Siena avanti Montaperti

di Enrico Sestan
“Bullettino Senese di Storia Patria”, LXVIII (1961), pp. 28-74, ripreso in ID., “Italia medievale” (1966), pp. 151-162

Realizzato da Federico Rubegni durante lo stage presso il Dipartimento di Storia dell'Università degli Studi di Siena nell'ambito dell'insegnamento di Storia Medievale (Maggio 2004)

È il testo di una lettura tenuta a Siena, presso l'Accademia dei Rozzi, l'11 aprile 1959 e pubblicata poi, quasi inalterata, con l'aggiunta di note nel «Bullettino Senese di storia patria», LXVIII (III serie, vol. XX), l961, pp. 3-49.

 

Desidero sgombrare preliminarmente una preoccupazione che sarebbe più che giustificata: Ancora una volta Montaperti? Il tema è frusto: se n'è parlato e scritto, a Siena e fuori Siena, innumerevoli volte[ 1 ] . Solo un poeta potrebbe ravvivarlo e rinnovarlo; e io non sono poeta, né è mestier mio la mozione delle fantasie e degli affetti, ma sì la considerazione dei fatti storici nei loro nessi e significati. Perciò, se il pubblico gentile qui presente avrà la pazienza di seguirmi, comprenderà che qui, oggi Montaperti è poco più che un punto limite verso cui i dati e i problemi della storia senese fanno capo o sembrano far capo; e sottolineo questo «sembrano».

  Vorrei abbozzare le linee direttive di quella più antica storia senese, che potrebbe essere uno dei primi capitoli di quella storia di Siena, modernamente concepita, che si attende da tempo, che si attende, direi, dal rinnovamento muratoriano degli studi storici, cui pure dettero mano insigni eruditi senesi del ‘700 [ 2 ] . Ma non ce l'hanno data questa storia, nonostante tutto, né alcuni stranieri innamorati della città, come Schevill e Langton Douglas[ 3 ] ; né senesi altamente qualificati, degni della nostra ammirazione, come Alessandro Lisini, che sapeva tutto della storia di Siena; né, finora, i suoi benemeriti e degni continuatori negli uffici di conservatori delle patrie memorie, e dotti quanto lui. Sicché corro io il rischio temerario, io che ne so tanto meno di loro, di cercar di trarre fuori dal viluppo dei fatti alcuni elementi che mi sembrano essenziali e anche, in parte, costanti, nella storia senese[ 4 ] .

  Questo innanzi tutti: che Siena è figlia della strada. L'espressione è cruda e va spiegata. Voglio dire che Siena è prodotto più dell'uomo che della natura o dirò meglio, della natura modificata, adattata dall'uomo. Non si può dire di Siena che essa sia posta in uno di quei crocicchi naturali, nei quali, appena appena gli uomini cominciano a muoversi, a cercare contatti con altri uomini, vengono necessariamente ad incontrarsi. Nessuno si meraviglia che Torino, Ivrea, Milano, Bergamo, Brescia, Verona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Lucca, Pisa, Pistoia, Firenze, Arezzo siano lì dove sono: calando dalle valli retrostanti si faceva e si fa capo lì, e soltanto lì, a quel nodo, non più in qua, non più in là. Ma Siena? E ancora: si capisce bene perché Volterra, Chiusi, Perugia, Orvieto, e diecine e diecine di altre città e cittaduzze dell'Italia centrale sono lì dove sono, in vetta ai loro colli, più o meno dirupati, non troppo lontane dalla piana per dominarla, ma abbastanza distanti e discoste per esserne difese mercé gli scoscendimenti di quelle alture. Ma Siena?

  Nessuna valle vi fa capo, nessun corso d'acqua conduce, naturalmente, a quel nodo; nessuna sua altura, nemmeno Castelvecchio, probabile nucleo originario dell'oppido etrusco[ 5 ] , si può dire dominante sul territorio circostante, non più dominante di Belcaro, di Vico Bello, di S. Dalmazio e di moltissimi altri nei dintorni. La protezione naturale contro pericoli esterni è discreta a oriente e a occidente ed era, più visibilmente che non ora, nel passato, a mezzogiorno[ 6 ] ; ma difetta verso settentrione: Camollia, per indicare genericamente con questo nome quel versante, è sempre stata, militarmente, il punto debole di Siena[ 7 ] .

  Dunque Siena non è nata per nessun dono particolare di natura. Di luoghi che abbiano, su per giù, le stesse caratteristiche naturali, se ne potrebbero trovare a dozzine, qua e là, nella stessa zona. Eppure Siena è nata là, è cresciuta, ha prosperato a dispetto della natura matrigna o, in ogni caso, non particolarmente benigna. Ma fra queste colline, amenissime per il dolce ondulare e il rincorrersi e lo svaporare lontano dei profili, ma per nulla predestinanti un centro urbano, anzi predisponenti alla continuità del paesaggio agreste circostante (la fantasia non pena molto a rivestire del verde e giallo aureo dei dintorni anche le groppe coperte da case, torri e chiese); ma fra queste colline gli uomini condussero una strada. È passata di qua, ma poteva benissimo passare anche altrove; e fu in ogni caso, inizialmente, una strada trasversale, di importanza piuttosto modesta, di allacciamento di Volterra etrusca con Arezzo etrusca[ 8 ] . Ma finché le grandi vie di comunicazione fra Roma e il settentrione erano, da un lato, la Flaminia-Emilia (adriatica), dall'altro, la via Clodia-Aurelia (tirrenica) e, intermedia, la via Cassia (ma per Viterbo, Bolsena, Chiusi, Cortona, Arezzo, Valdarno, Firenze), Siena era tagliata fuori dalle grandi strade[ 9 ] . La sua rivoluzione stradale e l'origine delle sue maggiori fortune, Siena l'ebbe in età longobarda, quando la Flaminia-Emilia, rimasta in territorio bizantino, divenne impraticabile ai longobardi, quando la Clodia-Aurelia, restò, per lunghi tratti, sotto il controllo bizantino; quando la Cassia, nel suo vecchio percorso per la val di Chiana, si trovò esposta ai colpi di mano bizantini, prossima al confine perugino, e ai miasmi del crescente impaludamento, ed anche, nel tratto fra Firenze e Bologna fu tagliata dalla ripresa offensiva dell'esarca Romano. I Longobardi furono costretti a tutto uno spostamento ad occidente delle loro comunicazioni transappenniniche. Sorse così, non ex novo, probabilmente, ma praticando vecchie strade o poco più che sentieri, la via per il passo della Cisa, che anche nel nome di allora, Monte Bardone, conserva il ricordo dei Longobardi; e dalla Cisa proseguì per Luni, Lucca, Fucecchio, la Valdelsa, Siena; e da Siena, per la val d'Arbia e dell'Asso, a Torrenieri, a S. Quirico, a Radicofani, a Bolsena, nei cui pressi si ricongiungeva con la vecchia Cassia[ 10 ] . Strada, intendiamoci, quale bastava agli usi modesti di allora, per i pedoni, per le bestie da soma, rarissimamente per i carri[ 11 ] ; ma appunto perciò anche più bisognosa, di tappa in tappa, di ospizi e anche di ospedali, delle mura protettive di un castello, di un monastero, di una città.

  Siena diventò una stazione importante di queste tappe, venne finalmente a trovarsi ad un crocicchio, con tutte le conseguenze d'ordine demografico, che un nodo stradale ha sempre rappresentato. Venedo dal mezzogiorno, lasciate oramai lontane Viterbo e Volsinii, doveva essere inconsueto anche per gli antichi, come è inconsueto anche per noi, in Italia, un itinerario così deserto, per diecine e diecine di miglia, di qualunque vestigio urbano. Ancor oggi, nell'Italia centrale, così formicolante ad ogni passo di città e cittaduzze, il percorso da Viterbo a Siena, così lungo, non ha riscontro che con quello maremmano dell'Aurelia, per essere assolutamente privo di vita veramente urbana. Si direbbe che dopo quel lungo tratto, sormontando dalla Val d'Arabia per scendere nella valle di Staggia e dell'Elsa, un punto di sosta e riposo sia quasi obbligato. Ma un punto di sosta in sommità o presso una sommità non è quasi mai una città; lo provano Radicofani, Fossato di Vico, Passo Corese, San Godenzo; è, al più, un punto forte, come Pontremoli o Scarperia o Castiglion de' Pepoli.

Tuttavia è grazie a questo spostamento delle vie di comunicazione (non oserei ancora dire dei traffici: doveva trattarsi soprattutto di pellegrini ad limina sancti Petri; non è improbabile che già nei primi tempi di questa rivoluzione stradale, passasse per Siena quel re anglosassone Ceadwalla che andò a Roma a chiedervi e ottenervi il battesimo e la fine della sua vita terrena)[ 12 ] ; è per questo spostamento che Siena viene via via acquistando un'importanza che, verisimilmente, non aveva mai avuto nell'età romana[ 13 ] .

  Ma all'età romana Siena deve un retaggio, la cui presenza non si è più cancellata nella storia della città, anzi, ne ha fatto propriamente una città. Non mi riferisco, principalmente, al significato dirò così demografico della parola, nel senso di agglomeramento umano di una certa consistenza numerica; mi riferisco a città, civitas, nel senso giuridico, ma soprattutto morale, sentimentale del termine. L'aver fondato la colonia Sena Julia e specialmente, averle sottoposto un territorio avulso da quello di Volterra, anche se non grande, ma territorio suo, segnò il destino di Siena nei secoli. Anche qui, non destino necessario, proprio in questa terra che ha visto, ai suoi limiti, nel volgere dei secoli, tramontare per sempre tante città, da Populonia a Sovana, da Cosa a Rosellae. Ma negli abitanti di quel centro urbano, che dobbiamo supporre molto modesto nel suo perimetro e, conguentemente, nel numero dei suoi abitatori, si radicò da allora e non si spense più ciò che era il sentimento della civitas , il sentimento del dominio sul territorio che le era stato assegnato nell'atto della fondazione e che rappresentava qualche cosa di inalienabile, un legato di generazione a generazione, da conservare intatto.

  Questo sentimento così caratteristicamente romano e italiano della civitas diventava sangue e vita di tutti i suoi abitatori, quale che fosse la loro origine, nobile o servile; era il loro onore (e infatti a Napoli medievale e altrove ricorre proprio questa parola solenne e impegnativa per indicare questo sentimento di ereditata, continuata superiorità del cittadino rispetto al non cittadino, di rivendicazione dei suoi diritti sugli abitatori del «suo» territorio)[ 14 ] . Nemmeno la struttura feudale che, indubitabilmente, ma in Italia infinitamente meno che altrove, spostò spesso fuori dalle città i punti cruciali della potenza politica, militare, fino a un certo segno anche economica, non riuscì a cancellare questo sentimento della superiorità cittadina. Tramontati i municipi, ai quali, di fatto e di diritto, le colonie, come Sena Julia, erano equiparate[ 15 ] questo geloso sentimento di superiorità cittadina e, potremmo dire, di patriottismo municipale, trova la sua espressione concreta non tanto nel gastaldo o nel conte cittadino, quanto nel vescovo cittadino specie se è anche conte[ 16 ] . È un sentimento che nell'alto Medioevo, per così dire, si clericalizza. Non c'è rimasta memoria di lotte, a cui le cittadinanze si siano associate al conte laico, per mantenere l'integrità del territorio comitale, che pur fu insidiato e compromesso dappertutto con le concessioni immunitarie che di fatto lo limitavano e riducevano; ma ci sono rimasti i ricordi delle impennate, anzi dei furori da cui subito le cittadinanze eran prese solo che si toccasse l'integrità della diocesi[ 17 ] ; quasi che in questa, non nel comitato, si esprimesse concretamente il sentimento della superiorità e nobiltà cittadina. Qualunque diminuzione della integrità diocesana era considerato un'offesa al santo patrono della chiesa cattedrale: ciò che era suo, come tutto ciò che appartiene a Dio e a suoi santi, è intangibile, inalienabile[ 18 ] . E per contrario, ogni accrescimento di quel patrimonio è un onore fatto al santo patrono. Non è quindi pura fredda simbolica, ma anzi viva espressione. e partecipazione del sentimento quell'obbligo di presentare un pallio o un cero, come atto di soggezione e fedeltà anche politica alla città, non all'autorità comunale, ma al santo patrono per la sua festa, a Siena la Vergine Maria, a Firenze s. Giovanni, ad Arezzo s. Donato, a Pistoia s. Giacomo, a Lucca s. Martino, ecc. ecc.[ 19 ] . È vero che, territorialmente, comitato e diocesi, ordinariamente, su per giù si identificavano; ma ciò che qui si vuole sottolineare è che la sensibilità cittadina, allora nel Medioevo, vibrava per ciò che le suggeriva, emotivamente, l'idea della diocesi, del patrimonio del santo patrono, non per l'idea laica, feudale-amministrativo del comitato[ 20 ] . E infatti, finché questa sensibilità, certo ingenua e primitiva, fu viva e operante, la curia romana si guardò bene dall'offenderla con la creazione di nuove diocesi, che non potevano resultare se non dalla diminuzione delle esistenti. Lo tentò, nel 1325, con la istituzione del vescovado di Cortona, in una contingente situazione politico-religiosa tutta particolare, ma suscitò fra gli aretini un gran vespaio[ 21 ] ; poté farlo, invece, senza inconvenienti rilevanti, dalla metà del secolo XV (1462) in poi, con l'istituzione di Pienza, Colle, Montalcino, Montepulciano, ecc [ 22 ] , quando quel sentimento geloso di attaccamento all'integrità della diocesi, intesa come diritto e gloria cittadina, si era molto smorzato e attenuato nei suoi motivi religiosi, sia perché la potenza delle città-stato si basava oramai su saldi fondamenti di forza materiale, politica, economica, militare, sia perché altre città, a capo un tempo, di diocesi importanti, come Chiusi, erano talmente decadute da non saper opporre nessuna resistenza, nemmeno morale, a questa loro diminuzione.

  Mi sono permesso, con vostra gentile sopportazione, questo non breve excursus per poter illuminare un poco, entro la luce di un fenomeno generale, quel pochissimo che si può intravedere nella storia senese avanti il mille e anche un poco oltre. Chiusa fra Volterra ed Arezzo, Siena, fra le città toscane, aveva il territorio più ristretto; autosufficiente forse, per la colonia romana, il territorio, nella sua angustia è anche documento della modestia della colonia stessa. Ma nell'età longobarda l'importanza della città crebbe, come forte centro stradale, probabilmente per ragioni militari, che possiamo forse indovinare, ma non provare, il gastaldato di Siena si allarga ad oriente a spese di quello di Arezzo, a spese, almeno tendenzialmente, della diocesi di Arezzo, accrescendosi quasi di altrettanto quanto la sua ampiezza originaria. Manifesta la tendenza ad affacciarsi sulla Chiana[ 23 ] . Il territorio senese che, inizialmente, comprendeva nemmeno tutta la valle dell'Arbia e della Merse e della Staggia, che vedeva i territori di Arezzo e di Volterra spingersi fino a poche miglia dalla città, si allarga ora su Montalcino, S. Quirico d'Orcia, Corsignano, Montepulciano, Torrita, Sinalunga, Trequanda, Asciano, Rapolano, l'alta Val d'Ambra. I confini aretini sono stati arretrati di almeno una dozzina di miglia, in molti punti anche più. Ma i confini del gastaldato e poi comitato di Arezzo, non anche della diocesi di Arezzo[ 24 ] . Di qui la plurisecolare contesa, perché i confini della diocesi di Siena coincidessero anche con quelli del comitato di Siena, praticamente, dunque, per assoggettare alla chiesa di Siena le pievi aretine comprese nell'allargato comitato di Siena[ 25 ] . Ma quale fu l'atteggiamento della popolazione senese di fronte a questa contesa che, si è visto, come tutte del genere, toccava corde così sensibili dell'anima popolare? Non ne sappiamo molto; molto poco per gli inizi, un poco più per le successive fasi per le quali passò quella annosa questione.

  Ma si fa presto a dire: l'esser posta a un importante nodo stradale ha creato i presupposti materiali delle prosperità di Siena. Ma come ce la dobbiamo raffigurare concretamente, in atto, quest'ascesa demografica della città, questo processo di concentramento in un punto di un notevole gruppo umano? Purtroppo anche per Siena difettano le ricerche storiche sulla topografia della città, le sole che potrebbero darci qualche indizio almeno sullo sviluppo urbanistico, e, di riflesso, sull'incremento demografico, quelle ricerche che, invece, per le loro città, sono ora in gran voga, perfino con campagne di scavi, tra francesi, inglesi, tedeschi, svedesi, polacchi[ 26 ] . Da noi quasi non esiste un'archeologia medievale (come, del resto, un'epigrafia medievale: su questo punto siamo rimasti addietro ai nostri eruditi e antiquari del ‘700)[ 27 ] . È cosa ben curiosa che agli occhi degli studiosi dell'antichità, qualunque cimelio di essa, anche il più umile, logoro e vile, ha un pregio; mentre cimeli dello stesso tipo, quando siano dell'età medievale, sono considerati insignificanti, se non abbiamo un qualche pregio e segnificato artistico[ 28 ] . Come se poi, il Medioevo, per essere relativamente ricco di certi altri tipi di fonti scritte, potesse essere conosciuto a fondo, anche facendo a meno di quei modesti cimeli, che acquistano tanto valore agli occhi degli studiosi dell'antichità.

  Così, se possiamo farci un'idea sufficientemente precisa della topografia di Siena nel secolo XIII[ 29 ] , ne sappiamo assai poco e in modo vago e approssimativo per i secoli precedenti; che è come dire che di quel processo di incremento demografico, che è pure un momento essenziale della storia di Siena medievale, vediamo, su per giù, la conclusione, ma non le varie tappe, cioè quello che, storicamente, interesserebbe. Eppure, è patente, un incremento demografico c'è stato dal VII-VIlI secolo in poi. Ma come? Possiamo prospettare delle ipotesi. La popolazione aumenta, innanzitutto, o per aumentata prolificità o per diminuita mortalità o per tutte e due le ragioni insieme. Ma la prima ragione può aver cause morali e specialmente economiche, maggior sicurezza di vita, maggior possibilità di alimentazione, in definitiva un aumento di ricchezza; la seconda presuppone migliorate condizioni igieniche e, ancora, di alimentazione. Ma la popolazione di una città può aumentare anche per ragioni che sono al di fuori di essa, per riunione forzosa o spontanea in città di gruppi sparsi, per sinecismo, insomma (e a Siena ce n'è traccia probabile nel nome del terzo di Città, fors'anche nel plurale Senae[ 30 ] , o per immigrazione volontaria. Di tutte queste ipotesi, pare che valide al caso di Siena possano essere particolarmente quelle che prospettano la possibilità di incremento demografico come effetto di aumentata ricchezza e per immigrazione.

  Certamente, le attività economiche connesse con la viabilità, particolarmente favorevole a Siena da un certo momento in poi, dovettero accelerare il ritmo della vita cittadina; ma non si può poi sopravalutare troppo questo elemento. In questo senso lo slogan un po' crudo che mi sono permesso di lanciare sul principio, va sottoposto a qualche ragionevole limitazione, pur mantenendo, a parer mio, una sua generale validità. Certo, non era il turismo dei nostri tempi quello sulla via Romea. Qualche cosa avranno lasciato anche a Siena i pellegrini romei, per quanto stranamente nella mentalità del tempo l'idea di pellegrino vada connessa con l'idea di povertà se non addirittura di mendicità. E per i poveri, infatti, c'erano i xenodochi, gli ospizi e ospedali lungo la via, e ce n'erano anche a Siena, specie fuori porta Camollia[ 31 ] . Solo gli abbienti avranno lasciati qualche cosa nelle tasche di albergatori, pure documentati a Siena[ 32 ] , e qualche cosa più in quelle dei cambiatori di moneta; ma non può essere che su questo rivolo turistico, anche se di proporzioni certo notevoli per il tempo, vivesse e crescesse la città. Ci sarà stato, certamente, anche transito di merci, ma non si ha notizia di un mercato importante a Siena, voglio dire un mercato che servisse ben al di là dei bisogni economici della città[ 33 ] . Anche leggendo negli statuti, degli obblighi degli asinarii, portitores, vecturales o comunque si chiamassero, non si ha l'impressione che costoro servissero per il commercio diremo così internazionale: trasportavano grano, farina, vino, olio, mattoni da Santa Regina per il bisogno locale[ 34 ] , pur essendo direi certo, da un cenno del Constituto, che per il trasporto di altre merci di produzione senese, i produttori si servissero di loro dipendenti, suppositi nel linguaggio tecnico delle arti, non degli asinani, vecturales, portitores di mestiere[ 35 ] . Non pare che gli albergatori di professione fossero una categoria particolarmente importante. Del resto, una parte dei forestieri era ospitata presso privati, una parte presso hospitatores[ 36 ] , mentre gli albergatores erano quasi dei tavernieri e tenevano bottega anche di pane, olio e vino[ 37 ] . Insomma non si direbbe che per questa via del transito di uomini e di cose Siena fosse notevolmente cresciuta in ricchezza e quindi in numero di popolazione. Piuttosto, in relazione a questo movimento indubbiamente intensificato, si potrebbe avanzare un'altra ipotesi: trovarci, cioè, se non la ragione, lo spunto almeno per renderci conto come l'abitante di questa allora modesta città di Toscana, sperduta in un punto della via Romea, si slanci nel mondo delle speculazioni bancarie in paesi lontani. Lontani, sì, ma non proprio sconosciuti, perché intravisti nelle persone dei pellegrini provenienti proprio da quei lontani paesi. Anche al senese sedentario di allora, Francia, Germania, Inghilterra non dovevano apparire così remote e quasi mitiche come all'aretino, putacaso, o allo spoletino, per i quali l'incontro con francesi, tedeschi inglesi non doveva essere, come per il senese, un fatto quasi quotidiano. Ma se questo fosse vero, ne verrebbe che tutti gli abitanti delle città poste lungo la via Romea o francigena, da Piacenza a Lucca, a Viterbo, a Roma dovessero essere predisposti alle relazioni d'affari con i più lontani paesi cristiani d'Europa. Lasciamo stare i romani, che hanno sempre avuto e ancora hanno, i romani autentici, il sentimento un po' tronfio e orgoglioso del cittadino della città-santuario per eccellenza, compiaciuto di essere ricercato e ammirato da altri, ma non poi molto desideroso lui di girare e conoscere il mondo. Il romano del Medioevo, quando non fosse un prelato per ragion del suo ufficio, non viaggiava molto, anche se Roma dava pur essa il suo buon contributo agli italiani commercianti in Italia e fuori[ 38 ] . Ma perché il lucchese[ 39 ] e il senesi sì, e non il viterbese? Qui siamo di fronte alla stessa inspiegata ragione, per cui, sullo stesso mare, con la stessa disponibilità di risorse naturali, è marinaio il viareggino e non il livornese, l'uomo di Camogli e non quello di Chiavari. Probabilmente qui è l'esempio di uno, di un primo, innovatore, un po' avventuriero, che si trascina dietro gli altri. Non sapremo mai chi fu il primo senese che si arrischiò alla fiere di Champagne[ 40 ] , che varcò la Manica e si mise a trafficare presso i re inglesi e i loro grandi abati e baroni, prestando, speculando, facendosi pagar caro, da usuraio, tutte le incertezze, le disavventure, i pericoli del forestiero sperduto e solo in un paese che lo accoglieva, perché ne aveva bisogno, ma non lo amava. Uno storico tedesco, il Jung, ci ha raccontato con la solita diligenza degli eruditi di lassù, di tutti gli inglesi che percorsero la via Romea nei secoli più bui del Medioevo, e quindi passarono anche per Siena, come, sulla fine del secolo X, quel Sigerico, arcivescovo di Canterbury, al cui diario o piuttosto scheletrico itinerario è dedicato lo studio di quello storico[ 41 ] . Non è improbabile che attraverso queste conoscenze i senesi più spericolati, e avidi anche, uscissero dal loro guscio e imparassero le vie del mondo[ 42 ] .

  Ma questa dei Senesi espatriati, sia pur soltanto provvisoriamente espatriati[ 43 ] , a lucrare in Francia e in Inghilterra, dai primi anonimi, forse del secolo XI, ai grandi nomi dei Bonsignori, dei Tolomei, dei Salimbeni, ecc. ecc. del secolo XIII[ 44 ] , è solo fino a un certo punto storia di Siena; non certo più di quanto sia storia d'Italia la storia degli emigrati italiani, anche se emigrati per sempre, nelle due Americhe; perché non si ha notizia, per i secoli di cui discorriamo, di senesi stabilitisi definitivamente in Francia o in Inghilterra o altri paesi europei, come avverrà, invece, poi, ma più per ragioni politiche e religiose, nei secoli posteriori, fino a quel senese Particelli d'Emery, finanziere avventuroso, contro il quale appuntò i suoi strali Voltaire[ 45 ] . Ma è poi storia di Siena, in quanto quei lucri sulle «piazze» di Francia e d'Inghilterra non andavano tutti in nuovi investimenti in quei luoghi, ma almeno in parte rifluivano a Siena, quelle che si direbbero ora le «rimesse» di quei singolari emigranti. In che cosa andassero poi spesi qui a Siena quegli onesti e meno onesti guadagni, non si saprebbe sempre bene precisare: non solo in opere di magnificenza e di ostentazione di potenza e di fasto personali, in palazzi, in torri, in vesti, in sponsali e funerali (le occasioni più costose nella vita ordinaria di allora) o in sperperi paradossali, come quelli della brigata spendereccia[ 46 ] , ma in acquisti di case e terre, per i redditi che davano, ed anche nel commercio di importazione e di esportazione, ma non certo nella misura che anche gli stessi senesi esercitavano, accanto alla speculazione bancaria, in centri ben meglio dotati di Siena per il commercio, Pisa, Venezia, Genova, Marsiglia, Ancona, le piazze di Francia, di Fiandra, d'Inghilterra[ 47 ] . Non si sfugge all'impressione che Siena fosse, in anticipo, un parallelo storico di ciò che fu, tre secoli dopo, Augusta in Germania. Anche Augusta per quasi mezzo secolo, fu il centro bancario d'Europa; ma le ricchezze favolose dei suoi grandi banchieri, i Waiser, i Fugger, rimasero fortune di famiglie, non della città, non ne promossero sensibilmente la prosperità e la città restò sempre addietro a Francoforte e a Norimberga, ferventi l'una di traffici e l'altra di industrie[ 48 ]. Il danaro ha anche questa maledizione: che in sé è un bene egoistico, infecondo, quando non sia immesso a moltiplicare le possibilità di lavoro.

  Si tocca qui un tasto che ha richiamato l'attenzione di tutti gli studiosi di storia senese; e poiché questa storia, tradizionalmente, è intesa un po' sempre in motivo dialettico con quella fiorentina, nessuno ha potuto non rilevare che, in confronto con Firenze, l'industria a Siena ha sempre avuto una parte piuttosto modesta. Non si parla, si capisce, della produzione artigiana per il consumo cittadino e del territorio senese, che poteva occupare un numero sempre piuttosto ristretto di persone; ma si intende dire della produzione industriale per un mercato, in certo senso, internazionale, cioè ben al di là della capacità di assorbimento del territorio senese. Questo tipo di produzione era, nel Medioevo, come tutti sanno, principalmente l'industria tessile; ma anche tutti sanno che questa a Siena non raggiunse mai uno sviluppo ragguardevole. Lo dicono gli stessi senesi contemporanei nel solenne linguaggio del loro Constituto; «cum ars lane ob defectum aque, qua caret, non possit augmentari nec fieri, ex qua arte quam plures familie civitatis Senarum conducebant actenus vitam suam»[ 49 ] . Conducebant: tempo passato, con una nota di rimpianto, e si era appena alla metà del Dugento e già al limite massimo delle possibilità nel campo dell'industria tessile.

  Ma se né la ravvivata viabilità né la produzione industriale, sempre su scala non vasta, non bastano a spiegare completamente quel crescere di Siena, per numero di abitanti e per estensione topografica urbana, che è pure molto probabile dal VII-VIII secolo e indubitabile da almeno l'XI secolo, resta da domandarsi come e perché quel fenomeno si sia verificato.

  L'immigrazione della campagna dovette essere notevolissima. Non per nulla una commissione comunale è incaricata di rilevare, contrada per contrada, gli immigrati negli ultimi cinque anni «et unde venerunt et si habitant Senis secundum formam constituti Senarum vel non»[ 50 ] ; e non per nulla il Constituto del 1262 dedica ben 26 rubriche alla concessione della cittadinanza agli immigrati, sottoponendola a varie condizioni, fra cui la più significativa era che non fossero servi di «boni homines de civitate»[ 51 ] . E in altra rubrica si spiegava che queste immigrazioni avvenivano «pro comodo et augmento civitatis», cioè si voleva l'afflusso in città degli elementi economicamente e socialmente più elevati del contado[ 52 ] . Ma se nè le attività commerciali né quelle industriali erano tali da richiedere sempre nuova mano d'opera, che cosa venivano a fare a Siena tutti quegli immigrati, in che consisteva quel «comodum et augmentum civitatis»? Non venivano a formare ed ingrossare le file dei disoccupati, tanto più che non pare si trattasse di mano d'opera qualificata? Eppure la disoccupazione è, non dico un problema, ma una condizione sociale di fatto, che i governanti senesi sembrano ignorare. Non se ne parla mai, non se ne trova la minima traccia nella legislazione. Si può ben concedere che i governanti del comune fossero estranei ad ogni sensibilità sociale, che rubricassero (ma questo si fece dappertutto fino alla Rivoluzione francese ed oltre) quel fenomeno come «pauperismo», e perciò di competenza degli enti, ecclesiastici, di beneficenza, ai quali infatti il comune si impegnava a dare dei contributi notevoli; né saremo certo noi, ai nostri giorni, a meravigliarci di questa partita in giro. Per la beneficenza, a Siena, il podestà non poteva spendere più di denari 12 al giorno[ 53 ], cioè la somma risibile di poco più che 18 lire all'anno, quando di lire ne poteva spendere 5 per il conferimento della dignità cavalleresca, la quale, naturalmente, interessava soltanto le classi più alte e quelle basse solo come spettacolo[ 54 ] . Di Firenze si sa che in un momento di floridezza o almeno non di crisi acuta, annoverava più di 17.000 adulti viventi di mendicità, su una popolazione di forse 100.000 abitanti[ 55 ] : come se ora avessimo 8 milioni e mezzo di disoccupati. La bellezza, la ricchezza, l'energia di vita delle città medievali e rinascimentali italiane tanto celebrate da storici, letterati, esteti, grondavano anche del sangue, è bene ricordarlo, di queste sciagure umane.

  Qualcuno — uno storico e sociologo geniale quale Max Weber[ 56 ] — ha pensato, non invero per il caso di Siena, ma in generale, che le condizioni igieniche delle classi più umili della popolazione fossero così disastrose, la mortalità, specie la mortalità infantile così spaventosa[ 57 ] , che le falcidie potevano e dovevano sempre essere risarcite da queste immigrazioni dalle campagne, se non si voleva che la città andasse incontro a un rapido spopolamento. È un'ipotesi, ma niente più che un'ipotesi, di cui solo ricerche precise — in quanto attuabili — potranno confermare o contestare la validità.

  Ora, in tutta questa politica rispetto all'immigrazione del contado, un aspetto si rileva preponderante: la precisa volontà di fare delle città il centro, non soltanto politico, ma economico del contado, di un contado sempre più vasto, di far sì che la vita economica e politica del contado sia in funzione della città, subordinata agli interessi politici ed economici di essa, di fare della città il punto di concentramento e di sfruttamento di tutte le risorse del contado. Non voglio certo negare ciò che è l'evidenza stessa, che, cioè, tutte le campagne militari e, nel caso di Siena, più spesso le energiche pressioni per esigere dai residui feudali formicolanti nei castelli attorno alla città fino ai più lontani, verso l'Amiata e la Maremma, dagli Scialenghi ai Soarzi, dai Manenti ai Visconti di Campiglia, miravano a dar respiro alla città, soggiogando elementi prepotenti, fuori da ogni legge, militarmente pericolosi; né voglio negare che il comune crescente mirasse anche a liberare le strade da pedaggi odiosi e soperchierie inaudite[ 58 ] : un'impresa su Radicofani, così lontana, anche se ancor visibile all'orizzonte senese, già ai primi albori della vita comunale, certo risponde a una «politica delle strade» e farebbe pensare a chi sa quali sviluppi di traffici cittadini, che esistevano sì, ma non nella misura supposta; non è da escludere che si volesse assicurare il transito per una via importante come la Romea, ma anche partecipare ai lucri dei pedaggi imposti ai forestieri. È significativo che la prima cosa che il podestà senese doveva giurare di mantenere, era, subito dopo le istituzioni religiose della città «stratam per totum comitatum Senarum atque districtum»[ 59 ] .

  Ma le ragioni economiche di tutta questa politica di assoggettamento dei residui feudali mi sembrano prevalenti. Quei residui feudali rappresentavano non soltanto dei nuclei politico-militari, in quanto si appoggiavano a castelli e ad obblighi di prestazioni militari da parte delle genti viventi nella giurisdizione di quei castelli, ma rappresentavano anche dei nuclei economici, in quanto a quei castelli e ai loro «domini» facevano capo anche tutte le risorse economiche di quelle particolari circoscrizioni, i prodotti agricoli, le prestazioni personali di lavoro, corvées, angarie ecc. ecc., i diritti di mercato esercitati all'ombra di quei castelli, i redditi degli oneri fiscali, sotto molteplici denominazioni, finiti, per usurpazione e consuetudine, nelle mani di quei «domini» incastellati.

  La città vuole eliminare radicalmente quella pluralità di centri economici e ridurre tutto a un centro unico, quello cittadino. In un certo senso, la città comunale funziona anch'essa come un grosso castello, ma un castello unico che vuole eliminare e assorbire tutti gli altri. Qualitativamente, come morfologia sociale, non c'è poi molta differenza fra i «domini» dei castelli e il gruppo dirigente della politica cittadina nel primo secolo comunale; non è una contrapposizione di borghesi a feudali, non almeno, in Italia, e non a Siena[ 60 ] . Quei dòmini dei castelli sono, generalmente, un consorzio gentilizio, spesso molto fitto di rami, che gestisce insieme beni comuni, redditi, diritti[ 61 ] . Ma anche il gruppo dirigente cittadino è, in certo senso, un consorzio; non un consorzio tenuto insieme da vincoli di sangue, più o meno lontani, per quanto non siano da escludere in parte nemmeno questi, ma da comunità di interessi, nella comune gestione di beni, diritti, redditi della città e della sua chiesa. Sulla base di queste affinità di ordine sociale, fra classe dirigente cittadina e residui feudali del contado, è possibile, passato il momento della lotta, una solidarietà politica: la classe dirigente cittadina è disposta ad aprirsi, ad accogliere nel suo seno, in definitiva ad assorbire i «dòmini» dei castelli, ma a patto che tutti quei diritti, beni, redditi, prestazioni militari, finanziarie, personali che facevano capo finora al castello, si accentrino ora nella città e a beneficio della città o più concretamente del gruppo dirigente. Quelli ex dòmini sono spogliati delle loro anarchiche libertà e della illimitata disponibilità dei loro beni e diritti, ma vengon poi a beneficiare, col gruppo dirigente cittadino della ben più larga massa di beni, diritti, redditi che la città vien rastrellando in tutto il contado e al di là del contado[ 62 ] . È per questo che nei giuramenti di sottomissione, la città vuole, ben distinti, il giuramento dei «dòmini» e il giuramento degli uomini fino allora da quelli dipendenti, con varia gradazione di obblighi. Quei dòmini, privati della dipendenza dei loro uomini, contano poco o nulla; se vogliono conservare il loro rango sociale hanno tutta la convenienza a piegarsi, ad entrare nel gruppo dirigente comunale[ 63 ] . È tanto vero che, rispetto agli uomini dipendenti del contado, la città si sostituisce ai vecchi signori, ma, in fondo, senza sovvertire l'ordine feudale, anzi inserendovisi dentro, che essa stessa ridà loro in feudo ciò che ha ad essi strappato; ed essi, in un di codesti atti di soggezione, si dichiarano «procuratores... civitatis pro possessione civitati querendo et retinendo»[ 64 ] .

  Questo gruppo dirigente, nella solidarietà dei suoi interessi si mantiene abbastanza compatto per un buon secolo. È pur significativo che il primo console noto di Siena sia un membro della famiglia Maconi e che 80 anni dopo un altro personaggio della stessa famiglia appaia come podestà[ 65 ] . In sostanza, si era trattato di una oligarchia, la quale, nell'insieme, all'aprirsi del secolo XIII, poteva guardare con compiacimento a quello che essa aveva saputo fare per l'onore, il prestigio, la potenza della città. Ma per l'appunto, aprendo più vasti orizzonti alla vita senese, aveva, indirettamente, promosso il sorgere di nuove forze economiche e sociali fuori dal suo cerchio ristretto. E queste nuove forze cominciavano a premere, non si rassegnavano più a vivere in minorità politica, volevano anch'esse aver parte a determinare i destini politici della città, per quanto non si possa dire che gli orientamenti politici di Siena — quelli perseguiti finora dalla prima oligarchia comunale — contrastassero gli interessi di queste nuove classi, emergenti, anzi proprio grazie a quella politica. Non dunque opposizione e conflitti di interessi sociali, ché non si trattava di fare una politica diversa da quella che la oligarchia, chiamiamola così, consolare aveva fatto finora; bensì di avere parte direttiva in questa politica, accanto al vecchio e non detronizzato gruppo dirigente. Non detronizzato e che nemmeno si voleva detronizzare, in fondo; lo mostra il fatto che le vecchie famiglie consolari sono sempre in prima linea nei consigli del comune, nelle cariche più importanti, del camerlengo e dei quattro provveditori di Biccherna, nei 13 emendatori del Constituto[ 66 ] .

  Può essere dubbio che già nel 1201 esistesse a Siena un comune di popolo[ 67 ] , di coloro che militavano a piedi, di contro al comune tradizionale, il comune dei nobili che militavano a cavallo; ma comunque si possano interpretare questi e altrettanti documenti che ricordano organizzazioni militari popolari, pare indubbio, fors'anche in relazione alla politica di potenza più spiegata che ora mette in opposizione Siena non a soli feudatari di campagna, ma continuamente, oramai, a grandi comuni e grandi signori come gli Aldobrandeschi, pare indubbio che le organizzazioni militari popolari — come del resto le organizzazioni economiche delle arti, specie la utraque mercantia (la guerra esige e inghiotte danari) — facciano sentire sempre più il loro peso anche politico[ 68 ] . Ma è solo dal 1213 che un'azione politica delle classi popolari — da intendersi non come totalità della popolazione esclusi i milites, ma come gli elementi più forti, più attivi, più economicamente indipendenti del «populus» ben definibili verso l'alto, ma in sfumature imprecisabili verso il basso, verso l'infima plebe — è solo dal 1213 che quest'azione politica delle classi popolari si manifesta entro linee abbastanza precise. Avvennero in quel'anno gravi tumulti, con assalti popolari alle torri dei nobili, ma col concorso di nobili capeggianti le forze popolari contro altri nobili[ 69 ] ; i capi dell'organizzazione popolare furono condannati a una forte ammenda, che di fatto non fu pagata da loro, ma dalle casse comunali, probabilmente pro bono pacis[ 70 ] . Il 1216 dovette essere un anno di altri torbidi, se venne meno la magistratura podestarile[ 71 ] . Ma il culmine della agitazione si ebbe nella primavera del 1218: lo stesso legato papale cardinale Ugolino d'Ostia, il futuro papa Gregorio IX, dovette intervenire con estrema energia. Si erano formate dell'altre società popolari, giurate; il podestà, un parmigiano, era stato costretto a riconoscerle dopo che queste glì avevano pertinacemente negato il giuramento di fedeltà, atto di patente insubordinazione al comune; si erano aperte le porte, in questa società, anche a credenze eretiche, che il cardinale legato, non si sa con quanto esatta cognizione di causa, ma con buon espediente polemico, collegava con gli Albigesi[ 72 ]. Una di queste società si chiamava «della scarpetta», il che può essere significativo, se si ricordi che la rozza scarpa artigiana e contadina riappare varie volte nel Medioevo fino alla guerra rustica di Germania, in anticipo sulla falce e il martello, quale simbolo in vessillo delle rivendicazioni sociali, specie contadine[ 73 ]. Per allora, fors'anche sotto il peso di quest'accusa di eterodossia, il movimento popolare fu represso, la pace civile tornò a Siena e il cardinale, divenuto papa, se ne poteva ricordare con compiacimento ancora nove anni dopo[ 74 ] . La classe nobiliare e probabilmente anche i gruppi più elevati dello stesso «populus», i moderati, avevano vinto: alcuni dei loro rappresentanti assistono il cardinale legato nella solenne pronuncia di scomunica contro i partecipanti a quel moto sovversivo, politico e religioso e fors'anche, negli estremisti, sociale. Per un ventennio e più non se ne sente più parlare; non nel senso che le organizzazioni popolari siano state distrutte; esse vivono, ma manifestamente sotto l'ispirazione di elementi più moderati, che le portano tuttavia lentamente a definitive conquiste, con il costituzionale riconoscimento del loro organo rappresentativo, il consiglio dei XXIV[ 75 ] .

  Ma nel 1240 le lotte ripresero: il podestà dell'anno, un modenese, fu cacciato, e sostituito col capo del movimento popolare, Ildebrandino di Guido Cacciaconti, che non era affatto un popolare, ma proprio un membro della classe nobiliare e fra i più eminenti, nella quale era entrato dopo che i suoi avi, conti della Scialenga, signori di Asciano e di tutta una serie di castelli fra il Senese e l'Aretino, avevano fatto atto di soggezione al comune[ 76 ] . Finalmente, una figura che, nel troppo anonimato dei dirigenti senesi fino a questo tempo, riusciamo a vedere un poco precisamente[ 77 ] : della stoffa, di cui altrove, già in questo tempo, si cominciavano a fare i «signori», un transfuga della sua classe sociale, che si acquista le simpatie popolari, come ha quelle di Federico II, che due anni innanzi l'aveva fatto podestà di Padova. È con lui che la parte popolare trionfa[ 78 ] , ma non schiaccia né elimina la vecchia classe dirigente[ 79 ] ; le si mette accanto, su un piede di parità[ 80 ] , con l'imposizione, per la costituzionalità di ogni atto importante, del consiglio del XXIV. Il processo di affermazione popolare, accanto alla vecchia nobiltà e al suo comune, si conclude verso il 1253 con l'istituzione del capitaneus populi Senensis .

  Ma tutto questo processo, tranne, forse, nei moti del 1218, non ha carattere di rivoluzione sociale; ché non ha questo carattere la rivendicazione di una più equa ripartizione degli oneri tributari[ 81 ] . Si tratta, in sostanza, di un allargamento della base politica su cui era fondato il comune. Ma non perciò la politica comunale, né nei suoi rapporti esterni, nè in quelli interni, si muove verso vie nuove, ispirate da nuove esigenze. Nei rapporti con le potenze circostanti o lontane, come il papato e l'impero, o, più ancora, con gli altri comuni, Firenze, Arezzo, Orvieto, Pisa, o con i grandi signori Aldobrandeschi, la via è presegnata né può essere mutata. Ma nemmeno nella politica interna è dato di vedere una diversità di indirizzo politico rispetto ai problemi della vita comunale, economici, finanziari. Sotto questo riguardo, il Constituto del 1262, che è ispirato dal reggimento paritario nobiliare-popolare dei XXIV, potrebbe benissimo essere stato scritto dalla vecchia oligarchia nobiliare, salvo un qualche sospetto verso le vecchie magistrature[ 82 ] ; e non per nulla, infatti, conserva disposizioni, anche importanti, che risalgono ai vecchi tempi consolari del sec. XII[ 83 ] . Ancor nel settembre 1254, dunque esistente già il capitano del popolo, si prendeva la decisione, su richiesta dei consoli dei mercanti e dei pizzicaioli, cioè dei mercanti al minuto, che chiunque dei loro dipendenti fosse stato da essi consoli bandito, vale a dire messo fuori dalla protezione della legge comunale, fosse considerato e trattato a codesto modo, con tutte le relative conseguenze, dal podestà, come se fosse un bandito del comune[ 84 ] . Una politica «sociale» di tal genere fa intendere meglio di qualunque disquisizione sottile, qual fosse la vera natura del «populus» venuto al potere a Siena.

  Dunque, nessun profondo rivolgimento nella politica senese per l'avvento del «populus»; tanto meno nei rapporti con le altre città toscane. Non che proprio vi si possa applicare automaticamente il panorama a scacchiera che, secondo quel fine ed acuto storico dei comuni nostrani che fu Nicola Ottokar, sarebbe lo schema generalmente valido per determinare i rapporti fra città e città[ 85 ] ; schema per cui una città sarebbe, hobbesianamente, nemica di tutte le sue vicine, e amica dei loro nemici; e così per cerchi sempre più larghi. Ma lo schema, se vale per i rapporti ostili con Firenze, Lucca, Genova, e amichevoli con Pistoia e Pisa, non vale poi per i rapporti con Arezzo e con Orvieto, con la quale ultima per lungo tempo furono rapporti amichevoli[ 86 ] (e lo si potrebbe spiegare, in ossequio allo schema, con le interferenze di Firenze nelle cose di Montepulciano e di Montalcino, e con la comune ostilità verso gli Aldobrandeschi di Maremma); ma che non spiega poi più quando i rapporti si raffreddano e si fanno apertamente ostili[ 87 ] , pur continuando le interferenze fiorentine nelle zone meridionali del Senese, una vera azione di accerchiamento che poteva essere mortale per Siena.

  E infatti i rapporti con Firenze furono veramente per Siena il pernio su cui si orientarono e si determinarono anche quelli con le altre città e potentati; e furono sempre, almeno per il tempo di che qui si discorre, di latente o aperta ostilità, con rare schiarite, quando le due rivali si trovassero a dover fronteggiare ad un tempo un pericolo comune o a sottostare a un potere che sapesse, per il momento, tenerle a freno entrambe, che fu il caso dell'Impero per un breve giro d'anni; o nel caso che fossero distolte, sempre per il momento, da due diversi pericoli con temporanei, i quali consigliassero di sospendere il conflitto diretto, per potersi, separatamente, applicare a risolvere le proprie diverse questioni; che fu il caso, nel 1201 di Siena contro Montalcino e di Firenze contro Semifonte[ 88 ] . Ma chiuse le due diverse partite, la rivalità riarse più spietata, più ad oltranza che mai.

  La situazione fu, in partenza, svantaggiosa, se non addirittura disastrosa per Siena; in definitiva, anche quando le apparenze mostrarono il comune senese in veste di aggressore, fu sempre in posizione difensiva, per liberarsi da una stretta che lo soffocava. Il vizio di nascita di Sena Julia, l'essere sopraggiunta tardi, quando già le vecchie città ertusche, Fiesole, Volterra, Arezzo, si erano formate un proprio territorio, l'esser venuta al mondo un pò come un incomodo, come un figlio tardivo che turba un'eredità già precostituita, rappresenta un dato ineliminabile, del quale non si saprebbe sopravalutare l'importanza. Quel vizio di nascita è presente, come una sorta di predestinazione, in tutta la storia medievale di Siena; ne segna l'inevitabilità del conflitto con Firenze e anche il fatale epilogo di quel conflitto. E per quella nascita tardiva, per segmentazione dai territori di Volterra e di Arezzo, ma non di Fiesole, che il territorio di Fiesole, ereditato da Firenze, per l'unione dei due comitati e quasi anche delle due diocesi, serra a nord Siena fin quasi alle sue porte fino a Quercegrossa, a Vagliagli, a Stomennano[ 89 ] . Siena, come cercò e riuscì a liberarsi dalla stretta, ad acquistare respiro a oriente e a occidente, contro Arezzo e contro Volterra, tentò disperatamente di ributtare indietro i fiorentini, di ricacciarli giù nella Valdelsa e nel Valdarno. La lotta estremamente dura e accanita per Poggibonsi ebbe questo significato per i Senesi, anche a costo di costruirsi con le proprie mani in Poggibonsi un centro mercantile — purché non fosse fiorentino — che aveva dalla sua dei buoni numeri naturali, anche forse più di Siena, per eventualmente rivaleggiare con essa[ 90 ] . E pure strano che Siena, anche dopo l'effimera vittoria di Montaperti, non abbia tentato di spostare a nord quell'incubo di confine opprimente. Ma dovette tener conto delle ragioni dei ghibellini fiorentini, che erano pur suoi alleati, cobelligeranti, ma fiorentini prima che ghibellini, come ben mostrò Farinata; e dovette tener conto di un ethos politici, a cui Siena stessa partecipava intimamente: l'intangibilità del confine diocesano, specie quando era sorretto da un forte sentimento di patriottismo civico, che vedeva in esso il patrimonio intangibile, l'onore della chiesa cattedrale e del suo patrono.

  Così Siena, vistesi sbarrate le vie del nord, le uniche proficue per una politica di egemonia toscana, rimediò, e in genere con fortuna, verso i punti di minor resistenza, dilatando il suo dominio sulle terre della Tuscia meridionale, a spese del comitato di Chiusi e del comitato palatino degli Aldobrandeschi. Ma quella era una Toscana periferica, men popolosa, selvatica, spesso impervia, fra l'Amiata e la Maremma. Avevano voglia i Senesi di sognare sbocchi sul mare, che anche quando li ebbero, in Talamone, più tardi, poco o nulla fruttarono; di stabilire depositi di merci a Grosseto[ 91 ] ; di assoggettare i punti chiave della regione. Ma era sempre una Toscana minore, di modesta importanza economica e politica. Il cuore della Toscana, la cerniera con la Lombardia, con il mondo europeo-occidentale in fase di crescente, rapido sviluppo, era pur sempre sull'Arno, fra Firenze e Pisa. Siena, con la sua politica di espansione al mezzogiorno si poneva sempre più al margine di quel mondo.

  Anche il suo cosiddetto tradizionale ghibellismo trova qualche spiegazione nella luce di questo destino storico. Non che il declino politico di Siena si spieghi col suo ghibellinismo, quasi che il crollo di quell'aggruppamento politico in tanta parte d'Italia coinvolgesse, necessariamente, anche il destino di Siena; e nemmeno che quel ghibellinismo fosse, unicamente, il contrapposto polemico al guelfismo di Firenze; ché Firenze, almeno nel ‘200 e avanti Montaperti non fu sempre guelfa, né ivi sempre guelfismo significò adesione alla parte della Chiesa, ché anzi al principio fu proprio il contrario[ 92 ] ; né mai a Siena il ghibellinismo fu, come a Firenze il guelfismo, almeno dopo Benevento, sinonimo di ortodossia politica e di patriottismo civico. Vero è che la oligarchia consolare prima, poi essa insieme con gli esponenti del «populus» credette di tutelare meglio gli interessi della città assumendo un atteggiamento remissivo di fronte all'autorità imperiale, non permettendosi dei gesti di aperta sfida che talvolta si permise Firenze; ma non si può affermare troppo recisamente che questo atteggiamento divenisse la tradizione politica della città. Ma certo, non si può negare che in momenti salienti di conflitto fra i due massimi poteri del Medioevo, Siena tenne, in genere, per l'Impero. Così, per non dire di tempi più remoti, nei 18 anni che videro opposti il Barbarossa e Alessandro III, che pur era senese, Siena stesse per l'imperatore, scacciò il suo vescovo Ranieri, la figura certo più grande fra i presuli di Siena medievale, sotto le cui ali protettive il comune si era fatto le ossa[ 93 ] ; ospitò nelle sue mura, nel febbraio-marzo del 1172, una grande riunione di tutti i seguaci dell'Impero dell'Italia centrale[ 94 ] ; nei tre anni fra l'ottobre 1227 e l'agosto 1230, in cui Federico II subì la prima scomunica, i Senesi agirono un poco come gli esecutori dello scomunicato nelle faccende interne di Montepulciano, col trasparente disegno di eliminare i fiorentini[ 95 ] . Ma è un ghibellinismo che si permette, in quegli stessi anni, delle libertà, quando gli fa comodo; e così, all'indomani della scomunica, nel dicembre 1227, sono ben lieti di avere un buon pretesto contro lo scomunicato per distruggergli dalle radici l'incomodo castello d'Orgia, troppo vicino a Siena[ 96 ] : ghibellini sì, ma non troppo! E così, nei lunghi 11 anni della seconda scomunica dello Svevo, i senesi si lasciarono coinvolgere anch'essi nella stessa scomunica[ 97 ] , dalla quale saranno liberati solo dopo la morte dell'imperatore; danno anch'essi i contingenti loro richiesti alle varie imprese militari di Federico in Lombardia e in Romagna, ma i «guelfi» fiorentini non fanno diversamente[ 98 ] ; e quando le richieste imperiali si spingono fino all'inaudita pretesa di mandare quei contingenti in Germania, rifiutano i fiorentini, ma rifiutano anche i senesi[ 99 ]; e sulla fine di quegli undici anni, quando le fortune politiche e militari dello Svevo manifestamente declinano, i fiorentini fanno la resistenza attiva, e i senesi quella passiva, si schermiscono, non si vogliono compromettere[ 100 ] .

  L'episodio di Montaperti e quel che ne seguì per un decennio, certo, è ghibellinismo schietto, ma dettato non da un ideologia o da una tradizione politica, bensì dalla volontà fredda di approfittare dell'avvento di Manfredi al trono di Sicilia per fare pagare care agli odiati fiorentini le umiliazioni del decennio trascorso, massima quella di aver dovuto giurare loro, nel luglio del ‘55, un «eterno legame d'amore», come dice beffardamente il testo del trattato[ 101 ] . Se mai, a proposito del ghibellinismo senese, questo si dovrà dire: che mentre l'oligarchia di governo consolare era stata più duttile nei suoi orientamenti politici e nell'adattare questi alle situazioni, l'insegna del ghibellinismo, con tutto ciò che poteva avere di passionale, pare sia stata fatta propria più specielmente dal «populus»: quell'Ildebrandino di Guido Cacciaconti che n'è il capo, con le caratteristiche, un poco, a quanto pare, del demagogo, è un fanatico fautore degli Svevi[ 102 ] ; e con la caduta del ghibellinismo tramonterà anche il potere politico del «populus» di Siena[ 103 ] .

  Così, nel fatto di guerra culminante di Montaperti sembrano venire come a un nodo tutti i motivi e i problemi della storia senese; ma Montaperti non li risolse, perché non poteva risolverli; ed in questo senso Montaperti è un episodio, non una svolta storica nella storia di Siena, non una specie di appuntamento che la storia offrisse al destino di Siena e che essa potesse cogliere o mancare. Lasciamo stare che come evento puramente militare, Montaperti fu dovuto solo in parte alle forze senesi[ 104 ] , ma non meno e forse più alla occasionale presenza dei contingenti tedeschi, lombardi e pugliesi di Giordano di Angiano; lasciamo stare che non è più il caso di giudicare Montaperti con l'animo, del resto degno di ogni rispetto, di quei padri del Risorgimento commiseranti il sangue fraterno sacrilegamente sparso e pronti forse a ridare a Firenze, in espiazione, il pennone del carroccio (se è proprio fiorentino) [ 105 ] come restituivano da Genova a Pisa le catene del Porto Pisano in espiazione della Meloria; lasciamo stare che nella situazione reale di allora, nel ‘200, e nello spirito del tempo, Montaperti fu un ennesimo episodio della lotta che gli stati (e Siena rispetto alla rivale Firenze era un vero stato) sempre hanno combattuto, finora, per la loro esistenza, bene o male intesa. Ciò che conta è che quella vittoria, comunque conseguita, non poteva distruggere i dati della natura e della storia, che non erano a favore di Siena.

  Ozioso, e anche leggermente comico, discutere ora se fu o non fu un errore non «torre via Fiorenza» allora; è evidente che solo una momentanea congiuntura politico-militare poté assicurare a Siena l'egemonia politica in Toscana, ma solo per qualche anno; non è necessario il senno del poi per capire che Firenze si sarebbe risollevata[ 106 ] ; né indulgere alle fumose teorie della geopolitica per concedere che il centro vitale della Toscana è lì, in quella conca d'Arno, come il centro della Lombardia è a Milano, la quale fu davvero «tolta via» due volte almeno, e radicitus , nella sua storia, nell'età gotica con una susseguente eclisse di almeno tre secoli, e nell'età sveva[ 107 ] ; ma sempre risorse, non perché i milanesi fossero dotati miracolosamente di uno spirito particolarmente indomito, ma per la stessa ragione, quasi direi gravitazionale, per la quale le acque scendenti dai monti in mille rivoletti, si raccolgono al piano.

  Ora, questo è particolarmente mirabile nella storia dei Senesi: la loro sfida continua contro condizioni della natura e della storia che congiuravano a lor danno. È quasi un paradosso che questo volto incantevole della città, che desta la stupìta ammirazione universale, sia, sostanzialmente, il volto che la città assunse non nel periodo dell'ascesa, quello di cui si è sommariamente discorso stasera, ma nella fase dell'arresto, del ristagno, anche dell'incipiente declino politico ed economico; ma nella maestà delle sue chiese, nella monumentalità gotica di tanti suoi palazzi pubblici e privati, nella cura mai intermessa a pro' di istituzioni, anche di cultura, primissimo lo Studio generale, si esprime una volontà, in certo senso, proterva contro il destino maligno, una volontà di conservare a dispetto di tutto, alla città un tono di alta civiltà urbana, quale — fuor che a Firenze — non si riscontra in tale misura e con così imperterrità continuità, in nessun'altra delle città della vecchia Toscana comunale. Insomma: una ben singolare, strana, cara città.

 

1 Non è il caso — e sarebbe, del resto, fatica inutilmente impiegata — di nemmeno tentare un elenco bibliografico su quel fatto d'armi, salito a universale rinomanza (come, del resto, Campaldino) più che per la sua portata storica in sé, per essere stato ricordato da Dante a proposito di una delle figure più drammaticamente potenti della sua «Commedia». Ma solo gli specialisti sanno della battaglia di Castel del Bosco (21 luglio 1222), che veramente pose le fondamenta all'egemonia fiorentina in Toscana, o di quella di Colle (1269), che è pur ricordata da Dante ( Purgatorio XIII, 115), ma nell'episodio di Sapia, che non può contendere per notorietà con quello di Farinata né con quello di Buonconte da Montefeltro. Nella straboccante bibliografia su Montaperti, se mai, può sorprendere un aspetto negativo: il fatto che, mi pare, nessuno abbia ricordato come Montaperti cada nell'anno profetato dall'abate Gioacchino da Fiore come l'inizio della terza età dello Spirito, e nell'anno del movimento dei flagellanti e delle pacificazioni fra città, movimento che partito da Perugia si allargò a gran parte dell'Italia e anche fuori d'Italia, ma non frenò gli odi profondi in Toscana (cfr., per la voce di un contemporaneo, fra S ALIMBENE , Cronica , ed. di F. Bernini, Bari, Laterza, 1942, I, pp. 146-148).

2 Basterà ricordare Uberto Benvoglienti, del quale è nota la collaborazione data al XV volume (quello contenente le cronache senesi) dei Rerum Italicarum Scriptores del Muratori. Su di lui v. L. G ROTTANELLI , Un collaboratore di L. A. Muratori in «Rassegna nazionale» volume XXIV (1885), pp. 227-250 e A. L ISINI nella prefazione alla nuova edizione dei Rerum Italicarum Scriptores , voi. XV, parte I, pp. XIII sg. Ma andrebbero ancora ricordati Giovanni Antonio Pecci, Girolamo Gigli in quanto storico-erudito, e l'abate Galgano dei conti Bichi, che stipendiava copisti di documenti e raccoglieva pergamene; ed altri. Uno studio di assieme sulla cultura e sull'erudizione storico-antiquaria senese del secolo XVIII sarebbe di notevole interesse.

3 F ERDINANDO S CHEVILL , Siena. The story of a mediaeval Commune , New York, Scribner, 1909; R OBERT L ANGTON D OUGLAS , A History of Siena , London, 1902 (trad. francese, Paris, 1912; trad. italiana, Siena, Libr. editr. Senese, 1926).

4 Il rischio è tanto più grave per un non senese; e per giunta, rischio scontato in partenza e sul quale non mancano le autorevoli diffide. Perché uno dei valentissimi continuatori della tradizione di Alessandro Lisini, Giulio Prunai, recensendo, un quarto di secolo fa, un'opera su Siena di André Suarès, ammoniva (in «Bullettino Senese di storia patria», vol. 40, 1933, p.182): «Come tutti gli stranieri, però, anzi come tutti i non senesi, che hanno scritto e scrivono di Siena, nonostante l'amore e la benevolenza verso la città, anche il Suarès non è andato esente da alcuni errori e inesattezze...» Salvino, dunque, anche me amore e benevolenza.

5 A. S OLARI , Topografia storica dell'Etruria , 2 a ed., Pisa, Spoerri, 1920, II, pp.92, 94, 101. Ma tutta la topografia di Siena etrusca e romana resta piuttosto incerta, come osserva N. O TTOKAR , Siena , Firenze, La Nuova Italia, 1944, pp. 12-13.

6 V. L USINI , Note storiche sulla topografia di Siena nel secolo XIII , nei vol. miscellaneo « Dante e Siena », Siena, Lazzeri, 1921, pp. 274, 284, 292.

7 Già nel 1141 «venit marchese ad portam Scamollii cum Florentinis» ( Annales Senenses , in Monum. Germaniae Scriptores , XIX, p. 226; cfr. anche R. D OVIDSOHN , Storia di Firenze , trad. di G. B. Klein, Firenze, Sansoni, 1956, I, pp. 636-637 e V. P ASSERI , Genesi e primo sviluppo del comune di Siena , in «Bullettino senese di storia patria» 51-54 (1944-1947), pp. 51-52. La più cocente sconfitta senese, un secolo dopo, avviene proprio davanti a Porta Camollia, entro la quale per poco i fiorentini non riescono ad entrare: prigioniero lo stesso podestà senese, il poeta aretino Arrigo Testa (cfr. D AVIDSOHN , Storia di Firenze , cit., II, pp. 248-251). Nel famoso ed ultimo assedio, infine, nel tentativo del marchese di Marignano di prendere Siena di sorpresa, nel gennaio 1554, l'attacco doveva essere portato verso Porta Camollia (v. A. D'A DDARIO , Il problema senese nella storia italiana della prima metà del Cinquecento , Firenze, Le Monnier, 1958, pp. 273-274). Anche nell'aprile successivo il marchese si accanì contro quella porta (ibidem, p.299); nel dicembre, però, attacchi furono portati anche contro Porta S. Marco (ibidem p.352). Cfr. del resto, anche V. L USINI , Note storiche cit. pp. 285 sg., 301, 345.

8 S OLARI , Topografia cit., II, pp. 24-26, 38, 74.

9 S OLARI , Topografia cit., I, pp.169, 178; II, pp. 24 sg., 63 sg. Dalla diffusa descrizione del Solari, non sempre perspicua tuttavia, non resulta chiaramente che ci fosse una via diretta di comunicazione (e non solo indiretta, per Chiusi) con Arezzo etrusca. Ma pare difficile pensare che non ci fosse. Lo ammette anche E. F IUMI , nel suo notevole studio Fioritura e decadenza della economia fiorentina in «Arch. stor. ital.» 116 (1958), p. 447, n. 10.

10 F. S CHNEIDER , Die Reichsverwaltung in Toskana von der Gründung des Langobardenreiches bis zum Ausgang der Staufer , Rom Loescer, I, pp.27, 29-31, 101, nota 1. La nuova strada ebbe anche una diramazione da San Quirico, per «burgus Fabrice», Chianciano e Chiusi e fu praticata da mercanti perugini (cfr. Il Caleffo vecchio del Comune di Siena , pubblicato da G. Cecchini, vol. II, Siena, Lazzeri, 1934, n. 300, p. 451, anno 1237). Sul percorso della via «romea» o «francigena» v. anche P. R AJNA , Una iscrizione nepesina del 1131 , in «Arch. stor. italiano» s. IV, vol. 18 (1886), pp.329-354 e vol. 19 (1887), pp. 23-54 e Strade, pellegrinaggi ed ospizi nell'Italia del Medioevo , in «Atti della Società italiana per il progresso delle scienze» Roma, 1912; G. V ENEROSI P ESCIOLINI , La strada francigena nel contado di Siena nei secoli XIII e XIV , in «La Diana» VIII (1933), pp.118-154 e Tracce della strada Francigena sulle pendici orientali del Monte Maggio , in «Bullettino senese di st. patria» n.s. I (1930), pp. 432-441; E. M ATTONI -V EZZI , Il tratto valdelsano della via Romea o Francesca , in «Bull. senese di st. patria» 30 (1923), pp.156-162; P. G UICCIARDINI , Strade volterrane e romee nella Media Valdelsa , in «Miscellanea storica della Valdelsa» a. 47 (1939), pp.3-24; G. F ATINI , Un tratto della via francesca e la Badia di S. Salvatore nell'Amiata , in «Bull. senese di st. patria» 29 (1922), pp.341-358.

11 Tuttavia una disposizione del Costituto del 1262 riguarda la manutenzione di vie «pro carreggiare» (cfr. Il Constituto del Comune di Siena dell'anno 1262 , ed. da L. Zdekauer, Milano, Hoepli, 1897, dist. III, § 163, p. 324).

12 O. B ERTOLINI , Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi , Bologna, Cappelli, 1941, p. 401. Per altri anglo-sassoni a Roma, nel secolo VIII, ibidem, p. 436.

13 S OLARI , Topografia cit., II, pp.121-124; S CHNEIDER , Reichsverwaltung ecc. cit., pp.85-86; dello stesso Schneider la Einleitung , p.14 del Regestum Senense , Roma, Loescher, 1911 (in «Regesta Chartarum Italiae» VIII).

14 Per Napoli cfr. M. F UIANO , Napoli dalla fine dello stato autonomo alla sua elevazione a capitale del «Regnum Siciliae» estr. da «Arch. stor. per le province napoletane» 35-37 (1955-1957), pp. 8 sg., 30 sg. A Napoli si tratta di rivendicazioni sulla chiesa di Aversa e sulla contea di Suessula, compenetrazione di sentimenti e di concezioni d'indole feudale, che si ritrovano del resto anche altrove e che non sono estranei nemmeno a Siena.

15 T H . M OMMSEN , Le droit public romain , Paris, Thorin, 1889, VI, parte II, pp.442 sg.; G. H UMBERT , voce Colonies Romaines , in D AREMBERG e S AGLIO , Dictionnaires des antiquités grecques et romaines , II (1887), p.1318.

16 Non è il caso di Siena, in cui il vescovo, per quanto autorevolissimo anche politicamente nella prima metà del secolo XII, non ebbe mai, di diritto, funzioni comitali; ma è il caso delle molte città della media e soprattutto dell'alta Italia, in cui il vescovo ebbe diritti e funzioni comitali, ma, di regola, non sull'intero comitato, ma solo sulla città e un ambito ristretto, di qualche miglio, attorno ad essa; il che finiva con l'equivalere a una diminuzione dei diritti comitali, che nella città avevano il loro centro. Ma anche nel caso di Siena, le immunità concesse ad enti ecclesiastici o a feudatari laici sboccavano nel medesimo resultato: diminuzione del territorio che faceva capo alla città come a suo centro.

17 Proprio per Siena, ci imbattiamo nel primo console noto, Macone, nel 1125, in atto di incitare addirittura le popolazioni alla distruzione delle pievi contestate da Arezzo, se esse dovessero finire in mano degli aretini: «Viri senenses, Deo conqueror et vobis de Romanis, qui receperunt pecuniam nostram ad voluntatem suam, et cum deberent esse vobiscum in plaito nostro, contra Aretinum episcopum, recesserunt nec in aliquo nos adiuvarunt, nec etiam Aretino episcopo nocuerunt. Sed vindicemus nos sic et faciamus talem causam, unde loquantur homines per universum orbem. Eamus omnes ad plebem sancti Marcellini et destruamus eam, sic, quod non remaneat lapis super lapide. Hoc facto, eamus ad plebem sancti Felicis et faciamus similiter; deinde eamus ad plebem de Pacina et faciamus idem; postea ad plebem sancti Quirici in Osenna et faciamus similiter; et sic destruamus eas plebes, postquam non possumus ipsas habere» (cfr. Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo , ed. da U. Pasqui, Firenze, 1899, I, n.389, p.554. V. anche D AVIDSOHN , Storia di Firenze , cit., I, p.597 e P ASSERI , Genesi e primo sviluppo ecc. cit., p. 46.

18 Ancora dopo Montaperti, cioè in una fase già progreditissima della vita comunale, il comune si preoccupava che, in caso di sede vescovile vacante, i «castra et bona» della chiesa vescovile fossero integralmente custoditi ( Constituto Senese a. 1262 cit., dist. I, § 4, p.26; lo stesso per i possessi del capitolo dei canonici, specie per quelli vicini al delicato punto conteso con il vescovado di Arezzo: ibidem, dist. I, § 5, pp.26-27).

19 Cfr. H. C. P EYER , Stadt und Stadtpatron im mittelalterlichen Italien , Zürich, Europa Verlag, 1955, pp.47-48.

20 Però, quando tornava comodo, ci si scaldava l'animo anche per il comitato, quando, territorialmente, andava o si pretendeva che andasse, oltre i limiti della diocesi. Così per Montepulciano che, indubitalbilmente, era diocesi di Arezzo, finché non ebbe, nel secolo XVI, un vescovo proprio. Quel singolare documento che è il Memoriale delle offese fatte al comune e ai cittadini di Siena ordinato nell'anno 1223 dal podestà Bonifazio Guicciardi bolognese , ed. da L. Banchi, in «Arch. stor. ital.» s. III, vol. 22 (1875), p.204, ammoniva: «Memor esto de Montepulciano, quod cum sit tui comitatus, sicut apparet per multos testes qui continentur in cartulario communis Senensis, fovet partem emulorum tuorum, et debitis servitiis ed reverentiis civitatis sue Senensis superbissime se subtrahere non veretur».

21 Cfr. G. M ANCINI , Cortona nel Medio Evo , Firenze, Carnesecchi, 1897, pp.97-99. L'indignazione aretina per la perdita di Cortona riecheggia violenta in una rubrica dello statuto aretino del 1327 ( Statuto di Arezzo, 1327 , ed. da G. Marri Camerani, Firenze, Industrie Tip. Fiorentine, 1946, libro IV, rubr. 22, pp.208-209): «De memoria illorum qui fecerunt subtrahi terram Cortone episcopatui aretino». Gli Ubertini, ritenuti principali responsabili, sono condannati a morte, confiscati i loro beni, e «ad eternam rei memoriam dicto statuto duximus ascribendos eosque descendentes eorum infames et perpetuo bannitos communi Aretii». Ciò che essi avevano perpetrato, era stato «contra honorem et statutum dicte civitatis et episcopatus eiusdem» e «in diminutionem et obprobrium comunis Aretii eiusque honorabilis ecclesie cathedralis, que namque viscera Aretinorum usque ad animam continuatis impulsibus sauciant et percellunt». Fino ai primi anni del secolo scorso, il 30 aprile, si celebrava a Cortona un baccanale a scorno degli Aretini (cfr. M ANCINI , op. cit. sopra, pp. 186-187).

22 K EHR , Italia Pontificia , vol. III, Berolini, Weidmann, 1908, pp.145, 231 e 280.

23 S CHNEIDER , Reichsverwaltung ecc. cit., p. 86.

24 Questo resulta chiarissimo dalle deposizioni di un testimone del 715 (in Codice diplomatico longobardo , ed. da L. Schiaparelli, Roma, 1929, I, n.19, p.63): «et quanto nobis tetulus intra plebe nostra sacrari fuit oportunum, per manus pontificis Aretine ecclesiae factum est, nam et antecessores mei similiter exinde sacrationem habuerunt; nec unquam ab episcopum Senensem condicionem habuimus, nisi si de seculares causas nobis opressi fiebat, veniebamus ad iudicem Senensem, eo quod in eius territorio sedebamus».

25 L. C HIAPPELLI , Recherches sur l'état des études de droit romain en Toscane au XI siècle , in «Nouvelle revue historique de droit français et étranger» XX (1896), D AVIDSOHN , Storia di Firenze , cit., I, pp. 100-101; V. L USINI , I confini storici del vescovado di Siena , in «Bull. senese di s. patria» V (1898), pp.336 sg. e VII (1900); E. B ESTA , Il diritto romano nella contesa tra i vescovadi di Siena e di Arezzo , in «Arch. st. ital.» s. V, vol. 37 (1906), pp.61-92.

26 Cfr. la ricca, moderna bibliografia preposta dalla E NNEN alla sua opera Frühgeschichte der europäischen Stadt , Bonn, Rohrscheid, 1953, pp.XVI-XL; il vol. miscellaneo Studien zu den Anfängen des europäischen Städtewesens, Reichenau-Vorträge 1955-1956 , Lindau e Konstanz, Thorbecke, 1958 e il recentissimo volume La città nell'Alto Medioevo , Spoleto, 1959 (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo, VI), specialmente le relazioni di Gieysztor, Hubert, Lehmann. Inoltre per la Polonia B. W IDERA , Städte in Polen vor der deutschen Lokation. Ergebnisse einer zehnjährigen archäologischen Arbeit in Polen , in «Zeitschr. f. Geschichtswissenschaften, V (1957), pp.1289-1295. Per la Spagna I. M. L ACARRA , Orientation des études d'histoire urbaine en Espagne entre 1940 et 1957 » «Moyen Age» 64 (1958) pp.317-334.

27 Così, per Siena, le Iscrizioni senesi (in Archivio di Stato, Siena, Manoscr. D. 6) dell'erudito antiquario settecentesco già ricordato G. A. P ECCI .

28 Rara eccezione G. B ECATTI , Un'antica memoria dello spedale di Castiglion Ghinibaldi, in «Bull. senese di ist. patria» 41 (1934), pp.59-64.

29 Grazie soprattutto agli studi di V. L USINI , cit.

30 Ma non è un argomento del tutto sicuro, perché ad esempio nei secoli XI-XII, nei documenti ricorre abitualmente il plurale Volaterrae, mentre è certo che la Volterra medievale non è sorta per sinecismo, ma è sopravvissuta ristretta, entro il perimetro di Volterra etrusca e romana. Le più antiche menzioni di Senae, plurale, sono del 1071 ( Reg. Senense , n.73; cfr. L USINI, Note p. 270, nota 1).

31 Gli «hospitalia» sono, dopo la chiesa vescovile e il capitolo del Duomo, le prime istituzioni che i governanti di Siena sono obbligati, statutariamente, a proteggere ( Constit . a. 1262 cit., dist. I, § 1, p.25). Nello stesso Constituto sono specificamente menzionati, oltre che infinite volte lo spedale di S. Maria della Scala, di faccia al Duomo, quello tenuto dalle monache di Santa Petronilia (passim), quello di Terzolle e del Corpo Santo (dist. I, § 18, p.30), quello di S. Lazzaro (dist. I, § 26, p. 33) in Val di Tressa e, nei pressi, l'hospitale Jacoppi (dist. III § 71, p.295) e l'hospitale Titelli, sulla via per la Selva del Lago (dist. III § 304, p. 368). Cfr. L USINI , Note cit., p.305.

32 Constit . a. 1262 cit., dist. I, § 277, p.110.

33 Dei due mercati di Siena, quello quotidiano in Piazza del Campo e quello dietro la chiesa di S. Paolo, il primo era mercato principalmente di carni e di altri generi alimentari, e anche di cuoi, con banchi fissi ( Constit. a. 1262 cit., dist. III, § 50, p.229); solo nella settimana a cavaliere della festa della Madonna di mezz'agosto, vi era un mercato più importante (ibidem, dist. I, § 195, p.80), con carattere quasi di vera fiera, come pare resultare anche dal frammento del libro V, § 170 del Constituto, pubblicato dallo Zdekauer (in «Bull. senese di st. patria» I-III (1893-1895), p.52 dell'estr. Cfr. anche A. S CHAUBE , Handelsgeschichte der romanischen Völker des Mittelmeergebiets bis zum Ende der Kreuzzüge , München und Berlin, 1906, p.722. L'altro mercato, quello dietro la chiesa di S. Paolo, era un mercato settimanale, il sabato, oltre che il giovedì santo e il 15 agosto: mercato di generi alimentari e di bestiame ( Constit. a. 1262 cit., dist. IV, § 46, p.416). Davanti la chiesa di S. Paolo c'erano i calzettai con i loro banchi (cfr. L USINI , Note cit., p.298, n.4). Che il mercato fosse soprattutto di generi alimentari si vede da dist. III, § 75, p.297 e specialmente dist. IV, § 44, p.415: «si quis Senensis vel de comitatu Senensi offenderit aliquem hominem venientem ad mercatum Senarum vel cum mercato venientem ad civitatem vel cum blada vino, oleo vel cum aliis rebus comestibilibus...».

34 Constit. a. 1262, dist. I, § 467, p.169: «portitores vel vecturales, qui deferunt vinum aut mactones vel letamen vel renam vel alias res». Cfr. anche dist. I, § 475, p.178; § 284, p.112; § 499, p.179; dist. III, § 253, p.352 e § 256, p.353. Per i mattoni dalle fornaci di Santa Regina, dist. III, § 81, p.300.

35 Constit. a. 1262, dist. I, § 475, p. 171: «et liceat universitatibus artium et suis suppositis, quibus opus fuerit, facere reduci aquam ad suum laborerium vel ad suum usum mittere salmas per suppositos suos, quotiens opus fuerit; et illi tales portitores non cogantur nec debeant cogi iurare ad aliam artem». È certo che vecturales senesi facevano la spola almeno fra Siena e Pisa; ed è provato da un documento del 9 luglio 1218 (in Statuti inediti della città di Pisa , ed. Bonaini, Firenze, Vieusseux, 1854-1857, voi. Il, p. 1163) in cui appaiono i rectores et capitanei vecturalium di Firenze, Siena e Lucca. Cfr. anche S CHAUBE , Handelsgeschichte cit., p.660.

36 Constit. a. 1262, dist. II, § 47, p.218: « si in domo alicuius civis Senensis vel hospitatoris fuerit hospitatus aliquis peregrinus vel romerius vel alius transiens per stratam...». Del resto, gli hospitatores non avevano alcun monopolio nell'esercizio della loro professione, ché i forestieri erano liberi di albergare dove volevano (dist. II, § 48, p.219). Particolarmente numerosi in Camollia (dist. II, § 188, p.333). Sulle osterie cfr. il cap. 81 dal bando del 1240 in F. P uccINottI , Storia della medicina , Livorno, M. W AGNER , 1855, II, parte I, p.CXLIX e Z DEKAUER , La vita privata dei Senesi nel Dugento , Siena, Lazzeri, 1896, p. 74.

37 Constit. a. 1262 cit., dist. I, § 277, p.110.

38 Non esiste un buon lavoro moderno sull'attività commerciale dei romani nel Medioevo; ma cfr. le notizie raccolte dallo S CHAUBE , Handelsgeschichte cit., pp.44, 351, 364-365, 369, 403-406, 414, 424, 428, 430, 606, 619. Nel 1295, Roma figura fra le città italiane che, riunite nella «Universitas mercatorum italicorum nundinas Campanie in regno Francie frequentantium» conclusero un trattato di salvaguardia con i conti di Borgogna (cfr. A. S APORI , Studi di storia economica medievale , 3 a ed., Firenze, Sansoni, 1955, vol. I, pp.533 e 643. Siena stranamente, non figura nella «universitas».

39 É l'opinione dello S CHAUBE , Handelsgeschichte cit., p.349. Cfr. anche S APORI , Studi , cit., I, pp. 404 e 572-573.

40 E nemmeno in qual tempo: ché le notizie ci danno il fenomeno come già spiegato e ampio del terzo decennio del secolo XIII in là. Ma il fatto che già nel 1178 Senesi e Fiorentini ottengano dal marchese di Monferrato di poter esercitare le rappresaglie in Chivasso e nel Monferrato (cfr. J. F ICKER , Forschungen zur Reichsund Rechtsgeschichte Italiens , Innsbruck,, Wagner, 1868-1874, IV, n.151, pp.191-192; cfr. anche D. B IZZARRI , Le rappresaglie negli statuti e nei documenti del comune di Siena , nei suoi Studi di storia del diritto italiano , a cura di F. Patetta e M. Chiaudano, Torino, Lattes, 1937, p.34, ci fa pensare non soltanto a loro relazioni di affari nel Piemonte, ma anche, attraverso il Piemonte, per la val di Susa o per il Gran San Bernardo, in Francia. Anche il C HIAUDANO , I Rothschild del Duecento. La Gran Tavola di Orlando Bonsignori , in «Bull. senese di st. patria» 42 (1935), p.107 crede che i Senesi cominciassero a frequentare le fiere di Champagne alla fine del secolo XII.

41 J. J UNG , Das Itinerar des Erzbischofs Sigeric von Canterbury und die Strasse von Rom über Siena nach Lucca , in «Mitteilungen des Instituts für oesterreichische Geschichtsforschung » 25 (1904), pp.1-90.

42 Il V OLPE , P er la storia giuridica ed economica del Medioevo in Medioevo italiano , Firenze, Vallecchi, 1923, p.307 ha prospettato la eventualità che l'attività speculativa bancaria dei Senesi possa essere in relazione con la ricchezza mineraria (sempre relativa) del territorio senese; e certamente, come egli dice, «il problema esiste e può essere enunciato».

43 Conviene però osservare che non tutti, anzi, probabilmente, una piccola parte dei Senesi (e il discorso vale per tutti i mercanti anche di altre città italiane) che vediamo documentariamente interessati ad affari commerciali e bancari in Francia, Inghilterra, Germania, ecc. si recavano poi effettivamente, di persona in quei paesi. Spesso quegli affari, specialmente bancari, erano combinati con quegli stranieri transitanti in Italia (a Roma, a Siena, altrove) e pagabili in Italia o, più spesso, nelle fiere di Champagne. Di una società, spesso su base familiare, a volte, uno solo dei soci o un loro rappresentante si recava all'estero; e questo rappresentante poteva essere anche di altra città. Di mercanti senesi che commerciavano i panni di Ypres, di Douai, di Cambrai, si sa che le loro «portate» avvenivano anche per il tramite di genovesi, pisani, veneziani (cfr. C HIAUDANO , I Rothschild del Duecento cit., p. 108). Ma nei casi, tutt'altro che infrequenti di contestazioni, insolvenze di debitori, ecc. un viaggio sul luogo, all'estero, era solitamente necessario. Del resto, ciò che qui importa di rilevare non è di sapere se i Senesi girassero il mondo (per quanto anche questo, sotto altro punto di vista, possa avere la sua importanza), ma come si arricchivano e se e come questa ricchezza rifluisse a Siena.

44 Per i Senesi trafficanti, di denaro soprattutto, nella Germania, con l'arcivescovo, col capitolo e con la città di Colonia, con l'arcivescovo e con i canonici di Magonza, con i vescovi di Metz, di Osnabrück, di Bamberga, di Passavia, di Ratisbona, con l'arcivescovo di Salisburgo, cfr. S CHAUBE , Handelsgeschichte cit., pp.424, 428-435; per i Senesi in relazione di affari con la Boemia e con l'Ungheria, ibidem, pp.436 e 455. Per l'Ungheria v. anche Regestum Senense , cit., n.873, a. 1231.

45 Nel Siècle de Louis XIV , cap. IV e nella lista aggiunta di «surintendants des finances»: «un paysan siennois, nommé Particelli Emeri, dont l'âme était plus basse que la naissance et dont le faste et les débauches indignaient la nation». Su Voltaire accademico senese v. A L USINI , Voltaire accademico Intronato, in «La Diana» V (1930), pp.168-71.

46 A proposito della quale mette conto di ricordare che il Constituto senese del 1262, dist. II, § 118, p.242 prevedeva «de dando curatore prodigis et mente captis», ma, evidentemente, la disposizione non fu applicata.

47 Per i Senesi a Pisa, dove c'era un «fondaco dei Senesi» v. S CHAUBE , Handelsgeschichte cit., p.658; per Genova, ib., p.658; per Venezia, ib., pp.711-712; per i Senesi a Marsiglia, ib., pp.200, 492, 604-605; per Senesi a Damietta e ad Accon, ib., pp. 357 e 200; per Senesi a Tiro e a Cipro, v. S. B ORSARI , L'espansione economica fiorentina nell'Oriente cristiano sino alla metà del Trecento , in «Rivista storica italiana» 70 (1958) p. 479, nota 3 e 502; per Ancona, v. documento a. 1236 in A. L USINI , Inventano delle pergamene conservate nel Diplomatico dall'anno 736 all'anno 1250 , Siena, Lazzeri, 1908, p. 273.

48 J. M. K ULISCHER , Storia economica del Medio Evo e dell'epoca moderna , Firenze, Sansoni, 1955, vol. II, pp.361-375. Ad Augusta, però, una notevole attività industriale non mancò mai (cfr. ibidem, II, pp. 248, 372), ma non sembra che fosse in dipendenza dell'accumulo di capitali dei grandi banchieri della città; anzi, al contrario, si può forse ragionevolmente avanzare il sospetto che questo capitalismo operante in campo internazionale talora, in seguito a fallimenti (come appunto a Siena dei Bonsignori, ad Augusta dei Fugger e dei Welser) coinvolgesse in perdite gravi le minori fortune dei cittadini che si erano lasciati prendere nel giro di queste speculazioni, perdendo quei capitali che altrimenti sarebbero stati investiti in operazioni economiche locali.

49 Constit. a. 1262 cit., dist. III, § 180, p. 330.

50 Constit. a. 1262 cit., dist. III, § 318, pp. 372-373 e III, § 337, p. 378.

51 Constit. a. 1262 cit., dist. IV, § 47-72, pp. 416-423. L'aspetto economico-sociale dell'immigrazione a Siena è ancora da studiare; il lavoro del B IZZARRI , come dice del resto il titolo, Ricerche sul diritto di cittadinanza nella costituzione comunale , nei suoi Studi di storia del diritto cit., pp. 63-158, considera solo l'aspetto giuridico della questione.

52 Cfr. C AGGESE , La repubblica di Siena e il suo contado del secolo XIII , in «Bollettino Senese di st. patria», XIII (1906), cit., pp.36 segg. dell'estratto.

53 Constit. a, 1262 cit., dist. IV, § 49, p.417.

54 Constit. a. 1262 cit., dist. I, § 20, p.31.

55 Resulta da quanto racconta G. V illani , Cronache , X, cap.165 all'anno 1330. È vero che nel numero di 17.200 vi sono compresi uomini e donne, che non tutti erano fiorentini; ma nel numero non erano compresi più di 4.000 altri indigenti (poveri vergognosi, ricoverati in ospedali e prigioni, e frati mendicanti).

56 M. W EBER , La città , Milano, Bompiani, 1950, p.44. Cfr. anche F. R öRIG , Die europäische Stadt und die Kultur des Bürgertums im Mittelalter , Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1955, p.77. In rapporto a Siena, il M ONDOLFO , Le cause e le vicende della politica del comune di Siena nel secolo XIII , Siena, Tip. Cooperativa, 1904, p.40, pur supponendo una eccedenza dei nati sui morti sottolinea l'importanza dell'immigrazione.

57 Resulta soprattutto, dalle molte Ricordanze domestiche (per esempio quelle di Donato Velluti), nelle quali sorprende la frequentissima menzione di morti di bambini.

58 Cfr. Regestum Senense cit., n.182, a. 1139 e n.191, a. 1145. La via romea negli anni precedenti, era stata resa malsicura da attacchi di briganti: nel 1126, Alessandro, arcidiacono e pro tempore vescovo di Liegi, e Rodolfo, abate di Saint Trond, erano stati aggrediti (cfr. Gesta abatum Tredonensium , XII, cap.4 in Mon. Germ. Scriptores , X, 306). In seguito sorsero nella zona di Radicofani numerosi ospizi per i pellegrini (cfr. R. P IATTOLI , Lo statuto del comune di Radicofani dell'anno 1255. Frammento , in «Bull. senese di st. patria» 42, 1935, p.51).

59 Constit. a. 1262 cit., dist. I, § 1, p.25. Cfr. anche dist. III, § 75, p.297 interessanti disposizioni per la manutenzione della via Francigena da Siena a S. Quirico d'Orcia.

60 Su queste caratteristiche feudalistiche della più antica costituzione comunale Senese ha insistito giustamente — e in tempi in cui l'indirizzo e l'opinione prevalenti fra gli studiosi di storia comunale erano tutt'altri — il R ONDONI in Sena vetus e il comune di Siena dalle origini alla battaglia di Montaperti , in «Rivista stor. ital.» VIII (1891), p.2 che dopo settant'anni conserva ancora pregi di freschezza e di originalità per i secoli della più remota storia medioevale di Siena. Cfr. anche G. V OLPE , Per la storia giuridica ecc., cit., p.303, a proposito del cit. studio del Caggese.

61 Nelle cessioni, sottomissioni ecc, a Siena i rispettivi giuramenti sono fatti sempre non da singoli, ma da gruppi familiari, che costituiscono appunto il consorzio gentilizio detentore del castello ceduto o sottomesso. Cfr. ad esempio Regestum Senense cit., n.177, a. 1137; n.213, a. 1156; n.217, a. 1157; n.218, a. 1157; n.222, a. 1159; n.230, a. 1164; ecc.

62 Per esempio, nel 1179 ( Caleffo vecchio cit., I, n.28, p.42), ottenuto il giuramento di fedeltà dei signori dell'Ardenghesca, il comune di Siena promette loro come condizione che devono trovare favorevole: «Et faciam et observabo rationem et constitutum iamdictis comitibus et eorum hominibus et suum huius civitatis, sicuti ipsis civibus».

63 Cfr. C AGGESE , La repubblica di Siena ecc., cit., p.10-11.

64 A. 1178-1179 Caleffo vecchio cit., n.17, p.30. In tempo probabilmente posteriore, del resto, non si escludeva che i signori che vi avevano giurisdizione, potessero essere rettori di castelli, terre e ville, naturalmente in nome del comune di Siena, anche se non abitavano continuamente in città (cfr. Constit. a. 1262 cit., dist. III, § 349, p.381). Su questo punto cfr. C AGGESE , La repubblica di Siena e il suo contado ecc. cit., p.30 dell'estr.

65 Il console Macone, a. 1125, in Documenti per la storia di Arezzo cit., I, n.389, p.554 e a. 1203 Bartholomeus Renaldini de Maconibus, podestà, il podestà che, come egli stesso si vanta nel Proemio, fece iniziare la redazione del Caleffo vecchio . La sua appartenenza alla casata dei Maconi, indicata solo dalle liste della fine del secolo XIII, è resa probabile dal documento in Caleffo vecchio , I, n.50, p.62. Cfr. anche S CHNEIDER , in Regestum Senense cit., p.XC e la «Serie dei consoli e dei podestà del comune di Siena» in Archivio del Consiglio generale del Comune di Siena. Inventario (Ministero dell'Interno. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, IX), Roma, 1952, pp. 93 e 96.

66 Per i consigli del comune molto significativa la lista del febbraio 1235 (parzialmente in Regestum Senense cit., n.985, nota 1: appaiono i rappresentanti di moltissime famiglie «consolari» di Siena: i Giuseppi, Saracini, Cittadini, Piccolomini, Tolomei, Guinisi, Bulgarini, Rustichini, Malavolti, ecc. Per i camerlenghi o camerari del comune, carica importantissima che vien subito dopo quella del podestà forestiero o alla pari col judex communis (in un atto del 1235 in Regestum Senense cit., n.1025 il camerario Ugolino Gualenghi fa le veci del podestà) un elenco che si potrebbe istituire con non molte lacune dalla fine del secolo XII, ci mostra pure le solite famiglie: Rustichini, Malavolti, Bulgarini, Tolomei, Salvani ecc. Lo stesso vale per i quattro provveditori. Potrebbe essere accettabile l'ipotesi del M ONDOLFO , Le cause e le vicende ecc. cit. p.41 che l'ufficio dei XIII emendatori dello statuto sia stato introdotto in Siena per imitazione di Genova; soprattutto in materia statutaria, anche per il tramite dei podestà forestieri, non è da escludere nemmeno l'imitazione di certi istituti comunali. Nel 1257, al tempo del predominio popolare sotto la guida di Provenzan Salvani, il comune di Siena mandò a Pisa a chiedere copia dello statuto popolare di là (D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.645). Ma simpatie politiche fra Siena e Genova, quasi sempre allineata con Lucca e Firenze contro Pisa e Siena, non ci furono; né Siena trasse da Genova alcun podestà fino al 1260.

67 Lo afferma il M ONDOLFO , Il populus a Siena nella vita e nel governo del comune fino alla riforma antimagnatizia del 1277 , Genova, Formiggini, 1911, p.14 fondandosi su tre documenti: il trattato Siena-Firenze del 29 marzo 1201 ( Caleffo vecchio , I, cit., n.54, p.65); il trattato Siena-Perugia del 4 marzo 1202 ( Caleffo vecchio cit., n.56, p.69: il Mondolfo dà l'anno 1201, ma non rileva che si tratta del computo fiorentino); e il trattato Siena-Orvieto del 20 agosto 1202 ( Codice diplomatico della città di Orvieto , ed. da L. Fumi, Firenze, Galileiana, 1884, p.52). Circa il primo documento si deve osservare che esso consta di due parti parallele: gli impegni giurati dai fiorentini verso i senesi e gli impegni giurati dai senesi verso i fiorentini. É redatto da un medesimo notaio (Rainerius), del quale non è possibile stabilire con certezza se fosse senese o fiorentino, e che si permette dei preziosismi di lessico, come iderentia e architenentes . Il fatto è che tanto nella prima quanto nella seconda parte, gli abitanti delle due rispettive città si impegnano: «non tollam nec tollere faciam aut permittam tolli, pro comuni maiori aut militum aliquod passagium vel guidam ecc.»; e il Mondolfo ragiona: se c'è un comune militum, ci sarà anche un comune peditum. Ma poi si legge nell'atto che fra i fiorentini presenti all'atto è espressamente nominato il consul militum Florentinorum (è un Daviczo vicedominus, cioè della ben nota famiglia fiorentina dei Visdomini) mentre fra i senesi presenti c'è un consul mercatorum Senensium, ma non un consul militum Senensium. Sicché sorge il sospetto che il notaio, specie se fiorentino, nel redigere un testo parallelo per i senesi abbia previsto anche per essi un consul militum, che per i fiorentini era una realtà, ma è dubbio che per i senesi fosse più che una ipotesi. Può significare anche qualche cosa che per i senesi non c'era molta strada da fare per essere presenti all'atto, che è sottoscritto a Fonterutoli, a poche miglia da Siena, ma distante molto da Firenze. Circa il secondo documento, si deve ripetere che anch'esso è composto di due parti parallele. Giurano i Perugini «adiuvabo Senenses cum comuni et per comune militum et peditum mee civitatis »; e ripetono i Senesi: «adiuvabo Perusinos» con quel che segue. Non c'è notizia, né per Perugini, nè per Senesi, di «consules militum»; anzi, lì dove, come nel trattato Firenze-Siena sopra esaminato, si promette libero transito agli appartenenti alle due città («non tollam nec tolli permittam mercatoribus vel hominibus Perusine - Senensis - civitatis guidam vel passagium») non si menziona punto un comune militum; il che rafforza il sospetto che quell'inciso, figurante invece nel trattato Siena-Firenze, risponda a una situazione fiorentina, ma non ad una senese. Nell'atto gli interessi e obiettivi militari sono prevalenti assolutamente; per ciò intenderei quel comune militum e quel comune peditum non necessariamente comprovante l'esistenza di organizzazione militare distinta della cavalleria e della fanteria comunale, come se, in sostanza, si promettesse di aiutare l'altro contraente con tutte le forze militari, sia di cavalleria che di fanteria. Certo è poi che a Siena, nel 1208 (cfr. Caleffo vecchio cit. I, n.91, p.139) esisteva un'organizzazione dei milites con propri dòmini (che sarà l'equivalente, qui, di consules) e delle societates con propri dòmini che, per esclusione, non possono essere se non organizzazioni di pedites; ma è dubbio che fossero organizzazioni politiche oltre che militari, per quanto la loro presenza fosse indubbiamente anche una forza politica. I «domini societatum» sono quattro, non altrimenti noti. Quattr'anni più tardi, nel 1212 ( Regestum Senense cit., n.494) si apprende che le «societates» sono due e contano ora politicamente, perché gli impegni, in quest'atto, non sono più soltanto di prevalente ordine militare. Però, fra il 1201 e il 1212, la loro influenza politica non dovette essere sempre efficiente né crescente: ché significativamente, i domini societatum o i domini o consules peditum non appaiono in atti del 1208 ( Regestum Senense cit., n.437 e 438) in cui appaiono invece i domini militum e i consules mercatorum. Particolarmente significativo il n.438 che è un abbozzo di trattato con Firenze proposto dai Senesi: ora si propone che il trattato, da parte senese, sia giurato dal podestà, dai consiliarii, dai consules militum e dai consules mercatorum; i consules peditum o i domini societatum non sono previsti; sono assolutamente ignorati.

68 M ONDOLFO , Il populus ecc. cit., p.21; D AVIDSOHN , Forschungen zur Geschichte von Florenz , Berlin, Mittler, 1908, IV, p.12-13; Regestum Senense cit., n.393, 513, 515, 530.

69 Fra i rectores o domini societatis populi per gli anni 1212, 1213 e 1215 ( Reg. Senense cit., nn.513, 515, 530, 534), in tutto sei nomi, almeno tre sono sicuramente di nobili: Salvanus Tolosani che è «propinquus» degli Scialenghi ( Reg. Sen. , n.489); Phylippus Paltonerii, che sarà poi podestà di San Gimignano e per due volte podestà di Massa ( Regestum Volaterranum , ed. F. Schneider, in «Regesta Chartarum Italiae» I, Roma, Loescher, 1907, nn.441, 443, 447 e Caleffo vecchio , II, n.339, p.517) carica conferita soltanto a nobili; e infine Arnulfinus Ciabatte, che è dei signori di Cerreto in Val d'Arbia, consorte degli Scialenghi, dei conti della Berardenga, dei Salvani e dei Bandinelli (cfr. G. P RUNAI , Il «Breve dominorum di Cerreto» del 1216 in «Arch. stor. ital.» 116 (1958), p.75, 78, 84).

70 Caleffo vecchio cit., I, n.142, p.798, e Regestum Senense cit., n.515 e l'interpretazione del D AVIDSOHN , Forschungen cit., IV, p.12, che diverge sia da quella dello Z DEKAUER , Prefazione al Constituto di Siena , a. 1262 cit., p.XLIII, sia da quella del M ONDOLFO , Il Populus cit., p.21, nota 7.

71 Constit. a. 1262 cit., dist. II, § 123, p.244 «in quo civitas dominio vacavit». Cfr. Z DEKAUER , Prefazione cit., p.XXIX. I documenti dell'anno 1216 sono pochissimi (cfr. Regestum Senense cit., n.540-545); nessuno nel Caleffo vecchio.

72 Regestum Senense cit., n.555 e Z DEKAUER , Il frammento degli ultimi due libri ecc.; cit., pp.20 e 36 dell'estr., libro V, § 32 e 93. Cfr. anche G. V OLPE , Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana , Firenze, Vallecchi, 1922, p.91.

73 R ANKE , Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation , libro I, ultimo cap. e libro III, cap.6; P. J OACHIMSEN , La Riforma , Venezia, Neri Pozza, 1955, p.57; W. A NDREAS , Der Bundschuh. Eine Studie zur Vorgeschichte des deutschen Bauernkrieges , in «Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik » 60 (1928), pp.508-541. Rientra nell'ordine di idee accennate, nel testo, ma con minor accentuazione sociale, il fatto che anche i «prefetti» valdesi si chiamavano «sandaliati» (cfr. V OLPE , Movimenti religiosi ecc. cit., p.69) e che dei Poveri Lombardi in Italia e dei Catari in Germania, Austria e Boemia si diceva che i «doctores eorum sunt textores et sutores» (V OLPE , op. cit., pp.51-52); e infatti «tisserands» = textores divenne sinonimo di catari. Dalla più informata e recente opera generale sui Catari, quella di A. B ORST , Die Katharer , Stuttgart, Hiersemann, 1953, pp.240-253 non resulta tuttavia che fra i vari nomi che essi si affibbiarono o che furono a loro attribuiti, ce ne fosse uno che alludesse alla loro bassa estrazione sociale (che non era poi affatto generale) col nome della scarpa. Cfr. anche S. R UNCIMAN , Le manichéisme médiéval. L'hérésie dualiste dans le christianisme , Paris, Payot, 1949, pp.168-170. Non pare che il nome e l'insegna della «scarpetta» riapparissero più nelle lotte sociali a Siena, nemmeno nel 1371: l'associazione più nota di resistenza si chiama allora «compagnia del bruco» (cfr. R. B ROGLIO D'A IANO , Tumulti e scioperi a Siena nel secolo XIV , in Vierteljahrsschrift für Sozial- und Wirtschaftsgeschichte» V (1907), pp.460-466.

74 Regestum Senense cit., n.736 e D AVIDSOHN , Forschungen cit., IV, p.13.

75 Il M ONDOLFO , Le cause ecc. cit., pp.43-44 crede che la prima origine dei XXIV risalga verosimilmente al 1233, «sebbene solo nel 1240 essi vengano assunti come vera e propria magistratura del Comune». Infatti, per esempio nel 1237 (cfr. Caleffo vecchio cit., II, n.303, pp.455-457) il consiglio generale della Campana ci appare sì largamente permeato di elementi popolari (vi sono artigiani minori; macellai, fabbri, scudai, vinai, ecc.), ma non vi è la menzione della magistratura dei XXIV. Il S ALVEMINI , recensendo nell'«Arch. stor. ital.» s.V, vol.21 (1898), pp.374 sg., e specialmente 387 l'edizione procurata dallo Zdekauer del Constituto senese del 1262, ha voluto vedere nei XXIV un'organizzazione di battaglia unicamente popolare; assurdo per lui che un partito (il popolare) potesse farsi rappresentare dai suoi nemici. Il che andrebbe bene se il «populus» fosse stato un partito con le caratteristiche organizzative e con la dinamica politica di un partito moderno; ma i documenti provano che nei XXIV c'erano anche,e non pochi, non popolari; e fanno pensare che quel collegio fosse, con ogni probabilità, uno dei tanti organismi paritari di cui è ricca la struttura politica comunale. Non è, infine, esatto ciò che dice il M ONDOLFO , Il Populus cit., p.27 che già in atto del febbraio 1239 i XXIV siano chiamati col nome li gubernatores del comune di Siena. L'atto menzionato ( Caleffo vecchio cit., II, n.231, p.482) non attribuisce loro questo titolo; proabilmente è un errore di lettura per «procuratores».

76 Regestum Senense cit., n.389, nel febbraio 1198 e Caleffo vecchio cit., I, n.63, p.86; un parziale atto di soggezione già nel 1168 o 1175 (la datazione è dubbia: cfr. Caleffo vecchio cit., I, n.32, p.45; Regestum Senense cit., n.240 e D. B IZZARRI , Sull'epoca della introduzione della «Lira» e della magistratura podestarile a Siena , nei suoi Studi di storia del diritto ecc. cit. p.55).

77 D AVIDSOHN , Forschungen cit., IV, p.13. Non è da escludere che, come molti altri ghibellini, anche questo Cacciaconti avesse delle simpatie patarine; ma egli non ha nulla a che fare con i Cacciaconti di Cascia (sulle pendici di Montemagno nel Valdarno), protettori di eretici (cfr. V OLPE , Movimenti religiosi ecc. cit., pp.110 e 115 e D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.419).

78 Z DEKAUER , Prefazione cit., p.LXVI.

79 M ONDOLFO , Le cause ecc. cit., p.44 e Il populus cit., p.28. La collaborazione, non opposizione, fra vecchia aristocrazia comunale e il «populus» si vede nella nomina del capitano del popolo, che è affidata come ci mostra un atto del 1257 — a sei personaggi che sono indicati come «nobiles et magni cives Senenses» (cfr. L. B ANCHI , Breve degli officiali del comune di Siena , in «Arch. stor. ital.» s.III, vol. III, parte II (1866), p.54.

80 Così, nel termine attribuito ai XXIV di «servitores populi Senensis» e che appare in un atto del 1248 ( Caleffo vecchio cit., II, n.502, p.682). Esagera, tuttavia, lo Zdekauer ( Prefazione cit., pp. LXIII-LXIV) nel vedere tutto in idillio l'emergere del «populus» a Siena: una prima fase di lotta contro la vecchia oligarchia dominante ci fu, fuori d'ogni dubbio, anche se poi si venne a una forma di equilibrato compromesso paritario.

81 Così nel 1257, il consiglio del popolo nomina commissari ai quali impone «quod libram faciant... ita quod omnes qui habent marsupios divites allibrentur in totum, et quod non debeant aliquem sublevare» (D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.645 e F. T EMPESTI , Provenzan Salvani , in «Bull. senese di st. patria» 43 (1936), p.12). Le bizzarrie, a dir poco, della tassazione, si possono rilevare da questi casi (citati, ma in altro ordine di idee, dal C HIAUDANO , I Rothschild del Duecento cit., pp.113-114): nel 1229 Orlando Bonsignori è tassato per 18 danari, Amgo Rimpetti per 14.160. Due anni dopo, sempre Orlando Bonsignori per 4 soldi, Arrigo Rimpetti per 132, Ugolino Quintavalle per 4.140. Non è possibile passar per buono che Orlando Bonsignori, anche se non ancora all'apice della sua fortuna, ma certo non un miserello, visto che aveva gestito la dogana del sale di Grosseto, fosse in quel rapporto con i grandi capitalisti di Siena. Per la tendenza a gravare la mano sulla ricchezza mobile nella podesteria «popolare» di Ildebrandino di Guido Cacciaconti, e anche prima. cfr. Z DEKAUER , Prefazione cit., p. XXXVII.

82 Constit. a. 1262 cit., dist. I, § 181, p.75 e Z DEKAUER , Prefazione cit., p.XXXI.

83 Z DEKAUER , Prefazione cit., passim.

84 Constit. a. 1262, cit., dist. I, § 472, pp.170-171.

85 N. O TTOKAR , Il comune di Firenze nel vol. Studi comunali e fiorentini , Firenze, Nuova Italia, 1948, pp.76-77.

86 Cfr. D. W ALEY , Mediaeval Orvieto. The political History of an Italian City State , 1157-1334, Cambridge, University Press. 1952, pp.12-13; 17-18; 24.

87 D. W ALEY , Mediaeval Orvieto , cit., pp.24 sg.

88 Caleffo vecchio , cit., I, n.54, pp.65-67.

89 D AVIDSOHN , Storia di Firenze , cit., I, p.592.

90 E anche con Firenze. Lo prova l'accanimento feroce con cui Firenze, nel 1257, impose la demolizione delle mura di Poggibonsi, la distruzione di molte case, la degradazione della località a semplice borgo (D AVIDSOHN , Storia cit., II, p.639).

91 Hanno tre stationes a Grosseto fino da avanti il 1151 e nel 1151 ne ottengono altre tre ( Caleffo vecchio cit., I, n.31, p.45). Quasi certamente erano depositi per il commercio del sale; cfr. D. B IZZARRI , Il monopolio del sale a Grosseto , nei suoi Studi di storia del diritto cit., p.207, la quale tuttavia fa giustamente osservare che ancora nel 1246 i Senesi continuavano a rifomirsi di sale anche attraverso i Pisani.

92 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, pp.58 sg.

93 F. S CHNEIDER , Regestum Senense cit. Einleitung , pp.XX-XXII.

94 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., I, pp.774-775.

95 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, pp.229 sg.

96 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.149.

97 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.541.

98 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, pp.347, 364, 379, 390, 393, 444, 505.

99 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, p.447.

100 D AVIDSOHN , Storia di Firenze cit., II, pp.497, 503, 504.

101 «Perhennis fedus, amoris vinculo societatis abstrictum» ( Caleffo vecchio , cit., II, n.581, p.799).

102 S ALIMBENE , Cronica cit., II, p.108 elenca «domnus Odovrandinus Caçaconte» addirittura fra i «principes quos habuit Fridericus» (II), in compagnia con Marino da Eboli, con Pandolfo da Fasanella, con Pier della Vigna, con Taddeo da Sessa. Anche nel 1260, alla vigilia della rottura con Firenze, la bellicosità più accesa è dalla parte del «populus», capeggiato da Provenzan Salvani (cfr. T EMPESTI , Provenzan Salvani cit., p.18).

103 M ONDOLFO , Il populus cit., pp.45-48.

104 Una certa esaltazione un po' enfatica di Montaperti, come vittoria militare dovuta tutta alle virtù senesi trapela già all'indomani del fatto d'armi, in una rubrica del Constituto del 1262: «cum intercessoribus virtuosisque meritis sanctissimi Georgii, militis militum, cuius patrocinio presidente guerrifico turbine et mole gravissima offensorum invadentis exercitus hostium Florentinorum, Lucensium, Pratensium, Pistoriensium, Vulterranorum, aliorum undique Vallis Else, eorumque sequacium Tuscorum et Lumbardorum, qui civitatem Senarum et eius populum universum, tamquam ursus insaniens inhumaniter satagebant destruere... et nos, quos derelictos ab universis Italicis, ipsorum rebellium iam convictos extimabant...» ( Constit. a. 1262 cit., dist. I, § 126, p.55).

105 D AVIDSON , Forschungen cit. IV, p.171 lo nega, richiamandosi alla memoria (anonima, ma di A. L isini ), in «Atti e Memorie dell'Accademia dei Rozzi, Sezione letteraria e di storia patria» III (1888), pp.177 sg.

106 A ciò allude la profezia, sia pure post eventum, attribuita al leggendario Mago Merlino e trascritta da fra S ALIMBENE , Cronica cit., 11, p.255: «Florentia fiorebit, in mundo tota lucebit Lilium depictum in campis erit a Senis devictum. Sed convalescent, lilii cum victoria crescet». E nello stesso spirito la profezia che il V ILLANI , Cronica cit., libro VI, cap.80 mette in bocca al cardinale Bianco.

107 Cfr. G. P. B OGNETTI in Storia di Milano della Fondazione Treccani degli Alfieri, vol. II (1954), pp.38 sg. e G. L. B ARNI , ibidem , vol. IV (1955), pp.67 sg.