati già serpeggiasse qualche rinverdita simpatia ghibellina, per la speranza che con la prossima venuta di Arrigo VII la situazione politica potesse mutare in proprio favore: ciò spiegherebbe perchè i Nove si preoccuparono, nello stesso tempo, di ribadire ed aggravare le esclusioni contro i ghibellini. Il vecchio storico Orlando Malavolti ci viene poi in soccorso con altre notizie. Secondo il suo racconto, furono i Nove stessi il 2 maggio 1310 a suscitare un piccolo tumulto, che fornì loro il pretesto per far intervenire le compagnie armate e per stabilire una lista di novanta famiglie nobili da tenere sempre escluse dal governo. A nessuno dei membri di tali famiglie sarebbe mai stato concesso di rinunciare alla propria nobiltà, e quindi di salire al governo per questa via. I Nove restrinsero così il governo a pochi e divennero potentissimi[ 101 ] .

 

 

 

  Le intenzioni provocatorie dei Nove possono anche essere messe in conto all'animosità che il nobile Malavolti nutre per questo governo di mercanti; ma le altre notizie sono attendibili. L'esclusione di novanta famiglie significa che il colpo era stato portato non tanto ai grandi casati, quanto alla media e piccola nobiltà cittadina e mercantile che aveva avuto tanta parte nell'avvento del guelfismo. E difatti quando nel 1277, come sopra s'è visto, fu per la prima volta stabilita la lista ufficiale dei casati, essi non risultavano essere più di cinquantatre; le restanti quaranta famiglie della nuova lista d'esclusione non potevano che appartenere ad una nobiltà di grado meno elevato. L'avvenimento è certo di grande importanza, anche se passato finora inosservato e non ancora precisabile nei particolari. Si tratta d'una vera e propria serrata, che restringe il potere nelle mani d'un piccolo gruppo di mercanti. È forse una reazione contro i detentori della ricchezza fondiaria? Qualche indizio, come ora vedremo, lo lascerebbe supporre; per sapere qualcosa di sicuro occorrerebbero indagini approfondite[ 102 ] . La pace pubblica fu allora ristabilita, almeno per il momento: ma è chiaro che si era anche di molto accresciuta di numero e di forza l'opposizione del ceto nobiliare. Gli effetti sono ben visibili alcuni anni dopo, nella sommossa del 1317. Probabilmente alle vecchie ragioni di animosità contro il governo si aggiungeva, per i nobili, il nuovo estimo o catasto di tutti i beni fondiari nella città e nel contado iniziato dal Comune l'anno precedente. Capi del movimento furono alcuni cavalieri delle case Forteguerri e Tolomei, che trovarono alleati assai più decisi e attivi di loro stessi nella corporazione dei giudici e notai e in quella dei carnaiuoli (macellai), gli uni e gli altri desiderosi d'ottenere una partecipazioni al governo. Gli altri nobili invece non si mossero. Il 26 ottobre fu dato l'assalto al palazzo pubblico con l'intento di abbattere i Nove e di formare un nuovo governo, che avrebbe avuto messer Sozzo Tolomei come podestà e Cione di Vitaluccio, carnaiuolo, come giustiziere o bargello. I Nove, prevenuti a tempo, riuscirono a reprimere con la forza la ribellione; alcuni carnaiuoli furono decapitati e i cavalieri Forteguerri e Tolomei banditi[ 103 ] .

 

 

 

  Molto interessante il contegno dei Nove dopo la vittoria ottenuta. Ora, forse per la prima volta, si accorgono d'aver perduto credito tra il popolo e che si va delineando una pericolosa alleanza tra i nobili e i ceti artigiani: prudenza vorrebbe si facesse un po' di posto nel governo anche a questi ultimi. Viene riunito un consiglio generale, in cui i Nove dichiarano che tutti i cittadini hanno il diritto di esprimere i loro pareri, e che essi, i Nove, sono anche disposti a ritirarsi, se così sembra opportuno alla maggioranza. Riconquistata in tal modo la fiducia popolare, in successivi consigli i Nove propongono che si allarghi la lista degli appartenenti al loro «ordine» (quindi degli eleggibili alle cariche di governo), con l'inclusione di «buttigari», cioé di artigiani e la piccola borghesia. Ma le votazioni, sapientemente manovrate riconfermano la schiacciante maggioranza dei Nove. Con questa abile tattica i Nove riescono a illudere e a tenere a bada i ceti popolari e ribadiscono il loro forte esclusivismo di classe[ 104 ] .

 

 

 

  La situazione di fondo rimane in sostanza la stessa anche negli anni seguenti. Un gruppo di ribelli, cacciati dalla città nel 1317, ritenta la prova due anni dopo, ma senza successo: quattro carnaiuoli, più il loro capo, Cione di Vitaluccio, sono presi e decapitati[ 105 ] . Nel 1320 Deo Tolomei, un Forteguerri e alcuni notai e carnaiuoli che si erano rifugiati a Colle, s'impadroniscono di Mensano; e ne escono solo per la minaccia fatta di tagliar la testa a quattro dei Tolomei rimasti in Siena[ 106 ] .

 

 

 

  Nel 1325 si ebbe una nuova congiura contro il reggimento dei Nove. Ne furono protagonisti due altri membri della famiglia Tolomei, cioè Agnolo di Granello e un Niccolò giudice, d'accordo con alcuni carnaiuoli. Anche questa volta la congiura fu debellata: i due nobili fuggirono, i carnaiuoli furono decapitati, quaranta dei loro amici banditi dalla città[ 107 ] . Fine non diversa ebbe il tumulto del 13 agosto 1346 presso Porta Ovile. Varia gente del popolo minuto, eccitata dalla carestia, si diede a compiere aggresioni, contro i benestanti, al grido di: «viva el populo, muoia chi ci afama», e «viva el popolo e l'arti». Questi gridi fanno comprendere che ai motivi economici si mescolavano, fin dall'inizio, motivi politici. A capo dei tumultuanti si mise ancora un Tolomei, Spinelloccio, insieme con altri della famiglia. E i Nove reagirono con la solita durezza promettendo mille fiorini per la cattura dei colpevoli e chiamando milizie fidate da Firenze Pistoia, San Gimignano, Colle, Montepulciano, Montalcino e dal contado senese, che restassero di guardia giorno e notte al Palazzo. Furono compiuti arresti ed eseguite alcune sentenze capitali contro artigiani (due sarti, uno scardassiere, ecc.). A Spinelloccio, suo fratello Biagio e a Pietro di Giacomo Attagrifi Tolomei fu dato il bando, e le loro case abbattute[ 108 ] .  Dai fatti sopra riferiti, una cosa risulta chiara: il progressivo isolamento dell'ordine dei Nove e l'acuirsi degli odii contro esso. A cominciare dai primi anni del Trecento i Nove non hanno fatto che ridurre il potere nelle mani una oligarchia sempre più ristretta ed esclusivista, provocando un'opposta coalizione di ceti e d'interessi quanto mai disparati, che andava dai magnati al popolo minuto, dai borghesi delle professioni intellettuali alla piccola nobilità cittadina e mercantile. Un'opposizione dunque che si estendeva a tutte le classi della popolazione, ma era anche poco omogenea e divisa internamente da finalità, diverse. Non avendo saputo conservarsi con opportune concessioni il favore del popolo, che pure all'inizio non era loro mancato, e li avrebbe sostenuti nell'immancabile lotta contro le famiglie magnatizie, i Nove si sono chiusi progressivamente in una rigida difensiva, ricorrendo ai più brutali metodi polizieschi per sostenersi al potere. Come abbiamo visto, giunsero fino al punto di doversi servire di truppe non, senesi per mantenere l'ordine. È chiaro che alla prima occasione favorevole un tale governo sarebbe stato travolto dalla furia popolare: quello appunto che accadde nel 1355.

 

 

 

  Non intendiamo rifare una narrazione completa degli avvenimenti di quell'anno, sui quali esistono già non pochi studi [ 109 ] : sarà sufficiente per noi rilevare i punti di maggiore interesse. È sintomatico anzitutto che il tumulto popolare si sia scatenato immediatamente dopo che Carlo IV di Lussemburgo mise piede in Siena (23 marzo). Vi si trova una conferma dell'esistenza in città di uno stato di tensione assai grave, che attendeva la minima occasione , per esplodere. L'ingresso di Carlo IV offerse appunto l'occasione attesa, perchè l'imperatore poteva fornire insieme e la giustificazione e la protezione del movimento. «Viva, l'imperatore, muoiano i Nove», «Viva el populo minuto» era il grido della folla. E venivano agitate bandiere con le insegne dell'impero e del popolo. Anche se l'iniziativa partì dai nobili, e in primo luogo dai Piccolomini, come attestastano i cronisti[ 110 ] , è certo che il moto si fece subito generale. I Nove, il podestà e il capitano di guerra furono rimossi e per poco non defenestrati; le case dei Noveschi furon prese d'assalto e messe a sacco, e tolte o guaste dalle facciate o dai cancelli di esse le insegne del popolo che vi figuravano, «perchè, essendo e' regimento popolare, non voleano che li Nove la tenessero, come privati de' reggimento»[ 111 ] . I Nove si erano dunque sempre camuffati da governo del popolo. Altri particolari della sommossa sono molto istruttivi; nobili e popolari assaltarono la Mercanzia, distruggendo le scritture e altre cose; assaltarono poi anche la Biccherna, dalla quale asportarono i libri di condanne e di incameramenti, che furono bruciati sul Campo alla presenza dell'imperatore. Mercanzia e Biccherna: la folla aveva subito individuato dov'erano il quartier generale e il maggiore strumento oppressivo del regime novesco. Furono anche bruciate le case dei membri dell'arte della lana. Perchè mai? Abbiamo osservato in precedenza che nel Costituto volgarizzato del 1309-10 all'arte della lana era stata riconosciuta una posizione eccezionalmente privilegiata, almeno per quanto riguardava l'attività economica; d'altra parte manca qualsiasi indizio che nei decenni successivi membri di quella corporazione abbiano preso, parte alle congiure o sommosse contro il governo. Si dovrebbe arguire che l'arte della lana, al contrario delle altre corporazioni, abbia sempre sostenuto il regime dei Nove, e sia stata quindi coinvolta nel crollo di esso.

 

 

 

  Comunque, le circostanze e i risultati della rivoluzione del 1355 confermano che si tratta del precipitare d'una situazione maturatasi attraverso decenni di lento progresso. La coalizione tra nobili e popolo minuto, assai poco spontanea in una città come Siena, ma incoraggiata dai Nove stessi con un'egoistica politica di classe, provocò infine la loro caduta; e dopo il successo si tentò, com'era naturale, di fondarvi sopra un nuovo sistema di governo. E difatti in un primo periodo si può dire che il potere fosse equamente diviso tra le due classi che avevano operato il rivolgimento. Ma presto ci si avvide di quanto artificiosa fosse quell'alleanza; dal 27 maggio, con la cacciata del patriarca d'Aquileia, vicario dell'imperatore, il popolo prese il sopravvento e la partecipazione dei nobili fu progressivamente ridotta. Cominciò così per Siena un lungo periodo d'instabilità politica, perchè le classi artigiane si mostrarono poco esperte nel reggere la città: si videro cioè a distanza gli effetti del lungo periodo di confinamento che esse avevano trascorso.

 

 

  Il piu grave difetto del governo dei Nove risulta evidente da quanto si è esposto: esso non comprese che bisognava immettere nella vita dello stato, con un'opera graduale d'educazione politica, le forze popolari, che avrebbero assicurato un migliore ricambio e forse la possibilità d'un ordinata evoluzione. Pensò di salvare la situazione e se stesso chiudendosi in un rigido privilegio di classe, mentre non v'era altro mezzo, per durare, che rinnovarsi con l'apporto di forze sane e fresche. E tuttavia quel governo ha avuto anche i suoi meriti e non piccoli: ha seguito una politica estera prudente e accorta, ma non priva di dignità; ha domato la faziosità delle grandi famiglie magnatizie; ha esaltato il patriottismo locale, ornando la città di lavori pubblici importanti e di splendide opere d'arte; ha curato la prosperità economica generale, sia pure con gli inadeguati metodi dell'epoca; ha tenuto saldamente il controllo e l'amministrazione del territorio[ 112 ] ; ed infine, in un tempo nel quale le istituzioni comunali quasi dappertutto cedevano di fronte all'affermarsi di signorie dispotiche, ha lasciato sopravvivere le istituzioni tradizionali di Siena e con esse l'attaccamento alle libertà repubblicane.

GIUSEPPE MARTINI

Conferenza tenuta nel salone dell'Accademia dei Rozzi

1 Il mercante senese nel Dugento , conferenza, Siena 1900, p.69. In altro luogo, lo stesso Zdekauer esprime ancor meglio il suo pensiero: «La decadenza politica di Siena incomincia — si può dire — col suo passaggio a parte guelfa, nel 1270. Le Riforme posteriori, guelfe, dello Statuto senese, non hanno più quell'interesse storico generale che ha la Redazione del 1262: sia perché 1'importanza politica della città è scemata, sia anche perché maggiormente si accentuano influenze straniere. Certo, le sue tradizioni politiche ne pregiudicavano l'avvenire, intimamente legato alle sorti dell'Impero. Il non aver saputo approfittare della vittoria di Montaperti rimarrà sempre un rimprovero, e come una macchia in fronte al genio politico del Comune. L'errore fu gravissimo e in certo modo fatale, perché è questo il momento in cui il maggiore slancio della vita italiana ed il primato civile stanno per passare all'Italia del centro». Il Constituto del Comune di Siena dell'anno 1262 , Milano 1897, pp. CV-CVI.

2 Histoire de Sienne , I, Parigi 1914, cap.IX, e specialmente p.130 ss. Ho avuto sotto mano la traduzione francese; ma ne esiste anche una italiana.

3 E. J ORDAN , Les origines de la domination angevine en Italie, Parigi 1909, pp.208 ss. R. D AVIDSOHN , Storia di Firenze, II, 1, traduzione italiana, Firenze 1956, p.718 ss.

4 P OTTH . 17969. Cfr. anche 17946, su cui J ORDAN , op. cit., p.223.

5 J ORDAN , op. cit., p.339.

6 Notizia contenuta nella lettera dei Senesi a Riccardo di Cornovaglia del maggio 1261: B ÖHMER -F ICKER -W INCELMANN , Reg. imp. , n.14159; Cfr. J ORDAN , op. cit., p.224. Testo ripubblicato da F. Donati, Lettere politiche del secolo XIII sulla guerra del 1260 fra Siena e Firenze , in Bull. sen. st. patr. , V (1898), pp. 260-9.

7 C. P AOLI e E. P ICCOLOMINI , Lettere volgari del secolo XIII scritte da Senesi , Bologna 1871, p.25; J oRDAN , op. cit., p.339. Forse a queste circostanze è da ricondurre il fatto che la compagnia Piccolomini, già attiva in Champagne e Inghilterra, Germania e Francia, dopo il 1260 sembra essersi ritirata al di qua delle Alpi, restringendo i suoi traffici alla Toscana e al resto d'Italia. Cfr. M. C HIAUDANO , I Rotschild del Duecento. La Gran Tavola di Orlando Bonsignori , estr. da Bull. sen. st. patria, n. s. VI (1935), fasc.2, p.10.

8 Una prima serie di bolle pontificie in loro favore risale al 26 gennaio 1262: son citati nominativamente Bonaventura di Bernardino, Raniero di Iacopo e Francesco di Guido, campsores camere nostre ; Vivolo Salvanelli, abitante a Montpellier; Andrea di Iacopo e Bonifacio di Giunta, abitanti in Francia; Raniero di Bonaccorso, abitante in Inghilterra. Un'altra bolla del 6 luglio successivo riguarda Bonsignore di Raniero, Iacopo di Gregorio, Iacopo Gilli e Manno d'Ildebrando, abitanti in Francia. Reg. Urb. IV a c. J. G UIRAUD , I, camer., Parigi 1900-01, nn.71, 72, 76, 73, 74.

9 Alle trattative in curia parteciparono anche altri senesi estranei alla compagnia, tra essi Pietro Tolomei, del quale si videro fin d'allora le disposizioni favorevoli al papato. Bolle del 31 maggio, 4 agosto, 19 settembre e 6 ottobre 1262 in Reg. Urb. IV , I, camer., nn.42, 46, 146; II, ord., n.144.

10 J ORDAN , op. cit. p.340. Provenzano Salvani, l'ispiratore della politica senese del momento, il 5 luglio 1262 propose al Consiglio generale che i consoli delle mercanzie fossero finalmente avvertiti che la volontà del comune e del popolo di Siena era di obbedire in tutto a re Manfredi, «non obstante aliquo processu vel gravamine facto vel faciendo a domino pontifice». Gli stessi consoli dovevano giurare per sé e i propri dipendenti di non mantenere relazioni con persone della curia e di vigilare affinché Siena non cadesse sotto l'arbitrio papale. La deliberazione del Consiglio generale è pubblicata in F. T EMPESTI , Provenzan Salvani, Bull. sen. st. patr. , n. s. VII (1936), p.51 doc.18, articolo ampolloso e superficiale, ma utile per la documentazione. Dal seguito degli avvenimenti appare evidente che le precauzioni prese dal governo senese ebbero scarso effetto.

11 D AVIDSOHN , St. di Firenze , II, 1, p.736.

12 Il racconto di questi avvenimenti è in G. T OMMASI , Dell'historie di Siena , Venezia 1625, parte II, p.22 ss. e in D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.736 ss. Cfr. anche B ÖHMER -F ICKER -W INCKELMANN , Reg. imp. , n. 14189, e J ORDAN , op. cit., p.341 ss. Un precedente alla zuffa del novembre potrebbe essere trovato nelle manifestazioni di piazza che ebbero luogo alla fine di aprile sotto la guida d'un certo messer Canto; alcune persone del seguito del podestà vi furono aggredite. Su consiglio di Provenzan Salvani, il moto fu severamente represso: cfr. T EMPESTI , art. cit., pp.22-3 e 50.

13 Bolla del 29 settembre 1262, Reg. Urb. IV , I, n.164. Il Davidsohn ha messo in rapporto l'accordo coi banchieri fiorentini con la bizzarra spedizione militare che sotto falso aspetto di processione di flagellanti partì da Lucca nell'ultima decade di settembre e riuscì a portarsi fin nei pressi di Firenze (op. e vol. cit., pp.741 e 744-5).

14 D AVIDSOHN , op. cit. II, I, p.747; J ORDAN , op. cit., p.343. In G. T OMMASI , op. e parte cit., p.23 ss., c'è una narrazione delle trattattive dirette tra i fuorusciti e il governo senese; narrazione in parte fondata su elementi attendibili, in parte infarcita di discorsi retorici.

15 Reg. Urb. IV , II, n.175. Con successiva bolla del 20 febbraio 1263 il papa precisò le modalità da seguire nella procedura di assoluzione ed esenzione di questi mercanti: ivi, I, n.213; e il 29 aprile dispose un'inchiesta contro l'abate di St. Pierre di Lagny, che non aveva voluto scomunicare i senesi che frequentavano la fiera di Lagny: cit. da D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.755 nota.

16 J ORDAN , op. cit., p.344.

17 Reg. Urb. IV , II, n.274. E' utile tener presente anche la lista di 27 famiglie redatta da G. T OMMASI , op. e parte cit., p.23.

18 J ORDAN , op. cit., p.350 ss.

19 Reg. Urb. IV , II, nn.252, 253, 254. Più tardi sorsero difficoltà per il pagamento della somma al comune di Lucca: v. le bolle nn.750, 751, 752, ivi, rispettivamente del 25 dicembre 1263, 24 dicembre 1263, 25 gennaio 1264. Cfr. D AVIDSOHN , op. cit., II, I, pp.754-5.

20 Notizia nella bolla del 5 luglio 1263, in Reg. Urb. IV , I, n.161.

21 Le relative bolle sono contenute nel registro camerale del papa, Reg. Urb. IV , vol. I, n.161 (5 luglio 1263) in favore di Vivolo Salvanelli, Ventura di Cambio, Jacopo di Corrado, Lotto di Ugolino e Ventura di Benedetto, della compagnia Bonsignori, dimoranti a Montpellier e regione; n.162 (stessa data) in favore di Jacopo di Romeo, Martinello di Rosso, Roffredo di Rainerio, Tosetto Aiuti, della stessa compagnia, dimoranti nella provincia di Aquileia; n.163 (stessa data) in favore di Andrea di Jacopo, Bonsignore di Rainerio, Tolomeo di Manente, Manno di Aldobrandino, Jacopo di Gregorio, Rainerio di Bonaccorso, Rostorio di Giunta e Bonadota di Caponero, della stessa compagnia, dimoranti in Francia; nn.277-278 (25 luglio 1263) per il rimborso a Jacopo di Romeo e soci dei prestiti fatti al patriarca d'Aquileia; n.171 (28 luglio 1263) per il rimborso ad Arrigo Accarigi, Parisio di Ranuccio, Accarigio di Arrigolo e loro soci in Siena (questi mercanti non sono della compagnia Bonsignori) dei prestiti fatti all'arcivescovo di Sens e a vari ecclesiastici e laici della stessa diocesi e provincia; n.173 (13 ottobre 1263) per il rimborso a Bonaventura di Bernardino, Ildebrando d'Ildebrandino, Francesco di Guido, Rainerio Bonaccorsi e soci della compagnia Bonsignori dei prestiti fatti all'arcivescovo di Canterbury e alcuni suoi suffraganei; n.174 (stessa data) per i prestiti fatti dagli stessi all'arciv. di Bourges e alcuni suffraganei; n.175 (stessa data) per i prestiti fatti dagli stessi all'arciv. di Rouen e alcuni suffraganei; n.172 (25 ott. 1263) per il rimborso a Bonaventura di Bernardino, Francesco di Guido, Fazio di Giunta, Ugolino di Belmonte, Bonsignore di Rainerio e Tolomeo di Manente e soci della compagnia Bonsignori dei prestiti fatti all'arciv. di Sens, a vescovi, ecclesiastici e laici della diocesi e provincia; n.177 (stessa data) per il rimborso a Bonaventura di Bernardino, Francesco di Guido, Jacopo di Romeo, Jacopo di Ildebrandino, Gregorio detto Gonnella, Martinello di Rosso, Castraleone di Ugolino e soci della compagnia Bonsignori dei prestiti fatti al patriarca d'Aquileia e alcuni suffraganei; n.176 (26 ottobre 1263) per il rimborso a Bonaventura di Bernardino, Francesco di Guido, Vivolo Salvanelli, Ventura di Cambio e soci dei prestiti fatti all'arcivescovo d'Arles; n.178 (stessa data) per il rimborso a Bonaventura di Bernardino e soci dei prestiti fatti all'arcivescovo eletto di Lione e alcuni suoi suffraganei; n.176 (28 ott. 1263) come sopra allo stesso n.176 per i prestiti fatti all'arcivescovo di Tarragona e altre persone della provincia. Altre bolle analoghe sono contenute nei registri ordinari ( Reg. Urb. IV , vol. II) dove si trovano anche ripetute al n.426, talvolta con leggere varianti di data, alcune delle lettere precedenti. Al n.458 c'è un gruppo di lettere datate tra il 26 ottobre e il 9 novembre 1263, contenenti privilegi per il rimborso a Bonaventura di Bernardino e agli altri soci della compagnia Bonsignori (gli stessi che al n.172, v. sopra) dei prestiti fatti ai seguenti arcivescovi, e a vescovi ed ecclesiastici delle rispettive diocesi e province: Tours, Bordeaux, Besançon, Treviri, Auch, Narbona, Aix, Genova e Ravenna. Al n.521 altra serie di lettere, datate tra il 13 gennaio e il 9 febbraio 1264, per il rimborso di crediti vari a mercanti senesi (soprattutto in Francia, ma anche in Italia e in Inghilterra). N.508, del 20 febbraio 1264, per il rimborso d'un credito in Francia di Matteo di Rainerio, Guglielmo di Rainerio, e Ugo di maestro Ugolino; n.511, del 28 febbraio 1264, protezione accordata a Bartolomeo Mancini e a suo figlio Rainerio; n.532, del 12 marzo 1264, analoga per Napoleone di Orlando e Ferro Bencevereni (?). I mercanti di cui ai nn.508, 511 e 532 non appartengono alla compagnia Bonsignori. Il giro d'affari dei mercanti senesi in Francia e nel resto d'Europa appare impressionante da questa documentazione e meriterebbe una ricerca accurata.

22 Bolla del 23 ottobre 1263, in Reg. Urb. IV , II, n.722. Cfr. anche n.723, pari data, e n.729 del 12 novembre 1263.

23 Bolla del 5 giugno 1264, ivi n.846. Al n.847, in data 4 giugno, incarico dato a fra Rufino, cappellano e penitenziere apostolico, di recarsi presso i Senesi a esigere ammenda entro gli otto giorni.

24 Altro segno dell'inasprimento dell'azione di Urbano IV fu l'ordine dato di sequestrare i beni dei mercanti di Firenze e d'altre città e castelli di Toscana, ribelli alla Chiesa, in Toscana, Lombardia, Romagna, Marca Anconetana, Marca Trevigiana e specialmente a Bologna e Venezia: Reg. Urb. IV , II, n.688, del 17 luglio 1264. I mercanti di Firenze, Pistoia, Prato, S. Miniato, Poggibonsi e d'altri luoghi di Toscana, sottomessi alla Chiesa, dovevano uscire entro quindici giorni dalle loro terre e concentrarsi in Assisi: ivi, n.689 del 18 luglio 1264. Queste disposizioni probabilmente non riguardavano i Senesi, per i quali vigevano i provvedimenti speciali che già conosciamo. Alcune bolle del 15 e 20 marzo 1264 ( Reg. Urb. IV , II, nn.779, 780, 781) riguardano le procedure da usare verso i debitori, oltralpe, dei mercanti senesi. Un'altra del 13 aprile 1264 (ivi n.796) concerne un assegno mensile, sempre a spese dei creditori senesi, a favore di maestro Milone, il principale esecutore delle disposizioni papali contro i Senesi in Francia e altrove.

25 Atti del 16-17 ott. 1264 in Caleffo Vecchio del Comune di Siena, a c. di G. C ECCHINI , III, Siena 1940, nn.854-7, p.1019 ss.

 

26 Les registres de Clément IV (1265-1268), a c. di E. J ORDAN , Parigi 1893 ss., n.1427; P OTTH . 19040. La bolla contiene una lista di 28 nomi. Il papa aveva ben ragione di favorire i mercanti della compagnia Bonsignori, i quali diedero un contributo di decisiva importanza per il successo della crociata bandita contro Manfredi. Essi prestarono per la spedizione di Carlo d'Angiò assai più delle 20.000 libbre o lire tornesi ricordate dal C HIAUDANO (Le compagnie bancarie cit., p.17) come somma già cospicua. Da una sommaria ricognizione dei documenti pubblicati da Martène e Durand mi risulta che i soci della Magna Tavola tra il 1264 e il 1265 mutuarono a varie riprese le seguenti somme: 2.000, 7.000, 20.000, 10.000, 500, 50.000 lire tornesi, in totale 89.500. Vi sono poi da aggiungere le somme prestate da Francesco di Guido, socio della Magna Tavola, in società col fiorentino Tegghiaio di lacopo della Scala, cioè 1332 lire tornesi e 2000 provisini del senato (=1600 lire tornesi). Qualche altro dato probabilmente non ci è pervenuto o ci sfugge. Se si pensa che il totale dei prestiti fatti dai banchieri senesi, fiorentini, perugini, orvietani, romani s'aggira sulle 200.000 lire tornesi, e che tale somma è quella che in definitiva ha permesso a Carlo d'Angiò di compiere la sua conquista, si potrà misurare adeguatamente l'importanza dell'appoggio fornito dai Bonsignori e soci alla causa guelfa. Tutti i prestiti erano garantiti dai beni del papa e della sede apostolica, dagli incassi della Camera e talvolta perfino dalle proprietà delle chiese di Roma; erano rimborsabili sui proventi della decima francoprovenzale. M ARTÈNE - D URAND , Thes. nov. anecd. , II, col.103 n.5; col.127 n.54; col.139 n.69; col.143 n.84; col.168 n.109; col.248 n.191; col.258 n.208; col.260 n.210; col.262 n.212; col.269 n.222.

 

 

 

  Un altro mercante senese, Gregorio di Bernardino, nei 1265 concesse un prestito più modesto: 295 lire tornesi e 22 1/2 marche di sterlini. M INIERI -R ICCIO , Saggio di codice diplomatico dell'Archivio di Napoli , I, Napoli 1878, p.37.

 

 

  Per più ampie informazioni sull'intera questione della preparazione finanziaria della spedizione di Carlo d Angio v. D AVIDSOHN , op. cit., II, I p.784 ss. J ORDAN Les origines de la domination angevine cit., pp.522 ss., 536 ss., e G. M ARTINI , La politica finanziaria dei papi in Francia intorno alla metà del secolo XIII , Roma 1950, p.62 ss. (Accademia dei Lincei, Memorie, cl. di sc. morali, s. VIII vol, III fasc. I).

27 Notizia nella bolla del 20 giugno 1265 Reg. Clém. IV , n.1712. Ma il 23 ottobre successivo il papa esentò il mercante Rimbotto di Bonaiuto con i figli. Reg. Clém. IV , n.158.

28 B ÖHMER -F ICKER -W INCKELMANN 14253: i due capitani, in Castel della Pieve, nominano un plenipotenziario presso Clemente IV. Pietro Toiomei, come abbiamo già visto, nel 1262 aveva agito da mediatore tra la camera apostolica e la società di Pietro Scotti, mostrando il suo favore verso la prima parte. Nel 1263 s'era unito ai fuorusciti di Radicofani, ma fu preso prigioniero, insieme con altri, dai cavalieri tedeschi al servizio di Siena e potè liberarsi solo tre anni dopo, previo pagamento d'un grosso riscatto. D AVIDSOHN , op. e vol. cit., p.747. I fratelli Notto, Giovanni e Alessandro di Salimbene ricevettero favori e privilegi da Urbano IV e Clemente IV; quest'ultimo raccomandò i loro soci dimoranti in Francia (forse nel febbraio 1265, contemporaneamente ai mercanti della compagnia Bonsignori) e ne rinnovò i privilegi dopo la pronuncia delle nuove sentenze contro i Senesi: bolla del 20 giugno 1265, in Reg. Clém. IV , n.1712. Notto partecipò alla spedizione di Carlo d'Angiò contro Manfredi. Prima di partire, e volendo affrontare la morte con tranquilla coscienza, fece donazione al papa di tutti i suoi beni, che sapeva provenire da lucri non sempre leciti. Tornato incolume, si raccomandò al papa, facendogli presente chi per l'assalto al palazzo, alla torre e ad altre proprietà aveva subito un danno di 58.000 lire senesi; mentre gliene restavano ancora circa 10.000. Il papa annullò la donazione, purchè restituisse ai creditori laici quanto loro dovuto e si mantenesse sempre fedele alla Chiesa. 30 ottobre 1268, Reg. Clém. IV , n.678. Rientrato in Siena coi guelfi nel 1270, Notto si segnalò come uno dei grandi più turbolenti: nel 1276 giunse perfino ad assalire il podestà nella sua residenza. O. M ALAVOLTI , Dell'historia di Siena , parte II, Venezia 1599, c.44 r.

29 Bolla del 22 giugno 1265, Reg. Clém. IV , n.1732, e altri documenti cit. da D AVIDSOHN , op. cit. II, I, p.792.

30 O RLANDO M ALAVOLTI , Dell'historia di Siena , parte II, Venezia 1599 c. 32 v ss. È uno scrittore non privo di preconcetti quello soprattutto di esaltare la classe nobiliare e la famiglia alla quale apparteneva, e di mettere in cattiva luce il governo dei Nove; ma nel descnvere i fatti di questo periodo si e valso con larghezza di cronache e documenti oggi perduti, e se ne è valse con indubbio discernimento. Il T OMMASI , Dell'historie di Siena cit., parte 11 p.41, segue a proposito dei Sessanta la versione del Malavolti.

31 D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.813.

32 Reg. Clém. IV , n.1072; P OTTH . 19692.

33 Notizie nella bolla del 5 aprile 1268, Reg. Clém. IV , n.694. Per la data del 29 maggio v. D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.814. Il T OMMASI , Dell'historie di Siena , cit., parte II, p.35 ss., riferisce sulle trattative col papa molti altri particolari, che sembrano per la massima parte attendibili.

34 M ALAVOLTI , op. cit., c.33 ss. Il Malavolti afferma d'aver veduto le ratifiche di Orvieto, dei conti di S. Fiora e dei Visconti di Campiglia, ma non quelle del comune di Siena e dei guelfi fuorusciti, che pure a suo avviso devono esserci state. Il T OMMASI , op. e parte cit., p.40, sa che la ratifica avvenne solennemente in Siena il 7 agosto, alla presenza del nunzio, del vescovo, e di tutti i magistrati. La notizia della pace di Viterbo, anche se ignorata da D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.814 (che naturalmente dà una versione dei fatti un po' diversa), è pur tuttavia sicura. Se ne ha conferma dalla bolla del 9 agosto 1266, con la quale Clemente IV nomina Bernardo Languissel esecutore delle clausole della pace: Il Caleffo Vecchio del Comune di Siena , a c. di G. C ECCHINI , III, Siena 1940, p.984 n.829, con fac-simile dell'originale. Il 1° settembre successivo il papa incaricava lo stesso Languissel di ottenere anche da S. Gimignano il rispetto della pace e l'abbandono dell'alleanza ghibellina: P otTH . 19808.

35 D AVIDSOHN , op. cit., II, I, p.814. Una delle ragioni per le quali i Senesi continuavano i rapporti con la lega era la questione degli ostaggi trattenuti da Guido Novello: ivi pp. 822-3. V. anche T EMPESTI , più sotto citato.

36 M ONDOLFO , Le cause e le vicende della politica del Comune di Siena nel secolo XIII , Siena 1904, p.32.

37 Geloso custode delle libertà senesi era sempre Provenzan Salvani, il quale raccomandava nel Consiglio generale «quod non fiat gratia domino pape ut petit sive peterit in licteris suis»: v. F. T EMPESTI , Provenzan Salvani, in Bull. sen. st. patr., n. s. VII (1936), pp. 29-30 e 54 n.23.

38 Oltre a quanto si dirà in appresso, si osservi che l'11 marzo 1267 le arti ottennero la consegna delle torri cittadine per la sorveglianza: D AVIDSOHN , op. e vol. cit., p.843 nota.

39 M ONDOLFO , Le cause... cit., p.34. In questo torno di tempo all'incirca deve essere stato redatto l'interessante memorandum pubblicato da F. K ERN , Acta Imperii Angliae et Franciae ab a. 1267 ad a. 1313 , Tubinga 1911, n. 246 p.167, nel quale si espongono i fondamenti politici e giuridici del diritto che hanno i Senesi di eleggersi i propri podestà e capitani. Porta il titolo: «...Articuli proponendi coram domino papa, super quibus fundata est intenccio comunis». Vi si dice che secondo la forma del compromesso precedentemente stipulato il papa non ha facoltà di rimuovere il podestà e il capitano, e che «de iure comuni non potuit predicta facere inprimis, quia civitas Senensis est de foro imperii». Inoltre quel diritto ad eleggersi podestà e capitano appartiene ai Senesi da tempo immemorabile.

40 T EMPESTI , art. cit., p.54 doc. 24.

41 Bolla del 30 maggio 1267, Reg. Clém. IV , n.472; include il testo dell'accordo. D AVIDSOHN , op. cit., II, II, pp.4-6.

42 D AVIDSOHN , op. cit., II, II, pp.6-12.

43 Notizie nella bolla del 12 febbraio 1268, Reg. Clém. IV , n.580 e in quella, citata, del 5 aprile seguente (n.694). Prima tuttavia Clemente IV cercò d'ottenere l'obbedienza dei Senesi con la persuasione, avvalendosi dell'opera del loro vescovo Tommaso Fulconis o Fusconis de Bertha, malgrado che questi si fosse dovuto allontanare dalla città: lettera del 20 agosto 1267, Reg. Clém. IV , n.1246, e. P OTTH . 20115. Cfr. anche lettera del 30 luglio 1267 allo stesso vescovo: Reg. Clém. IV , n. 1237 e P OTTH . 20100.

44 Reg. Clém. IV , n.694.

45 Reg. Clém. IV , n.702; P OTTH . 20369.

46 Fonti, piuttosto magre, per la «battaglia dei Sessanta» sono: la Cronaca senese di autore anonimo ( R.I.S. XV, VI, n. ed. a c. A. L ISINI e F. J ACOMETTI , p.66) e la Cronaca senese di Paolo di Tommaso M ONTAURI (ivi, p.223). Alcuni documenti della Biccherna son citati da D AVIDSOHN , op. cit., II, p.40. Secondo questo autore (p.39) il consiglio dei Sessanta sarebbe stato istituito da Provenzano Salvani e dai ghibellini dopo la loro ascesa nel maggio 1267 ma ciò non è ammissibile perché il consiglio come sappiamo, esisteva già prima, e d'altra parte i ghibellini avevano interesse più a sopprimerlo (come si vide nel marzo 1268) che a crearlo. Il vero problema è anzi di sapere perché mai i ghibellini l'abbiano mantenuto anche dopo il loro ritorno al potere.

47 L. Z DEKAUER , Il Constituto del Comune di Siena cit., p. LXXXXIX; M ALAVOLTI , De l'hist. di Siena cit. , II, c. 42 r; D AVIDSOHN , op. cit., II, II, p.83 ss. I fuorusciti ghibellini istituirono a Cortona un vero e proprio governo in esilio, con le solite magistrature cittadine e giurisdizione su una parte del territorio: cfr. G. G IANNELLI , Un governo di fuorusciti senesi nei 1271-72 , in Bull. sen. st. patr., LVI (1949), pp.80-92.

48 M ONDOLFO , Le cause... cit., p.38. Molte notizie sullo statuto deI 1274 e particolarmente sulle prerogative del governo dei Trentasei e della Parte guelfa, la quale subentrò al Popolo in molti dei suoi organismi, si trovano in G. F RANCINI , Appunti sulla costituzione guelfa del Comune di Siena secondo il Costituto del 1274 , in Bull. sen. st. patr., n. s. X (1939) pp.11-28.

49 L'importante deliberazione del 28 maggio 1277 è pubblicata da L. S BARAGLI , I mercanti di mezzana gente al potere in Siena, in Bull. sen. st. patr., n. s. VIII (1937), p.59 doc.10. Un'ampia narrazione degli avvenimenti del 1277 in T OMMASI , Dell'historie di Siena , parte. II, p.85 ss.

50 M ONDOLFO , Le cause... cit., p.44 ss; S BARAGLI , I mercanti di mezzana gente cit., p.45 ss.

51 Dist. VI, rubr. V: Il Costituto del Comune di Siena volgarizzato nel MCCCIX-MCCCX , ed. dal R. Archivio di Stato in Siena, II, Siena 1903, p.492.

52 Dist. VI, rubr. VI, ivi, p.492.

53 Dist. VI, rubr. VII, ivi, pp.492-3.

54 Dist. VI, rubr. IV, ivi, pp. 490-2.

55 G. L UCHAIRE , Documenti per la storia dei rivolgimenti politici del Comune di Siena 1354 al 1369 , Lione-Parigi 1906, p. XXIV ss. (Annales de l'Univ. de Lyon, n. s., II, fasc. 17). Alla fine del Dugento non si parla più di due ma di una sola mercanzia. Probabilmente la corporazione dei pizicaioli fu assorbita da quella dei mercatores .

56 Dist. VI, rubr. VIII-IX: in Il Costituto ... cit., II, pp.56 -7

57 Cfr. R. C AGGESE , La Repubblica di Siena e il suo contado nel sec. XIII. , in Bull. sen. st. patr. , XIII (1906), p.97 ss.

58 T OMMASI , op. e parte cit., p.97 ss.; D AVIDSOHN , op. cit., II, II, p.271 ss.

59 D AVIDSOHN , ivi, p.179. Cfr. anche p.235, per gli avvenimenti del 1280.

60 In quell'occasione, come è noto, combatterono vicini e si conobbero, forse, Cecco Angiolieri e Dante.

61 Acta Sanct. , Apr., III, pp.600-16.

62 Cronaca senese di autore anonimo cit., R.I.S. , XV, VI, n. ed., pp.119, 125. Cfr. anche la Cronaca senese di Agnolo di Tura , R.I.S., XV, n. ed. a c. A. L ISINI e F. J ACOMETTI , p.403 (al maggio 1323).

63 Cronaca senese di autore anonimo cit., p.140. Cfr. p.134.

64 Cronaca cit., p.412. Cfr. pp.410 e 454. Anno 1324.

65 Cronaca cit., pp.412, 415.

66 Su questa politica di Siena v. soprattutto R. C AGGESE , La Repubblica di Siena e il suo contado nel sec, XIII, in Bull. sen. st. patr., XIII (1906), pp.3-120.

67 Sull'immigrazione in Siena e la condizione dei cives silvestres v. D. B IZZARRI , Ricerche sui diritto di cittadinanza nella costituzione comunale , Torino 1916 (estr. da Studi senesi , XXXII, VII della 2° serie fasc. 1-2).

68 Così G. V OLPE nella recensione al succitato lavoro del Caggese: Arch. stor. ital. , XL (1907), p.381.

69 Cronaca senese di autore anonimo cit., p.148, nota degli editori.

70 Cronaca cit., pp.486-7.

71 Gli editori della Cronaca d'anonimo , al luogo cit. nella nota 69, calcolano la popolazione di Siena a circa 70.000 abitanti. Non sarà inutile un confronto con Firenze. Secondo i calcoli del D AVIDSOHN (op. cit., II, II, p.230) Firenze avrebbe contato nel 1280 intorno a 45.000 abitanti accresciutisi a 90.000 nel 1339, in seguito al poderoso sviluppo industriale. La cifra di 50.000 indicata sopra per Siena concorda abbastanza con i calcoli del D AVIDSOHN : dato che l'incremento demografico è stato assai meno sensibile per Siena che per Firenze, essa significa che la cifra di partenza per Siena, intorno al 1280, doveva essere di poco inferiore a quella di Firenze, mentre nei primi decenni del XIV secolo il distacco tra le due città si fa molto netto. Ricerche importanti per la storia demografica di Siena ma rivolte soprattutto ad epoche più recenti, sono quelle di D. O TTOLENGHI , Studi demografici sulla popolazione di Siena dal sec. XIV al XIX , in Bull. sen. st. patr. , X (1903), pp.297-358 e di G. P ARDI , La popolazione di Siena e del territorio senese attraverso i secoli , ivi, XXX (1923), pp.85-132, e XXXII, pp.3-62. V. anche C AGGESE , La Rep. di Siena e il suo contado cit., ivi, XIII (1906), p.107 n.1.

72 Cronaca senese di autore anonimo , cit., p.83. Cronaca di Agnolo di Tura cit., p.272 e nota 2. È risaputa l'ironia di Dante (Purg. XIII) sulle velleità marinare dei Senesi; ma è pur vero che il porto di Talamone svolse una positiva funzione specialmente nel commercio dei grani.

73 Il Caleffo Vecchio cit., III, n. 868 p.1040; Cronaca senese di autore anonimo cit., pp.141, 146.

74 Cronaca di Agnolo di Tura cit., pp.515, 547.

75 Cronaca senese di autore anonimo cit., p.113.

76 Cronaca di Agnolo di Tura cit., pp.358-9 e note. Un episodio analogo si trova nel 1274, quando il Comune vendette ai figli di Salimbene Salimbeni, per 44.000 libbre, alcuni castelli, già in precedenza pignorati. T OMMASI , Dell'historie di Siena cit., parte II, p.75.

77 Agnolo di Tura , ivi.

78 Cronaca di anonimo cit., p.92, e Agnolo di Tura cit., p.318.

79 Agnolo di Tura cit., p.549.

80 Agnolo di Tura cit., p.313.

81 Agnolo di Tura , p.307. Cfr. anche i frequenti luoghi del cit. Constituto del Comune di Siena dell'anno 1262 , a c. L. Z DEKAUER , l° distinctio.

82 Agnolo di Tura , p.561.

83 Cronaca di anonimo , p.125; Agnolo di Tura , p.403.

84 Cronaca di anonimo , pp.139-40; Agnolo di Tura , pp.483-5. E' sintomatico che questi stessi cronisti parlino del 1329 come di un anno florido per aumento di popolazione e di ricchezze. Evidentemente essi giudicavano la carestia come un episodio transitorio e di scarsa rilevanza per la popolazione nel suo complesso. Il che è confermato dal fatto che proprio in quell'anno, come si è visto, il governo ordinò una nuova lira .

85 Si veda in Y VES R ENOUARD , Les relations des papes d'Avignon et des compagnies commerciales et bancaires de 1316 à 1378 , Parigi 1941 ( Bibl. d. Ec. franç. d'Athènes et de Rome (fasc. 151) p.570, il prospetto schematico delle compagnie utilizzate dai papi del XIII secolo. Da esso risulta che i Bonsignori cessarono di prestare i loro servizi alla Camera apostolica nel 1292 e furono sostituiti da compagnie fiorentine, lucchesi e pistoiesi.

86 Agnolo di Tura , p.298 e nota.

 

87 Gli studi più importanti sulla compagnia Bonsignori si devono a M ARIO C HIAUDANO , Le compagnie bancarie senesi nel Duecento , in Studi e documenti per la storia del diritto commerciale italiano nel sec. XIII , Torino 1930, pp.1-52 (R. Univ. di Torino, Mem. d. Istituto giuridico, serie II, mem. VIII) e I Rotschild del Duecento. La Gran Tavola d'Orlando Bonsignori , estr. da Bull. sen. st. patr., n. s. VI (1935) fasc. 2. Nel primo di questi lavori (p.22 ss.) il Chiaudano considera un po' le vicende del gruppo Bonsignori come indice dell'andamento generale delle compagnie senesi, avviate alla decadenza di fronte al progresso delle rivali fiorentine; nel secondo invece corregge notevolmente tale giudizio, allorchè scrive: «Mentre la banca dei Bonsignori cessava, continuavano e progredivano le banche dei Tolomei, dei Piccolomini, degli Squarcialupi, dei Salimbeni, dei Forteguerri, che mai fallirono e tramandarono la potenza finanziaria delle loro risorse fin quasi al sec. XVII. Una crisi economica grave e generale, come si è sviluppata a Firenze verso la metà del Trecento, che travolse tutto il sistema bancario e l'artigianato fiorentino, non si riscontra in Siena all'inizio del sec. XIV» (p.25).

 

 

  Non sembra che, passato il primo momento, le compagnie senesi abbiano ricevuto molto danno dalle sanzioni economiche decretate dai papi: i papi stessi, come abbiamo già visto, largheggiarono in esenzioni e privilegi. Maggiori conseguenze ebbe invece il favore da loro accordato alle compagnie fiorentine, lucchesi e pistoiesi: conseguenze dirette e gravi per i Bonsignori, che persero una posizione di quasi monopolio, e indirette e meno gravi per gli altri. Di una certa continuità e prosperità negli affari dei mercanti senesi testimoniano i registri d'una sconosciuta società, molto attiva tra il 1277 e il 1282 in Toscana, Roma e Stato della Chiesa, Napoli, fiere di Champagne, Nimes, impero d' Oriente e in rapporto di affari con Bonsignori, Tolomei, Piccolomini, Salimbeni, Gallerani e Cerchi: G. A STUTI , Il libro dell'entrata e dell'uscita di una compagnia mercantile senese del secolo XIII (1277-1282) , Torino 1934 (Documenti e studi per la storia del commercio... pubbl. da F. Patetta e M. Chiaudano, V). Non è d'aiuto invece l'altra interessante ricerca del C HIAUDANO , Il libro delle fiere di Champagne della compagnia degli Ugolini mercanti senesi nella seconda metà del secolo XIII , in Studi e documenti cit., Torino 1930, pp.143-200 in quanto il registro riguarda solo gli anni 1255-1262.

88 Agnolo di Tura , p.442, dà una minuta descrizione delle feste, nella quale non mancano i nomi degli invitati e le liste delle vivande.

89 Agnolo di Tura , p.523.

90 Ivi, p.521.

91 Si vedano p. es. le leggi del 1330, pubblicate e illustrate da A. L ISINI , Le leggi prammatiche durante il governo dei Nove (1287-1355) , in Bull. sen. st. patr. n. s. I (1930), fasc. 1, pp.41-70.

92 Agnolo di Tura , p.528.

93 Cronaca di anonimo cit., pp.112-3

94 Cronaca di anonimo , pp.116-8; Agnolo di Tura , pp.380-1.

95 Agnolo di Tura , p.555.

96 M ONDOLFO , Le cause e le vicende della politica del Comune di Siena cit., p.38 n.5.

97 Per citare un solo esempio, ma importante, si veda la lunga lista dei nobili caduti nella battaglia di Montecatini, 1315: Agnolo di Tura p.353.

98 Agnolo di Tura , p.266.

99 Cronaca di anonimo , p.78 (anno 1299); Agnolo di Tura , p.294 (a. 1305). Già nell'accordo del 13 maggio 1267, come sappiamo, era previsto lo scioglimento delle società d'armi. Uno scioglimento avvenne nel 1289, ma le società furono subito ricostituite su nuove basi. La formazione di tre speciali compagnie (di 400 uomini per terzo, secondo l'Anonimo) verso il 1299 non avrebbe annullato il vecchio ordinamento: si trattava d'un «corpo di pubblica sicurezza» o di pronto impiego, che risparmiava ai cittadini arruolati nelle vecchie società le troppo frequenti assenze dal lavoro: così R. C AGGESE , La Repubblica di Siena e il suo contado nel sec. XIII , in Bull. sen. st. patr., XIII (1906), p.95; cfr. anche T OMMASI , Dell'hist. di Siena cit., parte II, pp.130 ss., 142 ss. NeIl'organizzazione militare data dai Nove il Caggese non vede altro che uno strumento per la difesa della classe popolare contro i magnati.

100 Agnolo di Tura , p.307.

101 O. M ALAVOLTI , Dell'historia di Siena cit., parte II, Venezia 1599, cc. 64v-65r.

102 Una coincidenza intanto colpisce per la sua singolarità: il 26 maggio 1310, giorno del tumulto, è anche la data di promulgazione del nuovo ordinamento militare, con il quale il contado veniva diviso in nove vicariati e si davano le armi ad alcune migliaia di contadini: v. C AGGESE , art. cit., p.102 ss. Come già fu osservato da questo autore, l'innovazione ebbe lontane conseguenze, in quanto i capi dei vicariati potevano partecipare al Consiglio del popolo, e nella comunione di compiti potè determinarsi un avvicinamento delle popolazioni rurali alla vita cittadina ed un loro avvio ad una più elevata coscienza morale e politica. Ma i nobili, grandi e piccoli, non si preoccupavano certo di questo; si può pensare invece che, in quanto proprietari di terre, si fossero impensieriti ed irritati delle armi date ai contadini.

103 Cronaca di anonimo , pp.113-5; Agnolo di Tura , p.371 ss. Secondo il M ALAVOLTI , op. cit., cc. 76v-80, alla rivolta avrebbero partecipato anche i fabbri. Il T OMMASI , op. e parte cit., p.200 ss. afferma che anche in questa occasione Tolomei e Forteguerri furono spinti da rivalità verso i Salimbeni.

104 Agnolo di Tura , pp.373-4. È da tenere presente anche la versione data dal T OMMASI , op. e parte cit., p.204 ss., che dipende da altre fonti.

105 Cronaca di anonimo , pp.113-5; Agnolo di Tura , p.375.

106 Cronaca di anonimo , pp.116-8; Agnolo di Tura , pp.381-2. Qui si pone il curioso episodio dell'incendio delle torri in Siena sopra raccontato.

107 Cronaca di anonimo , p.128; Agnolo di Tura , pp.416-7.

108 Agnolo di Tura, p.549.

109 E. W ERUNSKY , Der erste Römerzug Kaisers Karl IV. (1354-1355) , Innsbruck 1878; P. Rossi, Carlo IV di Lussemburgo e la repubblica di Siena (1355-1369) in Bull. sen. st. patr. , n. s. I (1930), fasc. l-2 pp.5-40, 179-242; G. L UCHAIRE , Documenti per la storia dei rivolgimenti politici del Comune di Siena dal 1354 al 1369 cit., Lione-Parigi, 1906.

110 Cronaca di anonimo , pp.149-50; Cronaca di Donato di Neri (Continuatore di Agnolo di Tura), R.I.S., XV, n. ed. a c. A. L ISINI e F. J ACOMETTI , p.577 ss.

111 Donato di Neri , p.578.

112 Su questo punto è interessante e autorevole il giudizio di R. G AGGESe : «Il lungo periodo in cui i Nove furono al potere non può essere considerato perciò, nè migliore nè peggiore di altri governi di Popolo nelle altre Repubbliche; attivo, pugnace, pronto all'offesa e alla difesa, sinceramente amante della grandezza della città, il governo del Popolo grasso se non seppe risolvere tutti i problemi che si presentavano al suo esame e che corrosero, con lento instancabile tarlo roditore, l'organismo del Comune, e se con politica troppo spesso ingenua e contraddittoria nelle premesse e nei risultati si soffocarono le migliori energie del Con tado nel tempo stesso che se ne voleva lo sviluppo rigoglioso, si consegnò altresì ai nepoti un dominio esteso e sicuro con ottime vie di comunicazione, con buon funzionamento amministrativo e castelli inespugnabili» ( La Repubblica di Siena e il suo contado cit., in Bull. sen. st. patr. , XIII (1906), pp. 118-9). 

 

Realizzato da Federico Rubegni durante lo stage presso il Dipartimento di Storia dell'Università degli Studi di Siena nell'ambito dell'insegnamento di Storia Medievale (Ottobre 2004)