La dote nella normativa statutaria e nella pratica testamentaria senese (fine sec. XII - metà sec. XIV)

di Elena Brizio

Realizzazione tecnica a cura di Beatrice Sordini, Dipartimento di Storia, Università degli Studi di Siena (febbraio 2004)

 

L'argomento 'dote' è uno di quelli che più colpiscono la mente dei nostri contemporanei: di pari passo con una storiografia datata (per fortuna modificata da recenti ed ottimi studi ) [ 1 ] è giunta fino a noi, complice una pratica in certe aree solo recentissimamente abolita (nel nostro paese nel 1975!), la visione ‘donna=dote', come se le donne non avessero avuto valore se non per il denaro che portavano, non legami familiari, non relazioni interpersonali, non ricchezze di rapporti che, come è noto, erano tanto più vitali nel periodo considerato.

Per il periodo qui esaminato non esistono studi specifici sulla dote nel Senese ma soltanto articoli sparsi, alcuni ormai molto datati, che hanno esaminato aspetti dell'argomento in maniera generale, all'interno di indagini più complesse. Il periodo successivo alla caduta della Repubblica nel 1555, invece, è stato studiato molto più approfonditamente e ci permette di osservare come la dote, qui come altrove, si sia trasformata in elemento sempre più costoso e portatore di problemi [ 2 ] . Il lavoro che qui presento è stato svolto sulle fonti statutarie senesi; ho ritenuto opportuno però aggiungere la trascrizione di alcune rubriche dello statuto del 1337, finora inedito, così da coprire un arco cronologico di circa 150 anni (dalla fine del XII alla prima metà del XIV secolo) perché in seguito, fino alla metà del XVI secolo, Siena non produce più statuti. L'analisi della normativa è stata affiancata ad alcuni ‘affondi' nella documentazione, che hanno consentito di operare confronti tra la norma e i testamenti [ 3 ] o altri atti notarili nei quali si fa riferimento a doti e donationes propter nuptias . Ciò ha consentito di osservare che in realtà gli statuti non venivano applicati pedissequamente, ma anzi – quando possibile - si cercavano i modi più utili per aggirarne la portata e limitarne il dettato.

 

1. Secondo la legge romana

Bisogna ricordare in premessa che la città, dopo un breve periodo di dominazione longobarda, aveva sempre vissuto «lege romana», seguendo il dettato dei testi giustinianei [ 4 ] . Di questo periodo di dominazione restano alcune tracce negli statuti senesi ricavabili dal testo, sebbene esse non fossero più applicate alla vita quotidiana dalla prima metà del XII secolo [ 5 ] , a differenza di quanto accadeva a Firenze, dove la professione di legge era ancora in vigore nel XIII secolo [ 6 ] .

A partire dal 1180 circa il Comune rafforzò il suo nucleo legislativo specifico, non bastando più il solo diritto comune e le consuetudini. Nascevano allora il Breve dei Consoli del Comune e il Breve della Curia del Placito , che insieme daranno poi origine al Constitutum vero e proprio [ 7 ] . La più antica redazione statutaria che ci è pervenuta è appunto quella del 1262, ma le rubriche in essa contenute permettono di analizzare lo sviluppo della legislazione dal 1179 all'anno di redazione; seguono poi l'edizione volgarizzata degli anni 1309-1310 [ 8 ] , quella ancora inedita del 1337-1339 [ 9 ] e poi l'ultimo statuto della Repubblica di metà XVI secolo [ 10 ] .

Quasi certamente il più antico documento legislativo era il Constituto del Placito [ 11 ] , magistratura senza giurisdizione criminale, che ricomprese anche curie minori come quelle dei foretanei e delle donne, con competenza sulle doti. Nonostante l'applicazione del diritto romano, più favorevole di quello barbarico, le incapacità della donna in campo civile permanevano: nella esclusione dalla successione della figlia dotata se sopravvivano eredi maschi [ 12 ] (anche se poi esse furono mitigate nello statuto del 1262) [ 13 ] o nelle limitazioni della capacità testamentaria imposte alla donna con figli [ 14 ] , nella rubrica del 1180 che regolava la successione della madre e dell'avo materno nei beni di figli e nipoti [ 15 ] . Ancora nel 1250 si ricordano i Consoli delle donne, una magistratura elettiva che aveva il compito di occuparsi di azioni di donne o contro donne [ 16 ] , quando evidentemente le donne si trovavano in una particolare condizione giuridica, ossia quando erano diverse le nazionalità [ 17 ] (ricordiamo che, per i longobardi, la donna aveva bisogno di un mundualdo [ 18 ] per agire in qualsiasi occasione ‘pubblica'). La rubrica del Breve è passata con qualche modifica nello statuto del 1262 [ 19 ] , ma si può essere d'accordo con lo Zdekauer che “nei tempi in cui appariscono le nostre notizie su questo magistrato, tale condizione giuridica speciale non esiste ” [ 20 ] .

 

 

2. La successione

E' necessario sottolineare, in premessa, che ho preso in considerazione, per il loro maggior numero nelle fonti doti, donationes e testamenti soprattutto di famiglie nobili, ricche o comunque importanti [ 21 ] e che tra loro era difficile che i rapporti non fossero tesi al mantenimento di uno status quo sociale che mirava ad evitare possibili contrasti dannosi. L'immagine che danno gli statuti è quella di una successione patrilieare rigida in senso discendente e non allargata ai rami maschili collaterali come a Firenze: la pratica, al contrario, era molto più varia e tendeva in questo periodo ad essere molto più omogenea nei confronti degli eredi di entrambi i sessi.

Non è detto che i testamenti che possediamo contengano tutti i beni del testatore: in generale infatti essi contenevano un elenco più o meno dettagliato di lasciti che rimanevano al di fuori dei beni che toccavano agli eredi e che il testatore non riteneva opportuno specificare [ 22 ] come, per esempio, Uguccio del fu Lotterengo Tolomei, che dopo aver indicato il luogo di sepoltura, vari lasciti a chiese e ordini religiosi, elencato i beni destinati alla moglie e organizzato le doti delle figlie concludeva in modo laconico «Item Ranuccium et Iacobum et Lucterngum et Ugonem et Talomeus filios meos in omnibus aliis bonis meis mobilibus et immobilibus ubicumque sunt et inveniri possunt quoquo modo instituo mihi heredes pro equali parte » [ 23 ] .

La donna dotata dal padre o dal fratello (ma anche i suoi figli) era esclusa dall'eredità materna se alla madre fosse sopravvissuto un maschio [ 24 ] ; era ammessa la rinuncia giurata alla successione [ 25 ] anche da parte della figlia non ancora sposata [ 26 ] ma nello statuto del 1262 questa disposizione venne abrogata, permettendo alle figlie, sposate e dotate, di concorrere all'eredità con le figlie non sposate, previa collazione della dote [ 27 ] cioè dopo aver detratto la quota di dote già ricevuta per non ledere gli interessi delle altre eredi. Restavano totalmente escluse dalla successione le torri, i castelli e le case-torri, ma i parenti della ragazza avevano l'obbligo di dotarla in maniera differente [ 28 ] , pena la perdita di dette proprietà. Le minorenni erano tutelate dalla legge nei loro diritti successori [ 29 ] , mentre le madri [ 30 ] vedevano comunque la loro capacità testatoria limitata a vantaggio dei figli.

I limiti più importanti a livello normativo per le donne sposate erano quelli successori: abbiamo già visto che la madre e l'avo materno avevano diritto ad un solo quarto dell'eredità di figli e nipoti (ad eccezione di case, torri e castella ) se non sopravvivessero collaterali del defunto, mentre il resto del patrimonio andava ai parenti maschi della linea paterna fino al quarto grado [ 31 ] (e questa disposizione si applicava solo alle donne senesi, mentre le altre erano completamente escluse dalla successione). Se non dotata, la donna perdeva comunque ogni diritto alla successione se entro 30 anni dal matrimonio non aveva mosso lite [ 32 ] , salve comunque le disposizioni testamentarie in contrario. Anche a Siena veniva tuttavia applicata la regola di ius commune per la quale, in mancanza di maschi, le femmine – dotate o non dotate - avevano diritto ad accedere all'eredità paterna, anche se lo statuto lascia intravedere che il problema teoricamente rimaneva [ 33 ] ma i senesi preferivano nominare eredi le figlie piuttosto che collaterali maschi lontani. Tuttavia gli statuti tendevano a tutelare il patrimonio della donna contro gli eventuali sprechi del marito [ 34 ] , così che esso potesse passare intatto agli eredi [ 35 ] .

E' proprio attraverso i donamenta che la famiglia della sposa aveva la possibilità di far valere il proprio peso all'interno del matrimonio, equiparando – o addirittura superando – lo sposo e la sua famiglia [ 36 ] . Non era certo tollerabile per gli appartenenti alle famiglie più importanti della città vedere le proprie figlie e i propri nipoti dipendere completamente dalla famiglia del marito o del padre, così come era inconcepibile che l'investimento patrimoniale fatto sulle figlie venisse annullato da mosse incaute dei generi e sfuggisse al controllo dei familiari della donna [ 37 ] . I donamenta erano fatti alla sposa dalla sua famiglia e non rientravano tra i beni dotali: appartenevano alla donna ed erano un investimento che la famiglia d'origine di lei faceva nel matrimonio. Attraverso questo sistema le donne non venivano ‘abbandonate' ma anzi si creava l'occasione perché i legami familiari si rafforzassero e le donne mantenessero una certa indipendenza economica dai mariti, indipendenza che si amplificava se restavano vedove e potevano disporre dei loro beni, dote compresa.

Se analizziamo alcuni dati tratti dal lavoro di Edward English nel periodo da lui considerato (tra il 1240 e il 1350), notiamo che tra i Bonsignori le doti, pur non altissime, indicavano che la famiglia si era ripresa dal fallimento e dalla liquidazione della compagnia [ 38 ] avvenuti tra il 1298 e il 1310 [ 39 ] ; per i Malavolti le doti non sembrano particolarmente elevate a parte quella di 1550 lib. pagata da Niccolò d'Orlando nel 1318 a Carluccio di Gioioso Tolomei per la dote di Margherita [ 40 ] . Per i Piccolomini sottolineo la dote di ben 1000 fiorini portata da Tessa di Baglione Gallerani quando, nel 1302, andò sposa a Bartolomeo di Bartolomeo e quella molto più modesta di 900 lib. che Ottaviana di Mino Accattapani portò nel 1297 a Caffino di Bartolomeo [ 41 ] . Tra i Salimbeni [ 42 ] va certamente ricordata la dote di 7000 lib. portata da Beccha di Pane Squarcialupi a Niccoluccio di Benuccio nel 1293 [ 43 ] ; per i Tolomei [ 44 ] , infine, le 1200 lib. portate da Agnola a Niccolò di Stricca [ 45 ] e da Raniera di Buonaventura del fu Sozzo Tolomeo che portò in dote a Uliviero del fu Ranieri Tolomeo nel 1318 1800 lib . [ 46 ]

La dote che Niccoluccia di Meo del fu Incontro Lenci portò nel 1342 a Pietro del fu Enea Piccolomini era di 1000 lib. sen. ed era divisa in due tranches : una terra vignata del valore di 350 lib. nei pressi di Camollia e 650 lib. «in pecunia numerata » [ 47 ] (il lucro vedovile era di sole 50 lib. den.). Anche Niccolò di Uguccio Malavolti si accordò con Gerio Montanini, affinché la dote di Armelina, futura moglie di Guccio di Gerio potesse essere pagata entro quattro anni [ 48 ] sebbene Gerio avesse rilasciato una dichiarazione nella quale comunicava di aver già ricevuto la dote promessa [ 49 ] così come Ciampolo di Ugone Buonsignori e il figlio Guccio, che si costituivano debitori di Francesco di Giacoppo Saracini e Paparoccio suo figlio in 750 fiorini d'oro per le doti di Agnese, figlia di Ciampolo e futura moglie di Paparoccio impegnandosi a pagare 500 fiorini nel giorno del matrimonio e il restante entro il termine di un anno [ 50 ] ; Niccolo del fu Stricca Tolomei dichiarò nel 1298 di aver ricevuto metà della dote promessagli da Bandino del fu Uguccione per Agnola, e si impegnava a non richiedere il denaro ricevuto sotto pena del doppio [ 51 ] , Deo di Guccio Tolomei e il cugino Benino di Mino si impegnarono a versare 250 delle 275 lib. della dote di Ceccha, sorella di Benino a Petruccio di Bonacorsino entro due mesi dalla stipula dell'accordo, e le restanti 25 lib. entro un anno [ 52 ] . Ho trovato un solo caso in cui il padre, nel contratto dotale specificava quali beni rientravano nella categoria della dos estimata e quali in quelli della dos inestimata e mi sembra interessante da sottolineare che si tratti di un abitante di un piccolo paese del contado [ 53 ] che probabilmente voleva essere sicuro di sistemare al meglio la figlia senza però limitarne le possibilità economiche.

Pur non essendoci una cessione diretta dei beni maritali, la donatio propter nuptias che il futuro sposo offriva alla sposa (in realtà molto più spesso ad un rappresentante di lei) creava un diritto di credito della donna sui beni del marito e dei parenti che testimoniavano per lui [ 54 ] e che si impegnavano a garantire con l'ipoteca sui propri beni familiari (dei quali però non veniva fornito un elenco dettagliato) la restituzione della dote entro i tempi stabiliti dallo statuto, oltre al lucro vedovile [ 55 ] . A Siena, tuttavia, non risulta che vi fossero limiti statutari alla donatio , come invece era indicato dagli statuti fiorentini [ 56 ] o dalla consuetudine genovese [ 57 ] .

 

 

3. La dote e la sua restituzione

In caso di premorienza gli eredi avevano l'obbligo di restituire la dote alla donna, trascorso un anno dalla morte del marito [ 58 ] mantenendo nel frattempo la vedova [ 59 ] che aveva la possibilità di stare presso i figli [ 60 ] . Nel caso in cui queste pratiche non fossero state espletate, la vedova diventava ‘padrona' dei beni indicati nella donatio [ 61 ] .

Il problema della restituzione della dote soluto matrimonio aveva comportato una maggiore discussione teorica. Secondo il diritto statutario se il marito premoriva in assenza di figli la dote era restituita alla vedova, mentre se premoriva la donna la dote veniva lucrata dal marito; in caso di divorzio [ 62 ] , se la colpa era della donna, il marito ne lucrava la dote, mentre in caso contrario la donna aveva diritto alla sua restituzione. Lo statuto del 1262 attribuiva al vedovo senza figli il lucro di un terzo della dote e l'obbligo di restituire al suocero i due terzi [ 63 ] ; nello statuto successivo del 1309, invece il lucro maritale era aumentato a metà dote [ 64 ] . Nello statuto del 1337 il marito superstite lucrava di nuovo soltanto un terzo della dote oltre alla donatio propter nuptias , mentre il rimanente andava ai figli, salve le eccezioni concesse dallo statuto. E' però importante sottolineare come questo statuto contenga un paio di rubriche, non presenti nei precedenti, nelle quali se da un lato si cercava di limitare i danni che gli accordi interfamiliari della donna con i suoi parenti avrebbero potuto apportare al patrimonio del marito [ 65 ] , dall'altro contro il marito si specificava che solo la donatio propter nuptias poteva essere richiesta e non i doni fatti da lui o dai suoi parenti alla futura sposa prima della traditio nella nuova casa [ 66 ] . La dote però poteva essere richiesta dalla donna, constante matrimonio , se le condizioni economiche del marito peggioravano al punto da ridurlo in povertà: essendo la prima creditrice del marito, la donna aveva diritto a recuperare i propri beni [ 67 ] come fece nel 1249 Tancredina che nominò un procuratore per recuperare la dote e la donatio dal marito [ 68 ] .

I maschi senesi si preoccupavano che le figlie – ma anche le madri, le sorelle e le nipoti [ 69 ] – avessero doti e rendite adeguate che garantissero loro status sociale e mezzi di sussistenza. Il diritto romano prevedeva infatti che alla figlia toccasse una dote ‘congrua' allo status familiare ed equiparabile alla quota ereditaria patrimoniale (anche se tendenzialmente inferiore alla legittima ) [ 70 ] , ed era impensabile che le famiglie non facessero tutti gli sforzi necessari per dotare le donne: una dote adeguata portava onore e profitto alla linea maschile dalla quale la donna proveniva ed era considerata un impegno da mantenere. Vediamo alcuni casi.

Ranerio del fu Rustichino Piccolomini, dopo aver specificato che le figlie, una volta vedove, potevano tornare a casa loro senza problemi [ 71 ] lasciò alla figlia Rocchesiana le massarizie e la casa posta nel Borgo di S. Maria Maddalena «si ibi redire voluerit ad habitandum » [ 72 ] . I fratelli, una volta divenuti esecutori testamentari dei padri [ 73 ] si preoccupavano che le sorelle avesseroo quanto loro destinato.

Salamone del fu Bartolomeo Piccolomini lasciava scritto che se a qualcuno dei suoi cinque figli fossero sopravvissute solo femmine, queste avessero – dei beni del nonno - 1000 lib. di dote oltre «omnia et singula ornamenta secundum modum et usum civitatis Senarum et que dantur et consuete sunt dari mulieribus quando nubent secundum condictionem et qualitatem ipsius filie sic nupte» e ancora specificava che le ragazze, ancorché sposate, «possint in hereditate patris sui mortui et de dicta hereditate habere alimenta et cumpta sibi necessaria ad victum et vestitum secundum condictionem et qualitatem ipsius …» [ 74 ] ; Deo di Tavena Tolomei istituiva la sorella Becha e il nipote eredi universali «pro equali parte» [ 75 ] ; Guglielmo di Orlando Buonsignori lasciava alle sorelle 100 fiorini d'oro e nominava Vanna sua esecutrice testamentaria. A contrario , Biagio del fu Tolomeo Tolomei lasciava alla madre Diambra e alla nipote Mea solo 10 lib. e le invitava a non chiedere altro [ 76 ] . Nel suo testamento del 1246 Uguccio Lotterenghi dopo aver indicato le sue volontà, specificava che al figlio Iacobus dovevano essere restituite dai beni paterni (e prima della divisione ereditaria) le 300 lib. che la moglie Gemma gli aveva portato in dote e che erano amministrate dal suocero [ 77 ] .

Il testamento di Francesco del fu Benuccio Salimbeni, redatto nel giugno 1348 al momento dello scoppio dell'epidemia di peste, ci dà un'idea abbastanza chiara dei beni familiari che potevano circolare e degli equilibri domestici che dovevano essere rispettati nelle classi sociali più alte. Francesco lasciava alla sorella Chiara, monaca, un vitalizio di 200 fiorini d'oro e il suo usufrutto; alla madre Beccha, oltre a quello che poteva chiedere per legge sui beni del figlio «vestimenta et calciamenta prout honorifice exigerent ad statum suum», una casa e quattro moggia di frumento ogni anno [ 78 ] ; alle quattro sorelle Lisa, Baldesca, Margherita e Giovanna 400 fiorini d'oro ciascuna purché «pervenia[n]t ad attum et copulam matrimonii et non aliter, videlicet illi earum que pervenerit ad attum et copulam matrimonii predicti » [ 79 ] ; alla figlia Tarlara 800 fior. d'oro e nel caso dovesse avere altre figlie femmine, Francesco lasciava a ciascuna altri 800 fiorini. Istituiva erede universale il figlio Benuccio e i suoi eredi legittimi, ma aggiungeva anche che se Benuccio o gli eventuali postumi che a lui Francesco fossero nati fossero morti senza eredi legittimi, la figlia Tarlara (e le postume, se ci fossero state) avrebbero dovuto ricevere ulteriori 800 fiorini d'oro; a ciascuna delle sorelle Baldesca, Margherita e Giovanna andavano consegnati altri 100 fiorini, così come alle sorelle Agnolina e Caterina (e sembra di capire che ci fossero altre due sorelle, Niccola e Alberia ) [ 80 ] . Per finire Francesco nominava tutrici dei figli e amministratrici dei suoi beni la madre e la moglie, oltre alle sorelle Chiara e Giovanna (sostituendole eventualmente Binda).

La restituzione di una dote per quanto cospicua, a meno che non accadessero dissesti economici irreparabili ai quali si cercava di ovviare in altro modo, era forse meno onerosa a livello economico, creava meno problemi ereditari e garantiva che non ci sarebbe stata dispersione di beni familiari, oltre ad evitare crisi a livello familiare e sociale; poteva però richiedere tempo: Iacopo del fu Rinaldo Tolomei, per esempio, dovette nominare un procuratore che lo rappresentasse per prendere possesso di terre che erano di proprietà della figlia Mea, e che le erano state promesse nella donatio di Simon di Bannto Cacciaconti per la restituzione della dote di 1100 lib. den. oltre a 100 lib. den. di antefatto [ 81 ] , mentre per Bartolomeo di Ildebrandino Vincenti, lanaiolo, la restituzione della dote avrebbe creato seri problemi economici ai figli, tanto da lasciare un testamento con clausole molto dettagliate che riflettono l'astio per le difficoltà coniugali che lui e la moglie Fiore dovevano avere avuto [ 82 ] ; Barecio, ormai quindicenne, poteva restituire alla madre le sue doti come il padre gli aveva imposto di fare [ 83 ] .

Alle mogli i senesi lasciavano non solo le doti che esse avevano portato e, tradizionalmente, il letto matrimoniale ma anche molti beni personali oltre quelli di proprietà femminile utilizzati per la gestione del matrimonio [ 84 ] (la differenza con la situazione fiorentina è a questo proposito impressionante [ 85 ] ); le nominavano esecutrici testamentarie ed affidavano loro la gestione di grandi patrimoni finanziari ed immobiliari, oltre alla tutela dei figli. Alle donne venivano lasciati beni di ogni genere, abiti, gioielli, case difficilmente quantificabili ma che fanno toccare con mano una ricchezza che doveva essere stata anche segno di affetto e non soltanto desiderio di ‘apparire' attraverso le proprie mogli [ 86 ] , ma che crea problemi di interpretazione e di confronto con altre realtà confinanti anche se, lo ricordo ancora una volta, i periodi storici presi in considerazione non sono gli stessi, ed è certo che anche a Siena dopo la metà del Trecento era iniziato un periodo più difficile (non solo per le donne) a livello economico che aveva certamente influenzato le pratiche di dote e i lasciti testamentari.

Imiglia vedova di Tofo di Ranerio Salimbeni, come molte madri senesi aveva la tutela [ 87 ] dei figli Gano, Buonsignore, Margarita e Tofanuccia [ 88 ] (anche se la regola non venia applicata in caso di secondo matrimonio) e godeva di un parziale passaggio di poteri del paterfamilias [ 89 ] per la gestione del patrimonio [ 90 ] dei figli minori ; Carlo di Gabriello Piccolomini facendo testamento nominava la moglie Andrea gubernatricem dei figli [ 91 ] , Biagio del fu Tolomeo Tolomei nel testamento redatto all'inizio del 1300 lasciava che la moglie Ciancia «[…] toto tempore vite sue et quousque vixerit sit domina dispensatrix, gubernatrix et administratrix» dei quattro ospedali per i poveri, forniti di tutto il necessario, che Biagio voleva fossero costruiti lasciandola «ad suam voluntatem quousque vixerit libere gubernare, administrare et dispensare» e nominandola esecutrice testamentaria insieme al Priore dei frati Predicatori [ 92 ] . Niccolò di Benuccio Salimbeni lasciava alla moglie Beccha di Pane Squarcialupi oltre le sue doti (che ammontavano a 7000 lib. den.) anche 500 fiorini d'oro da spendere per i poveri. Il denaro doveva essere restituito a Beccha dal Comune di Siena, al quale Niccolò lo aveva dato in prestito [ 93 ] .

Anche Corrado del fu Guglielmo Piccolomini lasciava la moglie Mita amministratrice di 800 lib. den. da spendere per i poveri; le restituiva le sue doti di 650 lib. e la nominava «dominam, massariam et usufructuariam in domo ipsius testatoris de bonis ipsius testatoris donec ipsa domina Mita caste visserit cum Nea, Guillielmo et Agnesina filiis » [ 94 ] ; Ardingherius quondam Maggiuscuoli (che non sembra appartenere alle famiglie nobili) lasciava alla moglie oggetti personali, gioielli [ 95 ] , abiti, alimenti, la casa di abitazione e tutto quanto le era necessario [ 96 ] e nominava la figlia Galiana erede [ 97 ] . Niccolo del fu Stricca Tolomei restituiva ad Agnola le sue doti di 1200 lib., il lucro di 100 lib. e altre 100 lib. dovute dal padre di lei a Niccolo per rimanenza della dote della madre di Agnola oltre all'usufrutto di una vigna, terra e case se non si fosse risposata, la camera arredata e le massarizie di città e di campagna e la nominava esecutrice testamentaria [ 98 ] .

Cinello del fu Cino Piccolomini nominava la moglie Giovanna sua fidecommissaria con piena facoltà di amministrare i beni del marito e le lasciava, oltre le doti, altre 3000 lib. ricevute dalla vendita di una casa di proprietà di Giovanna e gli interessi di una proprietà che Giovanna aveva avuto in eredità dal padre e che il marito aveva amministrato oltre a beni mobili ed immobili [ 99 ] ; Guglielmo di Orlando Buonsignori nel 1348 redigeva il suo testamento in volgare e specificava «Lasso a monna Albiera mia donna la sua dota come me la die e ogne suo pannamento di lana, di lino e di seta e sop[r]a le sue dote CC fior. d'oro; anco lasso la mia camera, el goffanuccio fornito com'io le mandai » [ 100 ] .

Francesco del fu Benuccio Salimbeni specifica che lasciava alla moglie Bindella, nel caso si fosse voluta risposare, le sue doti, l'antefatto, tutti i suoi gioielli e la camera matrimoniale ma se Bindella avesse deciso di restare con i figli e non risposarsi, avrebbe aggiunto l'usufrutto di un podere a Vignoni, un paio di buoi e le avrebbe concesso l'usufrutto di tutti i beni familiari; se invece Bindella avesse deciso di entrare in convento Francesco le avrebbe lasciato, oltre le doti, l'antefatto, i gioielli e la camera, anche l'usufrutto del podere [ 101 ] ; Uguccio del fu Lotterengo Tolomei lasciava la moglie Benvenuta «dominam et factricem et gubernatricem de omnibus filiis meis et de omnibus bonis meis toto tempore vite sue […] et quod libere facere possit de predictis ut ego…», le restituiva 525 lire delle doti e della donatio, altre 25 lire e «omnia alia sua ornamenta et pannos lineos et laneos et aurum et argentum » [ 102 ] .

E' da segnalare, all'opposto, il caso più tardo di Buonsignore di Fazio Piccolomini che lasciava alla moglie Cristina Marescotti due poderi a patto che la stessa rinunciasse alle sue doti, ammontanti a 750 fiorini d'oro, all'antifatto e ad ogni altro bene, aggiungendo 200 fiorini d'oro a compensazione dei donamenta portatigli, l'usufrutto di una terra vignata e della casa di abitazione con le masserizie contenute [ 103 ] . Insomma, non sembra che i mariti senesi fossero così restii, a parte forse questo ultimo caso, a restituire alle mogli i loro beni, ma anzi che lo statuto avesse solo un valore puramente indicativo dal momento che il continuo richiamo alle disposizioni testamentarie anteponeva la volontà del testatore a qualsiasi regola, sia di ius commune che di ius proprium rendendo inapplicabili le norme statutarie.

Lo spoglio delle pergamene relative alla sola famiglia Piccolomini [ 104 ] mostra che su 82 pergamene di argomento in generale ‘femminile' comprese in un periodo cronologicamente molto ampio (1235-1400) e per un cinquantennio al di là dei nostri limiti temporali, ben 11 donne sono state nominate tutrici dei figli minori, altre 10 – tra madri e mogli - sono state nominate esecutrici testamentarie, una era procuratrice per conto del marito [ 105 ] , un'altra comprava, a nome del marito, terreni nel contado [ 106 ] ; tre sorelle e la madre dotavano una quarta sorella [ 107 ] . Non sembra nemmeno che il tentativo di evitare alla vedova un secondo matrimonio sia da interpretare come un preteso controllo sessuale [ 108 ] , ma molto più semplicemente fosse soltanto un modo per evitare che i figli venissero cresciuti da estranei alla famiglia [ 109 ] oltre che per evitare un loro eventuale impoverimento dovuto alla restituzione della dote materna [ 110 ] . Proprio sfruttando questa libertà le donne utilizzavano nei loro testamenti tutte le possibilità offerte (o create) per avvantaggiare economicamente altre donne, figlie, sorelle e nipoti in primo luogo, ma anche amiche e conoscenti senza alcun rapporto di parentela con la testatrice [ 111 ] utilizzando l'escamotage di donare inter vivos i beni che così non rientravano tra quelli dotali, e dunque diventavano di proprietà della donna e non erano soggetti a vincoli, dal momento che – secondo l'interpretazione dello statuto – la dote proveniva dalla linea paterna e rientrava dunque nei beni ereditar i [ 112 ] .

A Siena non vigeva alcuna regola che imponeva alle donne di lasciare ai mariti una quota fissa – benché minima - dei propri beni, come invece accadeva a Pisa [ 113 ] o a Genova [ 114 ] e nemmeno l'uso, fino alla fine del Trecento, di lasciare una parte dei propri beni per dotare fanciulle povere [ 115 ] .

Teodora di Cristoforo Tolomei nominava la figlia Orrabilis erede universale almeno per la cifra di 650 lib. oltre che sua esecutrice testamentaria [ 116 ] ; Contessa di Riccomanno, vedova di Ranieri di Turchio Piccolomini, dopo aver distribuito «[…] quarta pars dotium mearum que sibi quarta pars michi concedatur et permictit legare et relinquere et legare et alienare ex forma statutorum comunis Senarum» delle 1500 lib. di dote distribuiva, tra le altre disposizioni, anche 10 lib. den. a Francesca del fu Salimbene Accattapani detta Capouana e altre 10 lib. sen. a una domestica, Nuta di Martino e nominava le quattro figlie eredi universali dividendo tra loro le altre tre parti della sua dote [ 117 ] . La figlia Turchiuzza, seguendo le disposizioni testamentarie della madre, donava poi allo spedale di Santa Maria della Scala alcune terre i cui frutti dovevano essere utilizzati per elemosine in memoria di Contessa e del padre Ranerio [ 118 ] .

Becca moglie di Benuccio di Sozzo Salimbeni cedeva alla madre Verde di Naddo Piccolomini tutti i suoi diritti su una casa con terra nel contado [ 119 ] ; anche Rabe , vedova di Matteo di Roma Piccolomini specificava dettagliatamente le sue disposizioni – non solo monetarie – ad altre donne, nominando poi esecutrice testamentaria la sorella [ 120 ] ; Noria (Neria?) del fu Rinaldo Tolomei e moglie dell'allora rettore dello spedale di santa Maria della Scala Ristoro di Giunta, dopo aver elencato un grande numero di donne alle quali lasciava del denaro - interessante perché molte di queste appartenevano ad altre famiglie nobili e preziosa testimonianza dei legami sia intrafamiliari che di amicizia che queste donne mantenevano anche con le monacate - nominava la figlia esecutrice testamentaria per le ultime volontà ed erede universale per gli altri beni mobili ed immobili [ 121 ] ; Nese del fu Ranerio Turchio Piccolomini aggiungeva al suo precedente testamento, fatto qualche mese prima, un legato per lasciare ad un'altra donna una somma di denaro [ 122 ] . Cognia , sorella di Niccoluccia di Meo Lencii del popolo di San Pietro in Castelvecchio moglie di Pietro di Enea Piccolomini, rilasciava una dichiarazione nella quale si riconosceva erede della sorella Niccoluccia, morta intestata [ 123 ] .

Erano ancora le donne che, con le loro donazioni, si preoccupavano di ‘ripagare' i danni commessi dai mariti e dai padri come fanno, tra le altre, una vedova Malavolti che si preoccupava anche delle anime del padre e del marito [ 124 ] , Nese del fu Bartolomeo Manetti, vedova di Mino di Simone Tolomei [ 125 ] e Mea del fu Tolomeo Tolomei, vedova di Mino del fu Guido Malavolti, che lasciava oltre 200 lib. per restituire le usure estorte dal padre [ 126 ] . E' opportuno sottolineare come anche questa pratica fosse diretta ad avvantaggiare le donne di famiglia: in questo modo, infatti, padri e mariti mettevano a posto la loro coscienza, ma offrivano alle loro donne la possibilità di utilizzare a proprio vantaggio il denaro che veniva restituito più tardi, quando la donna faceva testamento, dopo che aveva potuto usarlo per sé e per i propri bisogni [ 127 ] magari investendolo nelle imprese di famiglia.

 

 

4. Un confronto

Un rapido confronto con la realtà fiorentina dà un'immagine differente delle due città. La situazione fiorentina sembra molto più negativa per le donne (basta confrontare gli statuti) di quella senese più flessibile, ma questa è un'ipotesi sulla quale occorre lavorare approfonditamente. Ad un primo approccio la posizione delle donne senesi sembra avvicinarsi più a quella veneziana e fiorentina illustrate dalla più recente storiografia piuttosto che alla visione ‘misogina' che per lungo tempo ha sottolineato soltanto, nella legislazione come nell'economia, lo status inferiore delle donne. I periodi studiati sono diversi e dunque difficilmente paragonabili: pochi decenni possono cambiare in modo drammatico le situazioni e la realtà femminile della Firenze duecentesca non sembra ancora studiata in modo approfondito [ 128 ] ; per Siena abbiamo un solo “libro di ricordanze ” [ 129 ] simile a quelli così caratteristici di Firenze per cui non abbiamo una traccia di prima mano della situazione sociale ed economica delle vicende familiari (e nemmeno una loro interpretazione dall'interno); almeno per ora, non conosciamo un analogo Monte delle doti come quello fiorentino [ 130 ] , anche se lavori in corso sullo Spedale di Santa Maria della Scala sembrerebbero recarne qualche traccia.

Naturalmente qualche punto comune tra le due normative c'è: per esempio lo statuto del 1309 proibiva i doni tra famiglie in occasione di nozze [ 131 ] , tra le donne – e i parenti ed amici del marito - e la futura sposa [ 132 ] e proibiva alla futura sposa di fare lo stesso [ 133 ] come accadeva a Firenze [ 134 ] , comminando multe e cercando di limitare lo sfarzo eccessivo di un'abitudine consolidata («secondo che usare si soleva…»), ma è interessante che nessuna delle rubriche contro il lusso fosse presente nello statuto del 1262 e che non ce ne sia traccia nello statuto del 1337 [ 135 ] . Addirittura si proibiva al marito di richiedere quanto aveva donato alla futura sposa, confermandoci così non solo che i doni continuavano ad essere fatti, ma che i mariti li consideravano un investimento notevole da recuperare nei limiti del possibile [ 136 ] .

Le donne senesi delle classi abbienti [ 137 ] di questo periodo contavano [ 138 ]. Contavano le loro famiglie, le loro ricchezze, le loro abilità economiche, le possibilità che i loro legami intra-familiari [ 139 ] offrivano , se per la famiglia Petroni il legame da parte di madre era di ‘peso' tale da giustificare tra loro la scelta del tutore di due orfani [ 140 ] , ma contavano anche le loro capacità organizzative e gestionali della famiglia e del patrimonio.

Certamente per la Siena del primo Trecento non valeva ancora quanto avrebbe dichiarato più tardi, a Firenze, Giovanni Morelli: «Della dota non volere per ingordigia del danaio affogarti, però che di dota non si fece bene niuno; e se l'hai a rendere ti disfanno » [ 141 ] .

 

 

Desidero ringraziare per i consigli e i suggerimenti Julius Kirshner e Gabriella Piccinni.

Per Giovanna e Margherita, in memoria di Francesca (¤16-10-1996+).

 

 

Tutti i documenti inediti, ove non altrimenti specificato, sono in Archivio di Stato di Siena, la cui indicazione è omessa.

Abbreviazioni:

DAG, Diplomatico Archivio generale

DB, Diplomatico Bigazzi

DR, Diplomatico Riformagioni

DSA Diplomatico Sant'Agostino

DSF, Diplomatico San Francesco

DSMS, Diplomatico Santa Maria della Scala

DT, Diplomatico Tolomei

DTr Diplomatico Trafisse

 

 

[ 1 ] Si vedano soprattutto M. BELLOMO, Dote (diritto intermedio) in Enciclopedia del diritto XIV, pp. 8-32; S. CHOJNACKI, Dowries and kinsmen in early Renaissance Venice , in Women in medieval society , ed. by S. Mosher Stuard, University of Pennsylvania press 1976, pp. 173-198; P. CAMMAROSANO, Aspetti delle strutture familiari nelle città dell'Italia comunale , in Famiglia e parentela nell'Italia medievale , a cura di G. Duby e J. Le Goff, Bologna, Il mulino 1981, pp. 109-123; T. KUEHN, Emancipation in late medieval Florence , New Brunswick, Rutgers University press 1982; J. A. PLUSS, Baldus de Ubaldis of Perugia on dominium over dotal property , «Revue d'historie du droit» LII (1984), pp. 399-411; L. MAYALI, Droit savant et coutumes. L'exclusion des filles dotées XIIème-XVème siècles , Frankfurt am Main, Klostermann 1987 (Ius commune. Sonderhefte 33); G. VISMARA, I rapporti patrimoniali tra coniugi nell'alto Medioevo , in ID., Scritti di storia giuridica. 5: La famiglia , Milano, Giuffré 1988, pp. 141-189; D. HERLIHY, Opera muliebria. Women and work in medieval Europe , Philadelphia, Temple University press 1990; S. CHOJNACKI, Marriage legislation and patrician society in fifteenth-century Venice , in Law, custom and the social fabric in Medieval Europe. Essays in honor of Bryce Lyon , ed. by B. Bachrach and D. Nicholas, Kalamazoo, Western Michigan University 1990 (Studies in Medieval culture XXVIII), pp. 163-184; O. REDON, Aspects économiques de la discrimination et de la «marginalisation» des femmes XIIIe-XVIIIe siècles , in La donna nell'economia secc. XIII-XVIII. Atti della Ventunesima settimana di studi, 10-15 aprile 1989 [Istituto internazionale di storia economica F. Datini, Prato], a cura di S. Cavaciocchi, Firenze, Le Monnier 1990, pp. 441-460; I. CHABOT, La reconnaissance du travail des femmes dans la Florence du bas Moyen Age: contexte idéologique et réalité , ibidem, pp. 563-576; J. KIRSHNER and J. KLERMAN, The seven percent fund of Renaissance Florence , in Banchi pubblici, banchi privati e monti di pietà nell'Europa preindustriale. Amministrazione, tecniche operative e ruoli economici. Atti del convegno internazionale, Genova 1-6 ottobre 1990 , Genova, Società ligure di storia patria 1991, pp. 271-298; L. FABBRI, Alleanza matrimoniale e patriziato nella Firenze del Quattrocento. Studio sulla famiglia Strozzi , Firenze, Olschki 1991 (Quaderni di Rinascimento 12); T. KUEHN, Law, family and women. Towards a legal anthropology of Renaissance Italy , Chicago, University of Chicago press 1991; A. ESPOSITO, Strategie matrimoniali e livelli di ricchezza , in Alle origini della nuova Roma. Martino V (1417-1431) , a cura di M. 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GUZZETTI, Dowries in fourteenth-century Venice , «Renaissance Studies» 16 (2002), pp. 430-473; J. KIRSHNER, Li emergenti bisogni matrimoniali in Renaissance Florence , in Society & Individual in Renaissance Florence , a cura di W. J. Connell, Los Angeles-Berkeley, University of California press 2002, pp. 79-109; A. BARTOLI LANGELI, Après la morgengabe. Donations nuptiales et culture juridique dans l'Italie communale , in Dot et douaires dans le haut moyen age , sous la direction de F. Bougard, L. Feller et Régine Le Jan, Rome, Ecole française 2002, pp. 131-147; F. BOUGARD, Dot et douaire en Italie centro-septentrionale, VIIIe-XIe siècle. Un parcours documentaire , ibidem , pp. 57-95.

[ 2 ] Si veda ora G. LUMIA-OSTINELLI, Ut cippus domus magis conservetur. La successione a Siena tra statuti e testamenti (secoli XII-XVII) , «Archivio Storico Italiano» CLXI (2003), fasc. 1, pp. 3-51.

[ 3 ] Sul testamento come fonte documentaria specifica si veda Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale. Atti dell'incontro di studio (Perugia 3 maggio 1983), Perugia, Regione dell'Umbria-Editrice umbra cooperativa 1985 (Archivi dell'Umbria. Inventari e ricerche 7).

[ 4 ] Dal 1176 i Consoli del Comune fanno professione di «vivere lege romana cum tota civitate», in D. BIZZARRI, Il diritto privato nelle fonti senesi del sec. XIII , «Bullettino senese di storia patria» [da ora BSSP] XXXIII-XXXIV (1926-1927), pp. 213-322: 231.

[ 5 ] Le ultime due professioni di legge per Siena sono del 1140, Cartulario della Berardenga, docc. 296 (1140, 10 maggio) e 281 (1140, agosto) in D. BIZZARRI, Il diritto , p. 230 nt. 1.

[ 6 ] L. ZDEKAUER, La confessione di legge nei patti dotali di Firenze , «Rivista italiana per le scienze giuridiche» III (1887), pp. 234-241.

[ 7 ] D. BIZZARRI, Il diritto , pp.215-217.

[ 8 ] Il Costituto del Comune di Siena volgarizzato nel MCCCIX-MCCCX , edizione critica a cura di Mahmoud Salem Elsheikh, Siena, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, 2002 [da ora Statuto 1309].

[ 9 ] Archivio di stato di Siena, Statuti di Siena 26 [da ora Statuto 1337].

[ 10 ] L'ultimo statuto della Repubblica di Siena (1545) , a cura di M. Ascheri, Siena, Accademia senese degli Intronati 1993 (Monografie di storia e letteratura senese, 12).

[ 11 ] L. ZDEKAUER, Il Constituto dei Placiti del Comune di Siena , «Studi Senesi» VI (1889), pp. 152-206 [da ora Placito ] e Il Costituto dei Consoli del Placito del Comune di Siena. Dissertazione illustrativa , «Studi Senesi» IX (1892), pp. 35-75: 61[da ora Dissertazione ]; un accenno agli aspetti tecnici in M. ASCHERI, Statuti, legislazione e sovranità: il caso di Siena in Statuti città territori in Italia e Germania tra medioevo e età moderna , a cura di G. Chittolini e D. Willoweit, Bologna, Il mulino 1991, pp. 145-194: p. 147, nt. 4 (Annali dell'Istituto storico italo-germanico. Quaderno 30).

[ 12 ] Placito 18 «De mulieribus dotatis»; Placito 19 «…etiam si femina […] que sit in domo nondum nupta et ad domum viri nondum ducta, nisi defunctus eam hereditatem instituisset, ad hereditatem eam redire non permictam, nec eam heredem defuncto esse permictam…».

[ 13 ] Statuto 1262, II.40 «Ut filia dotata succedat cum sororibus in domo remanentibus suis dotibus collatis».

[ 14 ] Statuto 1262, II.31 «Quod mulieres non possint relinquere alii, quam filiis, ultra quartam».

[ 15 ] Placito 22 «alia […] bona habeant parentes masculi ex parte patris et avi paterni usque ad quartum gradum vulgariter intellectum»; si ritrova anche in Statuto 1337 II.[219] con l'aggiunta marginale «nec aliqua persona consanguinea vel coniuncta latere matris talis persone defuncte».

[ 16 ] Breve degli officiali del Comune di Siena compilato nell'anno MCCI al tempo del podestà Ubertino da Lando di Piacenza , ora primamente edito da L. BANCHI, «Archivio Storico Italiano», t. III, p. II (1866), rub. XIII De consulibus dominarum. «Nos Consules dominarum […] iuramus […] providere et intendere diligenter super querimoniis feminarum et accusationibus quas ipse facient, vel de ipsis facte fuerint apud curiam Sancti Peregrini et non alibi […] et de ipsarum querimoniis, vel aliorum de ipsis factis vel fiendis, teneamur cognoscere et sententiare…». I Consoli erano coadiuvati da un notaio e da un camarlengo.

[ 17 ] L'usus terre era ancora in vigore sulla fine dell'XI secolo per gli assegni maritali; dalla fine del XII secolo i patti dotali senesi vengono redatti costantemente secondo il diritto giustinianeo, D. BIZZARRI, Il diritto, cit., p. 240 e p. 238.

[ 18 ] Lo statuto fiorentino del 1415 prevedeva sempre il mundualdo per le donne, si v. T. KUEHN, “Cum consensu mundualdi”. Legal guardianship of women in Quattrocento Florence , in ID., Law, Family & Women. Toward a legal anthropology of Renaissance Italy , Chicago and London, The University of Chicago Press, 1991, pp. 212-237.

[ 19 ] Statuto 1262, I.307 De quas ipse facerent vel alius de eis apud curiam e consulibus dominarum et eorum officio et iuramento. «[…] diligenter intendere super querimoniis feminarum et accusationibus…»

[ 20 ] L. ZDEKAUER, Dissertazione , cit., p. 61.

[ 21 ] La documentazione per valutare i possibili ruoli femminili nella pratica economica è praticamente inesistente per le donne delle classi sociali inferiori, RIEMER, Women , cit., p. 46.

[ 22 ] E. ENGLISH, La prassi testamentaria delle famiglie nobili a Siena e nella Toscana del Tre-Quattrocento , in I ceti dirigenti nella Toscana del Quattrocento , Monte Oriolo, Papafava 1987, pp. 463-472:465.

[ 23 ] DR 1246 nov 17.

[ 24 ] Statuto 1309, II.45 ma Altaviglia del fu Braccio Malavolti rilascia quietanza al fratello Renaldo nella quale riconosce di aver ricevuto da lui 30 lib. den. delle 100 lib. «quos mihi domina Adaleta mater nostra cuius heres voluit me habere super bonis et dotibus suis», DAG 1280[1] gen 7.

[ 25 ] Almeno quattro documenti della prima metà del Duecento anticipano una pratica che dal XVI secolo diverrà usuale (A.ROMANO, Famiglia , cit., p. 45, nt. 108). Si tratta di due atti del 1221 nei quali Mateola Burnelli cede al padre «Burnello patri meo omne ius et actionem et petitionem quod et quam habeo in bonis tuis et bonis Maize matris mee…» (1221 set 24) così come Nieve figlia di Dietisalvi che il 9 ottobre specifica «do, cedo, concedo, remitto et refuto tibi dicto Dietisalvi patri meo omne ius et actionem et petitionemquod et quam habeo in bonis tuis et in bonis matris mee…» (entrambi gli atti furono redatti dal notaio Appuliese e sono trascritti in D. BIZZARRI, Imbreviature notarili. I. Liber imbreviaturarum Appuliesis notarii comunis Senarum, MCCXXI-MCCXXIII , Torino, Lattes 1934 nn. 124 e 199, rispettivamente alle pp. 52 e 82-83). Negli altri due atti, inediti, le donne rinunciano all'eredità a vantaggio dei fratelli poiché sono state dotate dal padre: Marsubilia filia Mathei dichiara che «per se et suos heredes fecit Bonifatio et Bartalomeo fratribus suis recipientibus pro se et aliis fratribus earum et eorum et eorum heredibus finem, refutationem et transactionem perpetuam et pacta de non petendo de tota hereditate dicti Mathei patris sui et parte sua dicte hereditatis que sibi propter partem (?) contingere possit de bonis omnibus et singulis, mobilibus et immobilibus presentibus et futuris dicte hereditatis pro .Lx. libr. den. pisan. numm., quos confessa est et contenta dictum Matheum patrem suum dedisse Tondo viro suo in dotem et nomine dotis pro ea. Pro quibus .Lx. libr. se vocavit tacitam, quietam, solutam et pagatam de tota hereditate paterna et bonis dicte hereditatis et parte sua dicte hereditatis […] promictens per se et suos heredes predictis fratribus suis stipulantibus pro se et aliis fratribus eorum et heredibus dictam finem, refutationem, transactionem et pactum et omnia et singula predicta in perpetuum firma tenere et habere et contra non venire…», DTr 1241 set 1 come Ducaressa del fu Cristofano, che seguendo il consiglio dei parenti rinuncia all'eredità «… do, cedo, concedo et mando vobis Iacobo et Bencivenne quondam Cristofani fratribus meis omne ius et actionem et petitionem quod et quas habeo vel habere possum seu habere videor vel ullo modo michi competit vel competere potest in hereditate et rebus et bonis antedicti patris nostri occasione successionis sive legatis michi ab eo factis vel alio quocumque modo […] ego […] procuratores facio et constituo et totius mei iuris successores […] stipulantibus pro vobis et vostris heredibus predicta firma et rata perpetuo habere atque tenere […] Et facio pro .cc. libr. den. senen. quos Baldese sponso meo et futuro marito pro meis dotibus confiteor vos solvisse» DSA 1242[3] feb 14.

[ 26 ] Placito 19.

[ 27 ] Statuto 1262, II.40 «Ut filia dotata succedat cum sororibus in domo remanentibus suis dotibus collatis».

[ 28 ] Statuto 1262, II.38 «De muliere dotanda, quando non potest succedere in turri vel palatio per Constitutum».

[ 29 ] Statuto 1262, II.36 «De mulieribus que remanserint heredes patris in suo iure defendendis».

[ 30 ] Statuto 1262, II.31 «Quod mulieres non possint relinquere alii, quam filiis, ultra quartam» Et si qua mulier nupta vel non nupta, que habeat filios vel filias seu filium fecerit testamentum vel codicillos vel donationem, non possit relinquere vel donare seu vendere vel alienare ita quod filii eius, qui remanserint post eam, possint privari a bonis suis, nisi fieret causa necessitatis sui victus – et hec adiectio «vel non nupta» - «seu vendere vel alienare, ita quod filii eius, qui remanserint post eam possint privari a bonis suis nisi fieret causa necessitatis sui victus» valeat ab hodie in antea, quod est Millesimo cc°lvi°, ind. Xv. de mense Septembre, de bonis suis nisi tantum quartam partem bonorum suorum, quam partem arbitrio suo valeat dispensare non obstante aliqua dispositione quam fecerit. Nello Statuto del 1309 si specifica che i figli devono essere legittimi (ma si mantiene la dicitura «alcuna femina maritata overo non maritata»), «Et la sopradetta agionta: “Legitimo overo legitima”, fatta è in anno Domini MCCLXXVII, inditione VI, del mese di settembre», Statuto 1309, II.42. Secondo la LUMIA-OSTINELLI (p. 24 nota 67, che riporta RIEMER pp. 166-168) il «non nupta» aggiunto nel 1256 allo statuto si riferisce alle vedove ma suggerisco si possa prendere in considerazione l'ipotesi che potesse anche riferirsi alle concubine. Il concubinaggio era considerato un secondo tipo di matrimonio e non era proibito: venne abolito solo col Concilio di Trento, J. BRUNDAGE, Concubinage and marriage in medieval canon law , in Sex, law and marriage in the Middle Ages , London, Variorum 1993; anche san Bernardino predicava contro il concubinaggio ancora diffuso ai suoi tempi, A. ESPOSITO, Convivenza , cit., p. 502.

[ 31 ] Placito 22 «alia […] bona habeant parentes masculi ex parte patris et avi paterni usque ad quartum gradum vulgariter intellectum»; si ritrova anche in Statuto 1337 II.[219] con l'aggiunta marginale «nec aliqua persona consanguinea vel coniuncta latere matris talis persone defuncte».

[ 32 ] Placito 18.

[ 33 ] Statuto 1309, II.53 «Che la femina dotata non venga a successione».

[ 34 ] E' interessante il caso sottoposto al giudice Anselmo nel 1211: gli viene chiesto da Palmiera se è possibile alienare (in maniera definitiva, sembrerebbe) il fondo dotale. Anselmo risponde «quod poterat permutari si est utile mulieri […] quod totum mihi veracissimum videtur per legem ff. de iure dotium [D.23.3.27]»: allora Palmiera decide «habito consilio et consensu trium ex nobilioribus de meo genere […] qui bene unam mecum viderunt permutationem mihi utilem et rem quam ex ea accepi esse meliorem» di permutare col marito la terra che questi aveva ricevuto in dote inextimata con una casa all'interno delle mura cittadine «ita tamen ut sit dotalis ut terra erat» DAG 1211 set 4.

[ 35 ] E. S. RIEMER, Women , cit., p. 40.

[ 36 ] C. KLAPISCH-ZUBER, Le «zane» della sposa. La donna e il suo corredo in EAD., La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze , Roma-Bari, Laterza 1988, pp. 193-211; J. KIRSHNER, Gli assi extradotali a Firenze tra il 1300 e il 1500: una gabbia dorata per le donne fiorentine , in La famiglia in Italia: dall'antichità al 20 secolo , a cura di D. Kertzer e R. P. Saller, Firenze, Le Lettere 1995, pp. 207-232.

[ 37 ] E.D. ENGLISH, Five magnates families of Siena, 1240-1350 , Ph. Diss., University of Toronto 1981, pp. 189-191.

[ 38 ] Fazio d'Orlando dona propter nuptias 3000 lib., mentre Agnesa di Ciampolo sposa Paparoccio di Francesco Saracini portandogli in dote, nel 1357, 650 fiorini, ENGLISH, Five , cit., p. 191.

[ 39 ] Sul fallimento dei Buonsignori si v. E. ENGLISH, Enterprise and liability in Sienese banking, 1230-1350 , Cambridge, The Medieval Academy of America, 1988.

[ 40 ] ENGLISH, Five , cit., p. 460.

[ 41 ] ENGLISH, Five , cit., p. 475.

[ 42 ] Sulla famiglia e sulla sua politica matrimoniale si veda ora A. CARNIANI, I Salimbeni quasi una signoria. Tentativi di affermazione politica nella Siena del ‘300 , Siena, Protagon 1995, in particolare le pp. 197-202.

[ 43 ] Sozzo, Niccoluccio e Benuccio Salimbeni, insieme a Giovanni del fu Giovanni Salimbeni, Biagio del fu Talomeo Tessi Tolomei e Mino Ruffi del fu Orlando Forte, tutti propinqui maggiori di vent'anni, si impegnano a donare propter nuptias a Pane del fu Squarcialupo Squarcialupi per la figlia Beccha 7000 lib. den. (con un lucro di 200 lib. den.). L'atto fu redatto nella chiesa di san Cristoforo «… coram domino Salamone quondam domini Guillielmi Piccolomini, domino Tavena quondam domini Dei et Meo Incontrati de Tolomeis, domino Spinello olim Ranucci et domino Petro domini Ugolini Ramelle de Forteguerris, domino Ughone iudice olim Bencivennis de Fabris et Viviano Arrighi et ser Sozo Doni notario…», ASF, Ricci, 1293[4] mar 11.

[ 44 ] Si veda R. MUCCIARELLI, I Tolomei banchieri di Siena. La parabola di un casato nel XIII e nel XIV secolo , Siena, Protagon 1995, pp. 213-220, 237.

[ 45 ] DAG 1298 mag 13.

[ 46 ] ENGLISH, Five cit., p. 476.

[ 47 ] La «petia terre vineata» è posta «in contrada de Monteguactiani extra portam de Monteguactiani, cui duobus est via et ante ecclesie sancti Stefani», ASF, Ricci 1342 mag 30.

[ 48 ] [la dote è di 800 lib. den.] «… dimidiam dicte summe a kalendis maii proxime venturas [sic] ad duos annos proxime complendos et ab inde ad alios duos annos aliam dimidiam residuam dicte summe…», DSF, 1287 apr 12.

[ 49 ] «[…] et dictas octingentas lib. den. tibi et cui volueris dare et solvere promicto, non obstante confesione a te facta de soluto in instrumento dotali dicte domine», ibidem.

[ 50 ] DAG 1357[8] gen 14.

[ 51 ] «[…] confiteor […] me habuisse et recepisse […] de ipsius domino Bandini propria pecunia sexcentas lib. den. sen. de summa et quantitate mille ducentarum lib. den. sen. […] pro dotibus et nomine dotium domine Angnole uxoris mee […] de quibus sexcentis lib. dicte summe me tacitum et plene pagatum voco […] et pactum […] facio de ulterius non petendo promictens per me et meos heredes nullam in perpetuum […] litem facere aut questionem movere sub pena dupli…», DAG 1298 mag 13.

[ 52 ] DT 1318 mag 25. Secondo Epstein questa era una cautela che i familiari usavano per proteggersi da eventuali morti premature, EPSTEIN, Wills , cit., p.105.

[ 53 ] «Ego Donus olim Finiguerre de Castelmoço» dona a Giovanni, futuro marito di Divitia «titulo dotis extimate in .lii. libr. bonorum den. sen.» concedendogli «medietatem pro indiviso omnium bonorum meorum mobilium quam habeo vel habere video in Castelmoço et eius curia …» e a titolo di dos inestimata «[…] do et trado tibi medietatem pro indiviso unius domus posite in dicto castro […] et medietatem pro indiviso omnium meorum bonorum immobilium et rerum mearum immobilium que et quas habeo vel habere video in curia et districtu prenominati castri […] in terris, vineis, pratis, lamis, silvis et nemoribus cum omnibus eorum iuribus et pertinentiis…» DAG 1283 nov 11. La differenza fra dos estimata e inestimata è analizzata da M. BELLOMO, Ricerche sui rapporti patrimoniali tra coniugi. Contributo alla storia della famiglia , Milano, Giuffré 1961, pp. 71-74 che sottolinea come la dos estimata fosse quella che attribuiva al marito il dominio iure civili et iure naturali delle res aestimate mentre sugli altri beni non stimati la moglie manteneva, almeno teoricamente, il dominium naturale.Castelmoço dovrebbe corrispondere a Castelmuzio nella zona di Trequanda, P. CAMMAROSANO–V. PASSERI, Città borghi e castelli dell'area senese-grossetana. Repertorio delle strutture fortificate dal medioevo alla caduta della Repubblica senese , Siena, Amministrazione provinciale 1984, p. 214.

[ 54 ] Tra i molti esempi: «Obligantes nos in predictis omnibus et singulis et pro eis firmum perpetuo tenendis et observandis et quemque nostrum insolidum et nostros heredes tibi et tuis heredibus et bona nostra omnia pignori presentia et futura de quibus que tibi plus placeant liceat tot accipere, vendere, alienare, pignorare et eorum corporaliter possessionem intrare auctoritate tua sine iudicio vel curia inquisitione…», [Orlando di Bonsignore Bonsignori e suo figlio Fazio] DB 1272 giu 30; Biagio del fu Lotterengo Tolomei promette a Ciampolo di Albizo per la figlia Ciancia, sua futura moglie, in caso di vedovanza di Ciancia e di non restituzione delle doti e del lucro entro il termine stabilito dallo statuto «[…] spondeo tibi reficere […] tua simplici tamen parabola dixeris te fecisse seu dixerit dicta domina aut eius heredes, probatione alia non exacta», DAG 1274 nov 27; Bartolomeo del fu Guglielmo Piccolomini e il figlio Caffino promettono a Mino del fu Herrigo Accattapani, padre di Octaviana futura moglie di Caffino che oltre alla dote di 900 lib. den. e al lucro di 100 lib. den. di «[…] reddere et restituere […] uterque nostrum insolidum in occasione, casu et eventu restituende dotis […] ut dictum est, omnia et singula dampna, expensas et interesse que et quas in curia et extra feceris et substinueris tu pro ea aut ipsa fecerit et substinuerit pro predictis non servatis…», ASF, Ricci, 1297 dic 14.

[ 55 ] Orlando di Bonsignore Bonsignori e il figlio Fazio donano propter nuptias ai quattro parenti che rappresentano Diana del fu Bartolomeo di Guido Ciabatte 3000 lib. den. «de bonis et rebus nostris» e si impegnano a concedere un lucro di 100 lib. den. in caso di premorienza di Fazio «[…] et dictas dotes cum prefato lucro donationis tibi vel tuo certo numptio in omnem casum et eventum restituende dotis infra tempus diffinitum a lege reddere, dare et solvere sine aliqua difficultate promictimus…» senza fare obiezioni di alcuna sorta «…omni occasione et exceptioni remota tam iure quam facti, et omnia dampna, interesse et expensas que et quas faceris et substinueris, inde vel ea occasione ut tua dixeris legalitate sine sacramento vel aliis probationibus in curte vel extra tibi spondemus integre reservare». I propinqui (tutti di età maggiore di 25 anni e bone fame) di Diana sono d. Pepo olim domini Ildebrandini de Sancto Iohanne ad Assum, Ciampolus Iacobi Salvani, Bindus domini Provenzani e Meus Ranerii Guidi Ciabacte, ibidem .

[ 56 ] Lo statuto fiorentino del 1253 impose un limite di 100 denari per la donatio, limite poi mantenuto per tutto il periodo medievale, D. HERLIHY, La famiglia nel Medioevo , Roma-Bari, Laterza, 1987, p. 128.

[ 57 ] S. EPSTEIN, Wills and wealth in medieval Genoa, 1150-1250 , Harvard University press, Cambridge and London 1984, p. 104. Sembra che a Genova in caso di vedovanza il marito ricevesse solo l'antefactum (la dote era destinata ai figli o tornava alla famiglia della donna), ibidem, pp. 109-110.

[ 58 ] Bernardino e Ranerio del fu Boninsegna, fratelli del defunto Ranaldo, restituiscono a Berghina del fu Simone «[…] omnia et singula bona que fuerunt Ranaldi quondam fratris nostri olim mariti tui mobilia et immobilia et iura et actiones et petitiones reales et personales utiles et directas et mixtas ubicumque et apud quemcumque fuerunt et inveniri poterunt […] pro dotibus tuis que sunt .l. libr. et .C. sol. pro lucro donationis propter nuptias […] Qui .C. sol. den. quos tibi dictus Ranaldus iudicavit in sua ultima voluntate pro expensis huius anni lugubri…» DAG 1243[4] feb 12.

[ 59 ] Statuto 1309, II.40.

[ 60 ] Statuto 1309, II.46.

[ 61 ] Oltre alla restituzione della dote vera e propria e l'istituzione di usufrutti a favore della vedova in un caso si trova la concessione dell'usufrutto di poderi e della casa di abitazione purché la vedova rinunci alla richiesta della sua dote aggiungendovi del denaro per compensare i donamenta che la sposa aveva portato nella casa del marito, vedi infra; a Firenze, come regola generale, la vedova (che doveva rimanere casta e non risposarsi) poteva ottenere l'usufructum maritale solo se non richiedeva la dote, COHN, The cult of remembrance and the Black Death. Six Renaissance cities in central Italy , Baltimore and London, The Johns Hopkins University press 1992, p. 200, al quale si veda però la severa recensione di M. BERTRAM, ‘Renaissance mentality' in Italian testaments' , «The Journal of modern history» 67 (1995), pp. 358-369.

[ 62 ] Per Venezia si veda L. GUZZETTI, Separations and separated couples in fourteenth-century Venice , in Marriage in Italy, 1300-1650 , ed. by Trevor Dean and K.J.P. Lowe, Cambridge, Cambridge University press 1998, pp. 249-274. Non ho trovato per questo periodo casi simili in Siena.

[ 63 ] Sul lucro maritale nella Firenze quattrocentesca, si v. J. KIRSHNER, Maritus lucretur dotem uxoris sue premortue in late medieval Florence , «Zeitschrift Savigny Stiftung, Kanonistische Abteilung» (1991), pp. 111-155.

[ 64 ] Statuto 1309, II.43.

[ 65 ] Per esempio in Statuto 1337 II.[141]. «Nulla mulier nupta vel dotalibus instrumentis confectis possit de suis dotibus vel in ipsarum preiudicium aliquem contractum vel obligationem facere cum patre, avo, fratre vel quacumque persona sine consensu et rati[fi]hitatione [sic] sui viri et si fieret non valeat ipso iure».

[ 66 ] Statuto 1337 II.[135] «Donationes vero facte uxori a marito vel propinquis seu consanguineis mariti ante quam eam duceret peti non possint, salva donatione propter nuptias…».

[ 67 ] La Novella giustinianea 97.6 Illud quoque sancire autorizzava la donna a recuperare la propria dote se il marito gestiva male i propri affari, gestendola personalmente in maniera accorta e prudente; la donna tuttavia non poteva alienare la dote recuperata durante il matrimonio poiché questa doveva servire a mantenere la famiglia, J. KIRSHNER, Wives' claims against insolvent husbands in late medieval Italy , in Women of the Medieval world. Essays in honor of John H. Mundy , eds. By J. Kirshner and S. F. Wemple, Basil Blackwell, New-York and Oxford 1985, pp. 256-303 (la Novella giustinianea è a p. 260).

[ 68 ] Tancredina «uxor Vaccarii» nomina procuratore Rufredi di Ildibrandino Vaccari per recuperare le sue doti dal marito. Il notaio redige l'instrumentum dal quale, sentiti i testimoni, risulta che «cum Vaccarius Rinovardi (?) Conti ut dicitur vergat ad inopiam et male incepit uti substantia sua ideo vult cautum esse domine Tancredine uxori sue de dotibus et donatione sua que dotes dicunt quod sunt .c. libr. den. et donatio fuit .xxv. lib. den. …» dà al procuratore di Tancredina 4 pezzi di terra nella curia di Bibbiano di valore pari a 125 lib., DAG 1249 mag 13. La formula maritus inchoat male uti substantia sua (Dig. 24.3.24) è stata interpolata nella Novella giustinianea dai Glossatori, J. KIRSHNER, Wives, cit., p. 268.

[ 69 ] Anche illegittime, come nel caso di Nichola di Stricca Tolomei che lasciò «Vanne filie olim Mini domini Orlandi [de] Tolomeis uxor Cinatii çendadarii .xxv. libr. den. sen…» DAG 1331 giu 17: il legato la escludeva dall'asse ereditario, A. ESPOSITO, Convivenza , cit., p. 503.

[ 70 ] Il diritto giustinianeo, pur riconoscendo la dote come contributo al matrimonio non escludeva le figlie dalla successione paterna; a partire dal mondo tardo-romano, tuttavia, si era diffusa la consuetudine di considerare la dote come anticipata successione (il favor agnationis in D.28.5.62(61)) sebbene la legislazione imperiale avesse combattuto questa tendenza, senza risultato; si veda anche I. CHABOT, Risorse e diritti patrimoniali in Il lavoro cit., pp. 47-70.

[ 71 ] «volo quod si contingeret filias meas silicet dominam Rocchesianam et dominam Ruggerottam et dominam Adalasiam vel alteram ex eis non posse habere dotes suas vel non posse commode habere alimenta […] possint et debeant habere et habeant libere et expedite alimenta de bonis meis commode sine fraude et malitia et redire et stare in domibus vel domo mea cum uno ex filiis meis quellibet earum cum quo vel quibus sibi placuerit […] et eodem modo volo de filia mea Benvenuta», DSMS 1239 set 19; sulla «tornata» fiorentina, KLAPISCH, La madre crudele in La famiglia cit ., pp. 291-292. Un altro caso simile è contenuto nel testamento del conte Alberto da Mangona, DAG 1249[50] gen 4 riportato in RIEMER, Women , cit., p. 56.

[ 72 ] «Item relinquo dicte filie mee domine Roccesiane duas archas et duas vegetes et duos tinellos et alias meas massaritias si ei placuerit et in domo mea posita Senis in burgo Sancte Marie Magdalene […] cuius domus habitationem sibi relinquo…», ibidem .

[ 73 ] Nel suo testamento Niccolo di Stricca Tolomei lascia alla sorella Maria monaca in Arezzo oltre alla rendita annuale destinatale dal padre («sorori Marie germane mee, filie condam dicti Stricche moniali monasterii Priote [sic ma pietate?] de Aritio relictam .vii. lib. den. .x. sol. den. sibi relicta a dicto condam patre meo et suo annuatim sibi dandis donec vixerit») un'altra rendita vitalizia di 10 lib. den. «de bonis meis», DAG 1331 giu 17.

[ 74 ] Archivio di Stato di Firenze, Ricci, 1340 giu 28.

[ 75 ] DAG 1307 giu 25.

[ 76 ] «legavit dictus Blaxius domine Diamb[r]e matris sue .x. lib. den. […] et domine Mee nepti sue filie quondam Tenghaccii fratris sui et uxori domini Nicchole de Francesiis .x. lib., volens et mandans ut dicta domina Diambra […] et domina Mea predictis sint contente nec plus vel aliud de bonis ipsius domini Blasii petere vel habere possint vel debeant aliquo modo vel causa», DSMS 1299[1300] gen 22.

[ 77 ] «Ego Ughuccio quondam domini Lucterenghi […] volo et iubeo quod Iacobus predictus possit et debeat extrahere et habere de bonis meis ante alios fratres suos .ccc. libr. den. a proximis kal. Ianuarii ad duos annos quos habui de dotibus uxoris sue domine Genme [sic]», DR 1246 nov 17.

[ 78 ] «relinquo sorori Chiare sorori mee ducentas flor. auri quoad usufructum toto tempore vite sue ac usumfructum dictorum CC flor. auri […] et ipsa [sc. Beccha] petierit et voluerit et recipierit domus mee et quatuor modis frumenti omni anno toto dicto tempore vite ipsius de affictu quod michi tenetur comune de Vignone», DSMS 1348 lug 8.

[ 79 ] Se invece decidono di entrare in monastero avranno diritto a 200 fior. di dote, ibidem.

[ 80 ] «relinquo predictis Baldesche, Margarite et Iohanne pro qualibet earum C flor. auri ultra et supra scripta legata. Item iudico et relinquo in casu predicto Angnoline sorori mee ac filiis suis C flor. auri et in dicto casu Katerine ac […] filiis suis C flor. auri. Item in casu predicto filiis Nicole C flor. auri et in dicto casu domine Alberie C flor. auri.», ibidem.

[ 81 ] «Omnibus evidenter appareat […] quod cum nobilis miles dominus Iacobus olim Renaldi de Tholomeis de Senis tamquam legitimus administrator domine Mee eius filie haberet et habet obligata pro dicta domina Mea eius filia bona que fuerunt domini Simonis domini Bannti de Cacciacomitibus pro undecim centonariis lib. den. sen. pro dotibus et nomine dotis dicte sue filie, pro centum lib. den. nomine donationis seu antifatii […] constituit et ordinavit Martinellum olim Rustichi de castro Moncischisii comitatus Senarum […] suum legitimum et verum procuratorem, actorem, factorem et nuntium specialem ad intrandum tenutam et corporalem possessionem rerum et bonorum et possessionum omnium que fuerunt antedicti domini Simonis que sunt in curia et territorio castri Montischisi vel alibi ubicumque sunt et reperiri possunt [...] et ad ea bona, possessiones et res omnes tenendum, habendum et possidendum sub nomine dicti domini Iacobi et suprascripte domine Mee eius filie pro causis seu debitis antedictis…» DT, 1295 set 4.

[ 82 ] Dopo aver specificato che se Fiore avesse voluto restare con i figli senza risposarsi avrebbe avuto «de bonis meis cuncta necessaria victus et vestitus et habitationis in domo mea omnibus temporibus vite sue», Bartolomeo ipotizza che Fiore non voglia restare con i figli, ma lasci loro le sue doti «ut emolumentum quod ex ipsis dotibus pervenietur ipsis filii[s] mei[s]»: in questo caso Fiore avrà «ex una parte domus mee in qua nunc iaceo […] commodam habitationem pro se et una sua famula et etiam quolibet anno habeat et habere debeat de bonis et super bonis meis donec vixerit pro suis et famule sue alimentis duos modios frumenti et duos modios vini et quindecim libr. bonorum den. sen.», e come era tradizione il «lectum meum matrimonialem munitum, lecteria fischone (?) et cultrice et duobus cussinis et duobus paribus lentiaminum et una cultra et omnes suos pannes [sic] ad suum dorsum deputatos et capsam illam quam habet ad manus suas». Se però Fiore avesse richiesto indietro le sue doti (come forse avrà minacciato di fare) Bartolomeo specifica «volo et iubeo eas sibi reddi et restitui ad suam voluntatem que sunt quadringente libr. den. et lucrum est .xxv. libr. den. sen.» pone come condizione che «ab illa die in antea qua ipsa domina Fiore uxor mea suas dotes habuerit et extraxerit de utilitatibus et bonis filiorum meorum non habeat aliquam dominationem [sic] standi cum filiis meis in domo mea […] et a die illa in antea que consecuta fuerit dotes suas a filiis meis ipsum frumentis et vini et den. legatum supradictum eidem omnino adimo» e nega a Fiore tutti gli altri legati che le aveva lasciato, con la sola eccezione del letto con i panni e della cassa, DAG 1284 apr 23.

[ 83 ] «Ego Barecius quondam Bagnati (?) de burgo arbie aserens me maiorem xv annis […] in solitum pro lxv libr. den. sen. de summa .l. libr. quam confiteor te Imilia mater mea habere debere a dicto patre meo et ab eius heredibus pro dotibus et de dotibus tuis quas a te vel pro te fuit confessus habuisse et recepisse unde volens tibi de predicta supma [sic] satisfacere […] do trado et quod plus valet mera pura et spontanea voluntate inrevocabiliter» DSMS 1244 apr 16.

[ 84 ] A Firenze le vedove ricevevano la dote, ma non era loro riconosciuta la comunione dei beni, HERLIHY cit., p. 197.

[ 85 ] Sono d'accordo con Sam Cohn che Firenze «was the worst place to have been born a woman, at least in terms of one's power over property», COHN, The cult , cit., p. 286.

[ 86 ] J. KIRSHNER, Li emergenti , cit., p. 87 interpreta le spese maritali per la sposa come investimento di buon auspicio per la futura coppia.

[ 87 ] Statuto 1309, II.179. Sulla tutela a Siena si v. E. S. REIMER, Women cit., pp. 114-117 e M. G. DI RENZO VILLATA, Dottrina, legislazione e prassi documentaria in tema di tutela nell'Italia del Duecento , in Confluence des droits savants et des pratiques juridiques. Actes du colloque de Montpellier, 12-14 décembre 1977 , Milano, Giuffrè 1979, pp. 373-434 (per Siena p. 378) e EAD., Tutela (diritto intermedio) in Enciclopedia del diritto , XLV, pp. 315-346; per l'usufrutto vedovile si rimanda a G. ROSSI, “Duplex est usufructus”. Ricerche sulla natura dell'usufrutto nel diritto comune. II: Da Baldo agli inizi dell'Umanesimo giuridico , Padova, Cedam 1996 (Dipartimento di scienze giuridiche, Università di Trento 23).

[ 88 ] Imiglia chiede di essere affiancata da due notai per il disbrigo del compito, DSF 1294[5] feb 8.

[ 89 ] N. TAMASSIA, Il testamento del marito , Bologna 1905, pp. 63-75.

[ 90 ] Non mi sento di concordare, almeno per il periodo che ci interessa, con l'idea che le donne siano solo ospiti passeggere delle case (sia paterne che maritali) come invece sostiene per Firenze C. KLAPISCH-ZUBER, La «madre crudele». Maternità, vedovanza e dote nella Firenze dei secoli XIV e XV , in EAD., La famiglia cit., pp. 285-303; che alle donne fossero concesse ampie possibilità di amministrazione economica è ricordato anche da A. GROPPI nell'Introduzione al volume Il lavoro delle donne , a cura di A. Groppi, Roma-Bari, Laterza 1996, p. XI.

[ 91 ] DAG 1322 apr. 10.

[ 92 ] DSMS 1299[1300] gen 22.

[ 93 ] «ipsa domina Beccha uxor mea ipsos quingentos florenos de auro […] mihi restituerit et dederit et ego eos postea mutuaverim seu crediderim comuni Senarum […] eidem domine Becche uxori mee iudico et relinquo ipsos quingentos florenos de auro quos dictum comune Senarum […] mihi reddere et solvere tenetur», DAG 1313 lug 5.

[ 94 ] ASF, Ricci, 1313 ott 2.

[ 95 ] In particolare gli anelli erano considerati espressione della ricchezza maschile poiché riflettevano la posizione sociale ed economica del marito, T. IZBICKI, ‘Ista questio est antiqua'. Two consilia on widows' rights , «Bulletin of medieval canon law» 8 (1978), pp. 47-50.

[ 96 ] Ardingherius lascia alla moglie «totum arredum et pannamentum ad eius usum destinatum et lectum cum apparatibus suis omnibus et tenda in quo simul iacere consuevimus et omnes pannos et centuras argenteas et anulos quos ipsa habes et omnes ligaturas pro capite suo et spetialiter pennellum [sic] sive pelles varias quas ipsa habet et indumentum sive pannum de scarlatto pro quo miseram in Françiam…» oltre agli alimenti, alla casa e «cuncta sibi necessaria», DAG 1232 apr 2.

[ 97 ] «Galianam filiam meam mihi heredem instituo et esse volo», ibidem. Non è dunque vero che le figlie non fossero quasi mai eredi dei padri, come sostiene LUMIA-OSTINELLI, p. 37 citando RIEMER, Women , pp. 34-35 che però fa uno specifico riferimento alla preferenza maschile – teorica - accordata nel caso dei postumi; dati alla mano anche COHN, The cult , cit., p. 197 dimostra che le ipotesi della Riemer non sono valide, si v. E. RIEMER, Women, dowries and capital investment in thirteenth-century Siena , in The marriage bargain: women and dowries in European history , ed. M. A. Kaplan, New York, The Institute for research in history and The Haworth press 1985, p. 72.

[ 98 ] «relinquo dicte domine Agnole […] ultra predicta de bonis meis centum lib. den. quas teneor et promisi domino Bandino olim patris ipsius quas habet et habere debeat pro satisfactione ipsius debiti […] pro conpessatione relicti similis quantitatis quam domina Fiore mater […] reliquerat domine Agnole supradicte […] do et lego eidem uxori mee cameram meam et omnia paramenta mea et sua lanea et linea et lectos et conperta omnia super letilia mea et maxaritias meas tam in civitate quam in comitatu Senarum existentia», DAG 1331 giu 17.

[ 99 ] «restituere debere et teneri domine Iohanne […] ultra dotes suas tria milia lib. den. quas habui et recepi pro ea […] ex pretio cuiusdam domus posite Senis […] et etiam ex fructibus per me habitis et perceptis de quadam possessione ipsius uxoris mee […] que domus et possessio eidem uxori mee remanserunt ex hereditate dicti condam Gratiani patris sui […] relinquo dictam dominam Iohannam uxorem meam fideicommissariam meam […] dans et concedens dicte uxori […] plenam licentiam et liberam potestatem [quoad] bona et de bonis meis [dictis] apprehendi, vendendi, obligandi, tenendi et possidendi…», ASF, Ricci, 1334 nov 24.

[ 100 ] DAG 1348 giu 4 trascritto in Particolari famiglie senesi b. 29 .

[ 101 ] «relinquo domine Bindelle uxori mee si contingat eam velle transire ad donationes nuptiae ultra dotes suas et antifatium, omnes gioias suas et cameram meam; et si contingat eam velle stare et vivere honestam et castam et vitam vidualem ducere et cum filiis suis et meis stare, relinquo ei ad usumfructum toto tempore vite ipsius domine Bindelle unum ex poderibus meis de Vignone et unum par bobum quod sibi magis placuerit ultra predictas gioias et cameram meam et quod sit usufructuaria et domina bonorum meorum toto tempore vite sue sicut ego sum ac essem si viverem; quando vero [si contingat eam] velle ingredi monasterium relinquo sibi ultra et supra illas gioias, cameram, dotes et antifatium et usumfructum dictum podere [rectius dicti poderis] de quo supra fit mentio» DSMS 1348 lug 8.

[ 102 ] DR 1246 nov 17.

[ 103 ] Berlino, StaatsBibliothek Preussicher Kulturbesitz zu Berlin, Dipl. Santa Maria del Carmine, 1391 giu 12.

[ 104 ] L' Indice delle pergamene provenienti da fondi diversi relative alla famiglia Piccolomini di Siena (1206 - 1400) a cura di Roberta Mucciarelli è consultabile in rete al sito www.storia.unisi.it/pagine/strumenti/piccolomini/home.htm.

[ 105 ] DSMS 1288 nov 17.

[ 106 ] DAG 1359[60] mar 14.

[ 107 ] «Nos Divitia et Burnetta [sic] quondam Burnacci pro nobis et nomine Grime sororis nostre de consilio consensu et auctoritate Filippi Alberti et Martini Tebalducci et Guillie matris nostre, presentium propinquorum et parentum nostrorum ad hoc sine malitia vocatorum et ego ipsa Guillia […] in solidum pretio xxii d. sen. quod nobis solutum esse confitemus […] quia eos habere debebas pro dotibus Berte sororis nostre uxoris tue iure dominii et proprietatis et possessionis […] insolutum dantes tibi Biencivenni [sic] Albertini .v. petias terrarum positarum in Certano […] renuntiantes exceptioni non facte venditionis non numerati et non habiti pretii et privilegio fori, beneficio novarum constitutionum et epistole divi Adriani et omni et senatusconsulto Velleiano et omni iuris et legum auxilio et tactis evangelis iuramus nos Burnetta et Divitiel [sic] dicta omnia et singula ut dictum est observare et firma tenere…», DAG 1232 ott 30.

[ 108 ] Per la dottrina canonistica (a differenza di quella civilistica) uomo e donna avevano gli stessi diritti e gli stessi doveri sul piano sessuale, e teoricamente non c'era inferiorità femminile sessuale all'interno del matrimonio, J. BRUNDAGE, Sexual equality in medieval canon law in ID., Sex , cit.

[ 109 ] A Genova in caso di secondo matrimonio della madre erano i parenti materni che si prendevano cura degli orfani, EPSTEIN, Wills , cit., p. 116.

[ 110 ] Abbiamo visto più in alto che questa era la paura di Bartolomeo di Ildebandino Vincenti, che i figli perdessero utilitas e bona materni.

[ 111 ] «Anco lasso a monna Rabe moglie di Giovanni di Naddino mia suoro C. fior; ancho lasso a monna Vanna moglie di Mociatto d'Azolino C fior.», DAG 1348 giu 4 trascritto in Particolari famiglie senesi busta 29.

[ 112 ] RIEMER, Women , cit., pp. 49-50.

[ 113 ] A Pisa le mogli lasciavano la cifra standard di 15 lire, S. K. COHN jr., The cult , cit., p. 287.

[ 114 ] EPSTEIN, Wills , cit., p. 109.

[ 115 ] S. K. COHN, Death and property in Siena, 1205-1800. Strategies for the afterlife, Baltimore and London , The Johns Hopkins University press 1988, p. 28 indica che prima del 1376 solo sette testatori hanno lasciato qualcosa per dotare fanciulle povere, mentre a partire dal Quattrocento questa diventa la principale forma di carità sociale, eclissando qualsiasi altro tipo di donazione ai poveri e The cult , cit., p. 17.

[ 116 ] DT 1295 mag 20.

[ 117 ] DSMS 1299 ott 11 «Reliquas vero tres partes dotium mearum dictarum, que tres partes dotium sunt XIc et XXV lib. sen., iudico et relinquo et dominabus Turchiuzze, Nesi, Ciocie et Binde filiabus meis pro equibus partis […] de predictis […] sint et debeant esse contente, et quod nichil plus petant».

[ 118 ] «a nobili muliere domina Turchiaza filia quondam domini Ranerii Turchi de Piccolominibus de Senis et Contese Riccomanni sua sponte et ex certa scientia dante et assignante et tradente suo nomine […] pro anima dicte domine Contesse et domini Ranerii viri sui […] iuxta formam et tenorem testamenti et ultime voluntatis dicte domine Contesse …», DB 1310[1] gen 31.

[ 119 ] DSMS 1328 set 5.

[ 120 ] Rabe specifica «relinquo Fie Larini de Talomeis vigintiquinque sol. den.; item lego et relinquo Katerine de Salicotto .XX. sol. den.; […] lego Cecchine .XX. sol. den.; […] lego Bici XX sol. den.; […] item domine Chesi XX sol.; […] item […] relinquo Angele qui moratur in hospitali apud locum fratrum minorum de Senis tres sol. den. sen.; […] item Greghe famule mee XX sol. den.; […] item domine Iacobe de Solicotto et Francische mantellate eius filie XX sol.; […] Fie olim Batini centum quinquaginta sol. den.; […] domine Decche sorori mee cultram de burdo meam et madiam et cassonem […]; item domine Gieme lego .iiii. lib. den.; […] domine Bilie ser Cecchi .iiii. sol.; […] relinquo sorori Gerolame domini Giorgii octo sol. den.. Residium [autem] dicte summe Vc lib. den. lego, iudico et relinquo domine Decche sorori mee relicte Larini. Et ad predicta iudicia et legata exequenda et executioni mandanda dominam Deccham relictam Larini et Nerium Righi Ranerii facio meos fideicommissarios et executores», ASF, Ricci, 1348 mag 11 (copia fatta 1356 dic 7).

[ 121 ] «item tribus filiabus domini Scotie […] filie domini Niccolai de Malavoltis sorori monasterii Sancte Petronelle […] filie olim Iacobi Renaldi […] filie domini Niccolai de Malavoltis sorori proxime dicti monasterii [Sancti Prosperi] […] sorori Margarite domine Ma[…]he […] sorori Margarite filie Van[n]is Ristori […] Mite filie olim Renaldi Boninsegne Alexi…», DSMS 1304 apr 2.

[ 122 ] «solum quod ultra legata in ipso testamento contenta vellem quod domina Nuta uxor Ture farsettarii populi sancti Mauritii haberet de bonis meis decem lib. den. sen.», DAG 1321 dic 13. Nel testamento precedente Nese aveva lasciato alla sorella Ciocia un legato di 20 soldi, a Francesca di Salimbene le sue masserizie della casa di città e di quella nel podere e aveva nominato esecutrice testamentaria la badessa delle Mantellate se il rettore della Casa della Misericordia non avesse accettato l'incarico, DAG 1325 giu 7. Il testamento era stato redatto dal notaio Petrus Mei Alberti.

[ 123 ] «Cognia olim Mei Incontri Lencii […] cognoscens hereditatem et bona hereditaria que remanserunt in hereditate domine Niccholuccie olim dicti Mei sororis sue et condam uxoris Petri Nee de Picholominibus defunte intestate …», DB 1348 nov 3 e ENGLISH, Five , cit., p. 484.

[ 124 ] «volens de bonis et dotibus meis disponere […] pro salute anime patris et viri quondam mei […] et restitutione de male ablatis et acquisitis ab eis…», DAG 1278 lug 12.

[ 125 ] «de summa dotium mearum que fuerunt noningente lib. den. […] relinquo ducentas quinquaginta lib. den. […] de [bonis pro] usuris et illicitis aquisitis olim a dicto patre meo», DAG 1312 apr 17.

[ 126 ] «Et si contigeret seu apparat aliquo modo vel iure me debere restituere aliquid pro usuris olim extortis a dicto Talomeo quondam patri meo, iudico et relinquo […] ducentas lib. den. sen. de bonis meis quas volo et iudico dari et solvi […] pro restitutione ipsarum usurarum», DAG 1286 apr 9.

[ 127 ] Concorda con questa ipotesi M. PELLEGRINI, Attorno all'«economia della salvezza». Note su restituzione d'usura, pratica pastorale ed esercizio della carità in una vicenda senese del primo Duecento , di prossima pubblicazione in «Cristianesimo nella storia», che suggerisce come giustificazione della pratica la tutela degli elementi più deboli della compagine familiare.

[ 128 ] I testamenti fiorentini della seconda metà del Trecento sono studiati da C. BONANNO-M. BONANNO-L. PELLEGRINI, I legati «pro anima» ed il problema della salvezza nei testamenti fiorentini della seconda metà del Trecento , «Ricerche storiche» XV (1985), pp. 183-220.

[ 129 ] Si tratta del resoconto della gestione familiare di Mattasalà di Spinello Lambertini e della madre Moscada, vedova, compilato nel 1233; l'edizione, alquanto scorretta, è stata curata da G. MILANESI, Ricordi di una famiglia senese del secolo decimoterzo , «Archivio Storico Italiano», app. V (1847), pp. 3-76.

[ 130 ] J. KIRSHNER, Pursuing honor while avoiding sin. The Monte delle doti of Florence , Milano, Giuffrè 1978 (Quaderni di Studi Senesi 41).

[ 131 ] Statuto 1309, V.193 «De la pena di chi pilliasse moglie, se donarà a parenti de la mollie sue»; V.196 De la pena di chi donasse a le femine maritate «Anco statuimo et ordiniamo che neuna persona, maschio overo femina, possa overo debia dare overo donare per sé overo per altra persona, palesemente overo niscostamente a la femina maritata overo ad alcuno per lei, overo mandare overo portare a la casa del suo marito overo ad altro suo luogo overo ad altra persona per lei inançiché ella si meni overo poscia, alcuna cassa overo goffano, dono overo presente overo gioie overo pecunie overo altre cose; et chi contrafarà sia punito al Comune di Siena in XXV libre di denari senesi, per ciascuna volta, et chi ricevarà overo ricevere farà, in simile pena sia punito […]».

[ 132 ] Statuto 1309 V.194 «De la pena che si die tollere a le femine per alcuno dono» Et non lassi la podestà alcune femine da la parte del marito portare alcune donamenta a la femina maritata, secondo che usare si soleva, ançi che si meni a la casa del marito overo poscia; et se contrafarà tolla la podestà a.llui, per ciascuna volta, XL soldi di denari, de la quale pena la metià abia l'acusatore et l'altra parte che rimane abia el comune. Et questo capitolo si faccia legere per le chiese, quando si legano li altri bandi; et quello medesimo per tutto s'oservi et luogo abia in tutti li parenti et amici da la parte del marito»

[ 133 ] Statuto 1309 V.195 «Di quel medesmo» Et la femina la quale si marita non possia né debia alcune donamenta portare overo dare overo fare sença fraude ad alcuno de la casa a la quale menata sarà, excetto el marito; et chi contrafarà, tolla a.llui la podestà la pena sopradetta».

[ 134 ] C. KLAPISH-ZUBER, Il complesso , in EAD. La famiglia , cit., specialmente le pp. 185-191.

[ 135 ] Il rubricario dello statuto inedito è in D. CIAMPOLI, Il Capitano del Popolo a Siena nel primo Trecento. Con il rubricario dello statuto del Comune di Siena del 1337 , Siena, Consorzio universitario della Toscana meridionale 1984 (Documenti di storia 1), pp. 61-121.

[ 136 ] Statuto 1337 II.[135] «Donationes vero facte uxori a marito vel propinquis seu consanguineis mariti ante quam eam duceret peti non possint, salva donatione propter nuptias…». Per Firenze si veda KLAPISCH-ZUBER, Il complesso , cit., soprattutto pp. 160-167 e 187.

[ 137 ] Sottolinea la migliore possibilità di indagare le attività economiche delle donne di queste classi, per la maggiore quantità di documenti, G. PICCINNI, Le donne nella vita economica, sociale e politica dell'Italia medievale , in Il lavoro , cit., p. 21.

[ 138 ] Sullo iato tra “l'esserci delle donne e il valere delle donne” ritorna A. GROPPI nella Introduzione , cit., p. XIV.

[ 139 ] Si vedano le considerazioni di G. PICCINNI, Le donne , cit., p. 25.

[ 140 ] Su richiesta di Niccolaccio di Caterino Petroni gli ufficiali della Curia del placito nominano tutore di Petrone e Agabito - orfani di Petrone di Caterino - Filippo di Gano Piccolomini, considerate le qualità di Filippo nonché la parentela per parte di madre che lo lega ai due pupilli,«habita diligenti informatione per ipsos iudex et sapientes de condictione et vita propinquorum dictorum pupillorum et comparato et habito per eosdem quod vir nobilis et discretus Philippus quondam Gani de Picholominibus de Senis populi sancti Martini est persona ydonea et diligens et est dictorum licet ex latere matris consanguineus pupillorum […] ad petitionem et instantiam Nicholaccii Chaterini de Petronibus predicti cii carnalis paterni dictorum pupillorum ac nominantis dictum Philippum pro bono ydoneo habili et legali magis quam aliquis alius ex coniunctis et consanguineis dictorum pupillorum […] constituerunt et decreverunt dictum Philippum […] tutorem» DAG 1374[5] gen 26.

[ 141 ] In L. FABBRI, Alleanza , cit., p. 66.

 

 

Documento senza titolo

L'argomento ‘dote' è uno di quelli che più colpiscono la mente dei nostri contemporanei: di pari passo con una storiografia datata (per fortuna modificata da recenti ed ottimi studi ) [ 1 ] è giunta fino a noi, complice una pratica in certe aree solo recentissimamente abolita (nel nostro paese nel 1975!), la visione ‘donna=dote', come se le donne non avessero avuto valore se non per il denaro che portavano, non legami familiari, non relazioni interpersonali, non ricchezze di rapporti che, come è noto, erano tanto più vitali nel periodo considerato.
Per il periodo qui esaminato non esistono studi specifici sulla dote nel Senese ma soltanto articoli sparsi, alcuni ormai molto datati, che hanno esaminato aspetti dell'argomento in maniera generale, all'interno di indagini più complesse. Il periodo successivo alla caduta della Repubblica nel 1555, invece, è stato studiato molto più approfonditamente e ci permette di osservare come la dote, qui come altrove, si sia trasformata in elemento sempre più costoso e portatore di problemi [ 2 ] . Il lavoro che qui presento è stato svolto sulle fonti statutarie senesi; ho ritenuto opportuno però aggiungere la trascrizione di alcune rubriche dello statuto del 1337, finora inedito, così da coprire un arco cronologico di circa 150 anni (dalla fine del XII alla prima metà del XIV secolo) perché in seguito, fino alla metà del XVI secolo, Siena non produce più statuti. L'analisi della normativa è stata affiancata ad alcuni ‘affondi' nella documentazione, che hanno consentito di operare confronti tra la norma e i testamenti [ 3 ] o altri atti notarili nei quali si fa riferimento a doti e donationes propter nuptias . Ciò ha consentito di osservare che in realtà gli statuti non venivano applicati pedissequamente, ma anzi – quando possibile - si cercavano i modi più utili per aggirarne la portata e limitarne il dettato.

1. Secondo la legge romana
Bisogna ricordare in premessa che la città, dopo un breve periodo di dominazione longobarda, aveva sempre vissuto «lege romana», seguendo il dettato dei testi giustinianei [ 4 ] . Di questo periodo di dominazione restano alcune tracce negli statuti senesi ricavabili dal testo, sebbene esse non fossero più applicate alla vita quotidiana dalla prima metà del XII secolo [ 5 ] , a differenza di quanto accadeva a Firenze, dove la professione di legge era ancora in vigore nel XIII secolo [ 6 ] .
A partire dal 1180 circa il Comune rafforzò il suo nucleo legislativo specifico, non bastando più il solo diritto comune e le consuetudini. Nascevano allora il Breve dei Consoli del Comune e il Breve della Curia del Placito , che insieme daranno poi origine al Constitutum vero e proprio [ 7 ] . La più antica redazione statutaria che ci è pervenuta è appunto quella del 1262, ma le rubriche in essa contenute permettono di analizzare lo sviluppo della legislazione dal 1179 all'anno di redazione; seguono poi l'edizione volgarizzata degli anni 1309-1310 [ 8 ] , quella ancora inedita del 1337-1339 [ 9 ] e poi l'ultimo statuto della Repubblica di metà XVI secolo [ 10 ] .
Quasi certamente il più antico documento legislativo era il Constituto del Placito [ 11 ] , magistratura senza giurisdizione criminale, che ricomprese anche curie minori come quelle dei foretanei e delle donne, con competenza sulle doti. Nonostante l'applicazione del diritto romano, più favorevole di quello barbarico, le incapacità della donna in campo civile permanevano: nella esclusione dalla successione della figlia dotata se sopravvivano eredi maschi [ 12 ] (anche se poi esse furono mitigate nello statuto del 1262) [ 13 ] o nelle limitazioni della capacità testamentaria imposte alla donna con figli [ 14 ] , nella rubrica del 1180 che regolava la successione della madre e dell'avo materno nei beni di figli e nipoti [ 15 ] . Ancora nel 1250 si ricordano i Consoli delle donne, una magistratura elettiva che aveva il compito di occuparsi di azioni di donne o contro donne [ 16 ] , quando evidentemente le donne si trovavano in una particolare condizione giuridica, ossia quando erano diverse le nazionalità [ 17 ] (ricordiamo che, per i longobardi, la donna aveva bisogno di un mundualdo [ 18 ] per agire in qualsiasi occasione ‘pubblica'). La rubrica del Breve è passata con qualche modifica nello statuto del 1262 [ 19 ] , ma si può essere d'accordo con lo Zdekauer che “nei tempi in cui appariscono le nostre notizie su questo magistrato, tale condizione giuridica speciale non esiste ” [ 20 ] .

2. La successione
E' necessario sottolineare, in premessa, che ho preso in considerazione, per il loro maggior numero nelle fonti doti, donationes e testamenti soprattutto di famiglie nobili, ricche o comunque importanti [ 21 ] e che tra loro era difficile che i rapporti non fossero tesi al mantenimento di uno status quo sociale che mirava ad evitare possibili contrasti dannosi. L'immagine che danno gli statuti è quella di una successione patrilieare rigida in senso discendente e non allargata ai rami maschili collaterali come a Firenze: la pratica, al contrario, era molto più varia e tendeva in questo periodo ad essere molto più omogenea nei confronti degli eredi di entrambi i sessi.
Non è detto che i testamenti che possediamo contengano tutti i beni del testatore: in generale infatti essi contenevano un elenco più o meno dettagliato di lasciti che rimanevano al di fuori dei beni che toccavano agli eredi e che il testatore non riteneva opportuno specificare [ 22 ] come, per esempio, Uguccio del fu Lotterengo Tolomei, che dopo aver indicato il luogo di sepoltura, vari lasciti a chiese e ordini religiosi, elencato i beni destinati alla moglie e organizzato le doti delle figlie concludeva in modo laconico «Item Ranuccium et Iacobum et Lucterngum et Ugonem et Talomeus filios meos in omnibus aliis bonis meis mobilibus et immobilibus ubicumque sunt et inveniri possunt quoquo modo instituo mihi heredes pro equali parte » [ 23 ] .
La donna dotata dal padre o dal fratello (ma anche i suoi figli) era esclusa dall'eredità materna se alla madre fosse sopravvissuto un maschio [ 24 ] ; era ammessa la rinuncia giurata alla successione [ 25 ] anche da parte della figlia non ancora sposata [ 26 ] ma nello statuto del 1262 questa disposizione venne abrogata, permettendo alle figlie, sposate e dotate, di concorrere all'eredità con le figlie non sposate, previa collazione della dote [ 27 ] cioè dopo aver detratto la quota di dote già ricevuta per non ledere gli interessi delle altre eredi. Restavano totalmente escluse dalla successione le torri, i castelli e le case-torri, ma i parenti della ragazza avevano l'obbligo di dotarla in maniera differente [ 28 ] , pena la perdita di dette proprietà. Le minorenni erano tutelate dalla legge nei loro diritti successori [ 29 ] , mentre le madri [ 30 ] vedevano comunque la loro capacità testatoria limitata a vantaggio dei figli.
I limiti più importanti a livello normativo per le donne sposate erano quelli successori: abbiamo già visto che la madre e l'avo materno avevano diritto ad un solo quarto dell'eredità di figli e nipoti (ad eccezione di case, torri e castella ) se non sopravvivessero collaterali del defunto, mentre il resto del patrimonio andava ai parenti maschi della linea paterna fino al quarto grado [ 31 ] (e questa disposizione si applicava solo alle donne senesi, mentre le altre erano completamente escluse dalla successione). Se non dotata, la donna perdeva comunque ogni diritto alla successione se entro 30 anni dal matrimonio non aveva mosso lite [ 32 ] , salve comunque le disposizioni testamentarie in contrario. Anche a Siena veniva tuttavia applicata la regola di ius commune per la quale, in mancanza di maschi, le femmine – dotate o non dotate - avevano diritto ad accedere all'eredità paterna, anche se lo statuto lascia intravedere che il problema teoricamente rimaneva [ 33 ] ma i senesi preferivano nominare eredi le figlie piuttosto che collaterali maschi lontani. Tuttavia gli statuti tendevano a tutelare il patrimonio della donna contro gli eventuali sprechi del marito [ 34 ] , così che esso potesse passare intatto agli eredi [ 35 ] .
E' proprio attraverso i donamenta che la famiglia della sposa aveva la possibilità di far valere il proprio peso all'interno del matrimonio, equiparando – o addirittura superando – lo sposo e la sua famiglia [ 36 ] . Non era certo tollerabile per gli appartenenti alle famiglie più importanti della città vedere le proprie figlie e i propri nipoti dipendere completamente dalla famiglia del marito o del padre, così come era inconcepibile che l'investimento patrimoniale fatto sulle figlie venisse annullato da mosse incaute dei generi e sfuggisse al controllo dei familiari della donna [ 37 ] . I donamenta erano fatti alla sposa dalla sua famiglia e non rientravano tra i beni dotali: appartenevano alla donna ed erano un investimento che la famiglia d'origine di lei faceva nel matrimonio. Attraverso questo sistema le donne non venivano ‘abbandonate' ma anzi si creava l'occasione perché i legami familiari si rafforzassero e le donne mantenessero una certa indipendenza economica dai mariti, indipendenza che si amplificava se restavano vedove e potevano disporre dei loro beni, dote compresa.
Se analizziamo alcuni dati tratti dal lavoro di Edward English nel periodo da lui considerato (tra il 1240 e il 1350), notiamo che tra i Bonsignori le doti, pur non altissime, indicavano che la famiglia si era ripresa dal fallimento e dalla liquidazione della compagnia [ 38 ] avvenuti tra il 1298 e il 1310 [ 39 ] ; per i Malavolti le doti non sembrano particolarmente elevate a parte quella di 1550 lib. pagata da Niccolò d'Orlando nel 1318 a Carluccio di Gioioso Tolomei per la dote di Margherita [ 40 ] . Per i Piccolomini sottolineo la dote di ben 1000 fiorini portata da Tessa di Baglione Gallerani quando, nel 1302, andò sposa a Bartolomeo di Bartolomeo e quella molto più modesta di 900 lib. che Ottaviana di Mino Accattapani portò nel 1297 a Caffino di Bartolomeo [ 41 ] . Tra i Salimbeni [ 42 ] va certamente ricordata la dote di 7000 lib. portata da Beccha di Pane Squarcialupi a Niccoluccio di Benuccio nel 1293 [ 43 ] ; per i Tolomei [ 44 ] , infine, le 1200 lib. portate da Agnola a Niccolò di Stricca [ 45 ] e da Raniera di Buonaventura del fu Sozzo Tolomeo che portò in dote a Uliviero del fu Ranieri Tolomeo nel 1318 1800 lib . [ 46 ]
La dote che Niccoluccia di Meo del fu Incontro Lenci portò nel 1342 a Pietro del fu Enea Piccolomini era di 1000 lib. sen. ed era divisa in due tranches : una terra vignata del valore di 350 lib. nei pressi di Camollia e 650 lib. «in pecunia numerata » [ 47 ] (il lucro vedovile era di sole 50 lib. den.). Anche Niccolò di Uguccio Malavolti si accordò con Gerio Montanini, affinché la dote di Armelina, futura moglie di Guccio di Gerio potesse essere pagata entro quattro anni [ 48 ] sebbene Gerio avesse rilasciato una dichiarazione nella quale comunicava di aver già ricevuto la dote promessa [ 49 ] così come Ciampolo di Ugone Buonsignori e il figlio Guccio, che si costituivano debitori di Francesco di Giacoppo Saracini e Paparoccio suo figlio in 750 fiorini d'oro per le doti di Agnese, figlia di Ciampolo e futura moglie di Paparoccio impegnandosi a pagare 500 fiorini nel giorno del matrimonio e il restante entro il termine di un anno [ 50 ] ; Niccolo del fu Stricca Tolomei dichiarò nel 1298 di aver ricevuto metà della dote promessagli da Bandino del fu Uguccione per Agnola, e si impegnava a non richiedere il denaro ricevuto sotto pena del doppio [ 51 ] , Deo di Guccio Tolomei e il cugino Benino di Mino si impegnarono a versare 250 delle 275 lib. della dote di Ceccha, sorella di Benino a Petruccio di Bonacorsino entro due mesi dalla stipula dell'accordo, e le restanti 25 lib. entro un anno [ 52 ] . Ho trovato un solo caso in cui il padre, nel contratto dotale specificava quali beni rientravano nella categoria della dos estimata e quali in quelli della dos inestimata e mi sembra interessante da sottolineare che si tratti di un abitante di un piccolo paese del contado [ 53 ] che probabilmente voleva essere sicuro di sistemare al meglio la figlia senza però limitarne le possibilità economiche.
Pur non essendoci una cessione diretta dei beni maritali, la donatio propter nuptias che il futuro sposo offriva alla sposa (in realtà molto più spesso ad un rappresentante di lei) creava un diritto di credito della donna sui beni del marito e dei parenti che testimoniavano per lui [ 54 ] e che si impegnavano a garantire con l'ipoteca sui propri beni familiari (dei quali però non veniva fornito un elenco dettagliato) la restituzione della dote entro i tempi stabiliti dallo statuto, oltre al lucro vedovile [ 55 ] . A Siena, tuttavia, non risulta che vi fossero limiti statutari alla donatio , come invece era indicato dagli statuti fiorentini [ 56 ] o dalla consuetudine genovese [ 57 ] .

3. La dote e la sua restituzione
In caso di premorienza gli eredi avevano l'obbligo di restituire la dote alla donna, trascorso un anno dalla morte del marito [ 58 ] mantenendo nel frattempo la vedova [ 59 ] che aveva la possibilità di stare presso i figli [ 60 ] . Nel caso in cui queste pratiche non fossero state espletate, la vedova diventava ‘padrona' dei beni indicati nella donatio [ 61 ] .
Il problema della restituzione della dote soluto matrimonio aveva comportato una maggiore discussione teorica. Secondo il diritto statutario se il marito premoriva in assenza di figli la dote era restituita alla vedova, mentre se premoriva la donna la dote veniva lucrata dal marito; in caso di divorzio [ 62 ] , se la colpa era della donna, il marito ne lucrava la dote, mentre in caso contrario la donna aveva diritto alla sua restituzione. Lo statuto del 1262 attribuiva al vedovo senza figli il lucro di un terzo della dote e l'obbligo di restituire al suocero i due terzi [ 63 ] ; nello statuto successivo del 1309, invece il lucro maritale era aumentato a metà dote [ 64 ] . Nello statuto del 1337 il marito superstite lucrava di nuovo soltanto un terzo della dote oltre alla donatio propter nuptias , mentre il rimanente andava ai figli, salve le eccezioni concesse dallo statuto. E' però importante sottolineare come questo statuto contenga un paio di rubriche, non presenti nei precedenti, nelle quali se da un lato si cercava di limitare i danni che gli accordi interfamiliari della donna con i suoi parenti avrebbero potuto apportare al patrimonio del marito [ 65 ] , dall'altro contro il marito si specificava che solo la donatio propter nuptias poteva essere richiesta e non i doni fatti da lui o dai suoi parenti alla futura sposa prima della traditio nella nuova casa [ 66 ] . La dote però poteva essere richiesta dalla donna, constante matrimonio , se le condizioni economiche del marito peggioravano al punto da ridurlo in povertà: essendo la prima creditrice del marito, la donna aveva diritto a recuperare i propri beni [ 67 ] come fece nel 1249 Tancredina che nominò un procuratore per recuperare la dote e la donatio dal marito [ 68 ] .
I maschi senesi si preoccupavano che le figlie – ma anche le madri, le sorelle e le nipoti [ 69 ] – avessero doti e rendite adeguate che garantissero loro status sociale e mezzi di sussistenza. Il diritto romano prevedeva infatti che alla figlia toccasse una dote ‘congrua' allo status familiare ed equiparabile alla quota ereditaria patrimoniale (anche se tendenzialmente inferiore alla legittima ) [ 70 ] , ed era impensabile che le famiglie non facessero tutti gli sforzi necessari per dotare le donne: una dote adeguata portava onore e profitto alla linea maschile dalla quale la donna proveniva ed era considerata un impegno da mantenere. Vediamo alcuni casi.
Ranerio del fu Rustichino Piccolomini, dopo aver specificato che le figlie, una volta vedove, potevano tornare a casa loro senza problemi [ 71 ] lasciò alla figlia Rocchesiana le massarizie e la casa posta nel Borgo di S. Maria Maddalena «si ibi redire voluerit ad habitandum » [ 72 ] . I fratelli, una volta divenuti esecutori testamentari dei padri [ 73 ] si preoccupavano che le sorelle avesseroo quanto loro destinato.
Salamone del fu Bartolomeo Piccolomini lasciava scritto che se a qualcuno dei suoi cinque figli fossero sopravvissute solo femmine, queste avessero – dei beni del nonno - 1000 lib. di dote oltre «omnia et singula ornamenta secundum modum et usum civitatis Senarum et que dantur et consuete sunt dari mulieribus quando nubent secundum condictionem et qualitatem ipsius filie sic nupte» e ancora specificava che le ragazze, ancorché sposate, «possint in hereditate patris sui mortui et de dicta hereditate habere alimenta et cumpta sibi necessaria ad victum et vestitum secundum condictionem et qualitatem ipsius …» [ 74 ] ; Deo di Tavena Tolomei istituiva la sorella Becha e il nipote eredi universali «pro equali parte» [ 75 ] ; Guglielmo di Orlando Buonsignori lasciava alle sorelle 100 fiorini d'oro e nominava Vanna sua esecutrice testamentaria. A contrario , Biagio del fu Tolomeo Tolomei lasciava alla madre Diambra e alla nipote Mea solo 10 lib. e le invitava a non chiedere altro [ 76 ] . Nel suo testamento del 1246 Uguccio Lotterenghi dopo aver indicato le sue volontà, specificava che al figlio Iacobus dovevano essere restituite dai beni paterni (e prima della divisione ereditaria) le 300 lib. che la moglie Gemma gli aveva portato in dote e che erano amministrate dal suocero [ 77 ] .
Il testamento di Francesco del fu Benuccio Salimbeni, redatto nel giugno 1348 al momento dello scoppio dell'epidemia di peste, ci dà un'idea abbastanza chiara dei beni familiari che potevano circolare e degli equilibri domestici che dovevano essere rispettati nelle classi sociali più alte. Francesco lasciava alla sorella Chiara, monaca, un vitalizio di 200 fiorini d'oro e il suo usufrutto; alla madre Beccha, oltre a quello che poteva chiedere per legge sui beni del figlio «vestimenta et calciamenta prout honorifice exigerent ad statum suum», una casa e quattro moggia di frumento ogni anno [ 78 ] ; alle quattro sorelle Lisa, Baldesca, Margherita e Giovanna 400 fiorini d'oro ciascuna purché «pervenia[n]t ad attum et copulam matrimonii et non aliter, videlicet illi earum que pervenerit ad attum et copulam matrimonii predicti » [ 79 ] ; alla figlia Tarlara 800 fior. d'oro e nel caso dovesse avere altre figlie femmine, Francesco lasciava a ciascuna altri 800 fiorini. Istituiva erede universale il figlio Benuccio e i suoi eredi legittimi, ma aggiungeva anche che se Benuccio o gli eventuali postumi che a lui Francesco fossero nati fossero morti senza eredi legittimi, la figlia Tarlara (e le postume, se ci fossero state) avrebbero dovuto ricevere ulteriori 800 fiorini d'oro; a ciascuna delle sorelle Baldesca, Margherita e Giovanna andavano consegnati altri 100 fiorini, così come alle sorelle Agnolina e Caterina (e sembra di capire che ci fossero altre due sorelle, Niccola e Alberia ) [ 80 ] . Per finire Francesco nominava tutrici dei figli e amministratrici dei suoi beni la madre e la moglie, oltre alle sorelle Chiara e Giovanna (sostituendole eventualmente Binda).
La restituzione di una dote per quanto cospicua, a meno che non accadessero dissesti economici irreparabili ai quali si cercava di ovviare in altro modo, era forse meno onerosa a livello economico, creava meno problemi ereditari e garantiva che non ci sarebbe stata dispersione di beni familiari, oltre ad evitare crisi a livello familiare e sociale; poteva però richiedere tempo: Iacopo del fu Rinaldo Tolomei, per esempio, dovette nominare un procuratore che lo rappresentasse per prendere possesso di terre che erano di proprietà della figlia Mea, e che le erano state promesse nella donatio di Simon di Bannto Cacciaconti per la restituzione della dote di 1100 lib. den. oltre a 100 lib. den. di antefatto [ 81 ] , mentre per Bartolomeo di Ildebrandino Vincenti, lanaiolo, la restituzione della dote avrebbe creato seri problemi economici ai figli, tanto da lasciare un testamento con clausole molto dettagliate che riflettono l'astio per le difficoltà coniugali che lui e la moglie Fiore dovevano avere avuto [ 82 ] ; Barecio, ormai quindicenne, poteva restituire alla madre le sue doti come il padre gli aveva imposto di fare [ 83 ] .
Alle mogli i senesi lasciavano non solo le doti che esse avevano portato e, tradizionalmente, il letto matrimoniale ma anche molti beni personali oltre quelli di proprietà femminile utilizzati per la gestione del matrimonio [ 84 ] (la differenza con la situazione fiorentina è a questo proposito impressionante [ 85 ] ); le nominavano esecutrici testamentarie ed affidavano loro la gestione di grandi patrimoni finanziari ed immobiliari, oltre alla tutela dei figli. Alle donne venivano lasciati beni di ogni genere, abiti, gioielli, case difficilmente quantificabili ma che fanno toccare con mano una ricchezza che doveva essere stata anche segno di affetto e non soltanto desiderio di ‘apparire' attraverso le proprie mogli [ 86 ] , ma che crea problemi di interpretazione e di confronto con altre realtà confinanti anche se, lo ricordo ancora una volta, i periodi storici presi in considerazione non sono gli stessi, ed è certo che anche a Siena dopo la metà del Trecento era iniziato un periodo più difficile (non solo per le donne) a livello economico che aveva certamente influenzato le pratiche di dote e i lasciti testamentari.
Imiglia vedova di Tofo di Ranerio Salimbeni, come molte madri senesi aveva la tutela [ 87 ] dei figli Gano, Buonsignore, Margarita e Tofanuccia [ 88 ] (anche se la regola non venia applicata in caso di secondo matrimonio) e godeva di un parziale passaggio di poteri del paterfamilias [ 89 ] per la gestione del patrimonio [ 90 ] dei figli minori ; Carlo di Gabriello Piccolomini facendo testamento nominava la moglie Andrea gubernatricem dei figli [ 91 ] , Biagio del fu Tolomeo Tolomei nel testamento redatto all'inizio del 1300 lasciava che la moglie Ciancia «[…] toto tempore vite sue et quousque vixerit sit domina dispensatrix, gubernatrix et administratrix» dei quattro ospedali per i poveri, forniti di tutto il necessario, che Biagio voleva fossero costruiti lasciandola «ad suam voluntatem quousque vixerit libere gubernare, administrare et dispensare» e nominandola esecutrice testamentaria insieme al Priore dei frati Predicatori [ 92 ] . Niccolò di Benuccio Salimbeni lasciava alla moglie Beccha di Pane Squarcialupi oltre le sue doti (che ammontavano a 7000 lib. den.) anche 500 fiorini d'oro da spendere per i poveri. Il denaro doveva essere restituito a Beccha dal Comune di Siena, al quale Niccolò lo aveva dato in prestito [ 93 ] .
Anche Corrado del fu Guglielmo Piccolomini lasciava la moglie Mita amministratrice di 800 lib. den. da spendere per i poveri; le restituiva le sue doti di 650 lib. e la nominava «dominam, massariam et usufructuariam in domo ipsius testatoris de bonis ipsius testatoris donec ipsa domina Mita caste visserit cum Nea, Guillielmo et Agnesina filiis » [ 94 ] ; Ardingherius quondam Maggiuscuoli (che non sembra appartenere alle famiglie nobili) lasciava alla moglie oggetti personali, gioielli [ 95 ] , abiti, alimenti, la casa di abitazione e tutto quanto le era necessario [ 96 ] e nominava la figlia Galiana erede [ 97 ] . Niccolo del fu Stricca Tolomei restituiva ad Agnola le sue doti di 1200 lib., il lucro di 100 lib. e altre 100 lib. dovute dal padre di lei a Niccolo per rimanenza della dote della madre di Agnola oltre all'usufrutto di una vigna, terra e case se non si fosse risposata, la camera arredata e le massarizie di città e di campagna e la nominava esecutrice testamentaria [ 98 ] .
Cinello del fu Cino Piccolomini nominava la moglie Giovanna sua fidecommissaria con piena facoltà di amministrare i beni del marito e le lasciava, oltre le doti, altre 3000 lib. ricevute dalla vendita di una casa di proprietà di Giovanna e gli interessi di una proprietà che Giovanna aveva avuto in eredità dal padre e che il marito aveva amministrato oltre a beni mobili ed immobili [ 99 ] ; Guglielmo di Orlando Buonsignori nel 1348 redigeva il suo testamento in volgare e specificava «Lasso a monna Albiera mia donna la sua dota come me la die e ogne suo pannamento di lana, di lino e di seta e sop[r]a le sue dote CC fior. d'oro; anco lasso la mia camera, el goffanuccio fornito com'io le mandai » [ 100 ] .
Francesco del fu Benuccio Salimbeni specifica che lasciava alla moglie Bindella, nel caso si fosse voluta risposare, le sue doti, l'antefatto, tutti i suoi gioielli e la camera matrimoniale ma se Bindella avesse deciso di restare con i figli e non risposarsi, avrebbe aggiunto l'usufrutto di un podere a Vignoni, un paio di buoi e le avrebbe concesso l'usufrutto di tutti i beni familiari; se invece Bindella avesse deciso di entrare in convento Francesco le avrebbe lasciato, oltre le doti, l'antefatto, i gioielli e la camera, anche l'usufrutto del podere [ 101 ] ; Uguccio del fu Lotterengo Tolomei lasciava la moglie Benvenuta «dominam et factricem et gubernatricem de omnibus filiis meis et de omnibus bonis meis toto tempore vite sue […] et quod libere facere possit de predictis ut ego…», le restituiva 525 lire delle doti e della donatio, altre 25 lire e «omnia alia sua ornamenta et pannos lineos et laneos et aurum et argentum » [ 102 ] .
E' da segnalare, all'opposto, il caso più tardo di Buonsignore di Fazio Piccolomini che lasciava alla moglie Cristina Marescotti due poderi a patto che la stessa rinunciasse alle sue doti, ammontanti a 750 fiorini d'oro, all'antifatto e ad ogni altro bene, aggiungendo 200 fiorini d'oro a compensazione dei donamenta portatigli, l'usufrutto di una terra vignata e della casa di abitazione con le masserizie contenute [ 103 ] . Insomma, non sembra che i mariti senesi fossero così restii, a parte forse questo ultimo caso, a restituire alle mogli i loro beni, ma anzi che lo statuto avesse solo un valore puramente indicativo dal momento che il continuo richiamo alle disposizioni testamentarie anteponeva la volontà del testatore a qualsiasi regola, sia di ius commune che di ius proprium rendendo inapplicabili le norme statutarie.
Lo spoglio delle pergamene relative alla sola famiglia Piccolomini [ 104 ] mostra che su 82 pergamene di argomento in generale ‘femminile' comprese in un periodo cronologicamente molto ampio (1235-1400) e per un cinquantennio al di là dei nostri limiti temporali, ben 11 donne sono state nominate tutrici dei figli minori, altre 10 – tra madri e mogli - sono state nominate esecutrici testamentarie, una era procuratrice per conto del marito [ 105 ] , un'altra comprava, a nome del marito, terreni nel contado [ 106 ] ; tre sorelle e la madre dotavano una quarta sorella [ 107 ] . Non sembra nemmeno che il tentativo di evitare alla vedova un secondo matrimonio sia da interpretare come un preteso controllo sessuale [ 108 ] , ma molto più semplicemente fosse soltanto un modo per evitare che i figli venissero cresciuti da estranei alla famiglia [ 109 ] oltre che per evitare un loro eventuale impoverimento dovuto alla restituzione della dote materna [ 110 ] . Proprio sfruttando questa libertà le donne utilizzavano nei loro testamenti tutte le possibilità offerte (o create) per avvantaggiare economicamente altre donne, figlie, sorelle e nipoti in primo luogo, ma anche amiche e conoscenti senza alcun rapporto di parentela con la testatrice [ 111 ] utilizzando l'escamotage di donare inter vivos i beni che così non rientravano tra quelli dotali, e dunque diventavano di proprietà della donna e non erano soggetti a vincoli, dal momento che – secondo l'interpretazione dello statuto – la dote proveniva dalla linea paterna e rientrava dunque nei beni ereditar i [ 112 ] .
A Siena non vigeva alcuna regola che imponeva alle donne di lasciare ai mariti una quota fissa – benché minima - dei propri beni, come invece accadeva a Pisa [ 113 ] o a Genova [ 114 ] e nemmeno l'uso, fino alla fine del Trecento, di lasciare una parte dei propri beni per dotare fanciulle povere [ 115 ] .
Teodora di Cristoforo Tolomei nominava la figlia Orrabilis erede universale almeno per la cifra di 650 lib. oltre che sua esecutrice testamentaria [ 116 ] ; Contessa di Riccomanno, vedova di Ranieri di Turchio Piccolomini, dopo aver distribuito «[…] quarta pars dotium mearum que sibi quarta pars michi concedatur et permictit legare et relinquere et legare et alienare ex forma statutorum comunis Senarum» delle 1500 lib. di dote distribuiva, tra le altre disposizioni, anche 10 lib. den. a Francesca del fu Salimbene Accattapani detta Capouana e altre 10 lib. sen. a una domestica, Nuta di Martino e nominava le quattro figlie eredi universali dividendo tra loro le altre tre parti della sua dote [ 117 ] . La figlia Turchiuzza, seguendo le disposizioni testamentarie della madre, donava poi allo spedale di Santa Maria della Scala alcune terre i cui frutti dovevano essere utilizzati per elemosine in memoria di Contessa e del padre Ranerio [ 118 ] .
Becca moglie di Benuccio di Sozzo Salimbeni cedeva alla madre Verde di Naddo Piccolomini tutti i suoi diritti su una casa con terra nel contado [ 119 ] ; anche Rabe , vedova di Matteo di Roma Piccolomini specificava dettagliatamente le sue disposizioni – non solo monetarie – ad altre donne, nominando poi esecutrice testamentaria la sorella [ 120 ] ; Noria (Neria?) del fu Rinaldo Tolomei e moglie dell'allora rettore dello spedale di santa Maria della Scala Ristoro di Giunta, dopo aver elencato un grande numero di donne alle quali lasciava del denaro - interessante perché molte di queste appartenevano ad altre famiglie nobili e preziosa testimonianza dei legami sia intrafamiliari che di amicizia che queste donne mantenevano anche con le monacate - nominava la figlia esecutrice testamentaria per le ultime volontà ed erede universale per gli altri beni mobili ed immobili [ 121 ] ; Nese del fu Ranerio Turchio Piccolomini aggiungeva al suo precedente testamento, fatto qualche mese prima, un legato per lasciare ad un'altra donna una somma di denaro [ 122 ] . Cognia , sorella di Niccoluccia di Meo Lencii del popolo di San Pietro in Castelvecchio moglie di Pietro di Enea Piccolomini, rilasciava una dichiarazione nella quale si riconosceva erede della sorella Niccoluccia, morta intestata [ 123 ] .
Erano ancora le donne che, con le loro donazioni, si preoccupavano di ‘ripagare' i danni commessi dai mariti e dai padri come fanno, tra le altre, una vedova Malavolti che si preoccupava anche delle anime del padre e del marito [ 124 ] , Nese del fu Bartolomeo Manetti, vedova di Mino di Simone Tolomei [ 125 ] e Mea del fu Tolomeo Tolomei, vedova di Mino del fu Guido Malavolti, che lasciava oltre 200 lib. per restituire le usure estorte dal padre [ 126 ] . E' opportuno sottolineare come anche questa pratica fosse diretta ad avvantaggiare le donne di famiglia: in questo modo, infatti, padri e mariti mettevano a posto la loro coscienza, ma offrivano alle loro donne la possibilità di utilizzare a proprio vantaggio il denaro che veniva restituito più tardi, quando la donna faceva testamento, dopo che aveva potuto usarlo per sé e per i propri bisogni [ 127 ] magari investendolo nelle imprese di famiglia.

4. Un confronto
Un rapido confronto con la realtà fiorentina dà un'immagine differente delle due città. La situazione fiorentina sembra molto più negativa per le donne (basta confrontare gli statuti) di quella senese più flessibile, ma questa è un'ipotesi sulla quale occorre lavorare approfonditamente. Ad un primo approccio la posizione delle donne senesi sembra avvicinarsi più a quella veneziana e fiorentina illustrate dalla più recente storiografia piuttosto che alla visione ‘misogina' che per lungo tempo ha sottolineato soltanto, nella legislazione come nell'economia, lo status inferiore delle donne. I periodi studiati sono diversi e dunque difficilmente paragonabili: pochi decenni possono cambiare in modo drammatico le situazioni e la realtà femminile della Firenze duecentesca non sembra ancora studiata in modo approfondito [ 128 ] ; per Siena abbiamo un solo “libro di ricordanze ” [ 129 ] simile a quelli così caratteristici di Firenze per cui non abbiamo una traccia di prima mano della situazione sociale ed economica delle vicende familiari (e nemmeno una loro interpretazione dall'interno); almeno per ora, non conosciamo un analogo Monte delle doti come quello fiorentino [ 130 ] , anche se lavori in corso sullo Spedale di Santa Maria della Scala sembrerebbero recarne qualche traccia.
Naturalmente qualche punto comune tra le due normative c'è: per esempio lo statuto del 1309 proibiva i doni tra famiglie in occasione di nozze [ 131 ] , tra le donne – e i parenti ed amici del marito - e la futura sposa [ 132 ] e proibiva alla futura sposa di fare lo stesso [ 133 ] come accadeva a Firenze [ 134 ] , comminando multe e cercando di limitare lo sfarzo eccessivo di un'abitudine consolidata («secondo che usare si soleva…»), ma è interessante che nessuna delle rubriche contro il lusso fosse presente nello statuto del 1262 e che non ce ne sia traccia nello statuto del 1337 [ 135 ] . Addirittura si proibiva al marito di richiedere quanto aveva donato alla futura sposa, confermandoci così non solo che i doni continuavano ad essere fatti, ma che i mariti li consideravano un investimento notevole da recuperare nei limiti del possibile [ 136 ] .
Le donne senesi delle classi abbienti [ 137 ] di questo periodo contavano [ 138 ] . Contavano le loro famiglie, le loro ricchezze, le loro abilità economiche, le possibilità che i loro legami intra-familiari [ 139 ] offrivano , se per la famiglia Petroni il legame da parte di madre era di ‘peso' tale da giustificare tra loro la scelta del tutore di due orfani [ 140 ] , ma contavano anche le loro capacità organizzative e gestionali della famiglia e del patrimonio.
Certamente per la Siena del primo Trecento non valeva ancora quanto avrebbe dichiarato più tardi, a Firenze, Giovanni Morelli: «Della dota non volere per ingordigia del danaio affogarti, però che di dota non si fece bene niuno; e se l'hai a rendere ti disfanno » [ 141 ] .

Desidero ringraziare per i consigli e i suggerimenti Julius Kirshner e Gabriella Piccinni.
Per Giovanna e Margherita, in memoria di Francesca (¤16-10-1996+).

Tutti i documenti inediti, ove non altrimenti specificato, sono in Archivio di Stato di Siena, la cui indicazione è omessa.
Abbreviazioni:
DAG, Diplomatico Archivio generale
DB, Diplomatico Bigazzi
DR, Diplomatico Riformagioni
DSA Diplomatico Sant'Agostino
DSF, Diplomatico San Francesco
DSMS, Diplomatico Santa Maria della Scala
DT, Diplomatico Tolomei
DTr Diplomatico Trafisse

[ 1 ] Si vedano soprattutto M. BELLOMO, Dote (diritto intermedio) in Enciclopedia del diritto XIV, pp. 8-32; S. CHOJNACKI, Dowries and kinsmen in early Renaissance Venice , in Women in medieval society , ed. by S. Mosher Stuard, University of Pennsylvania press 1976, pp. 173-198; P. CAMMAROSANO, Aspetti delle strutture familiari nelle città dell'Italia comunale , in Famiglia e parentela nell'Italia medievale , a cura di G. Duby e J. Le Goff, Bologna, Il mulino 1981, pp. 109-123; T. KUEHN, Emancipation in late medieval Florence , New Brunswick, Rutgers University press 1982; J. A. PLUSS, Baldus de Ubaldis of Perugia on dominium over dotal property , «Revue d'historie du droit» LII (1984), pp. 399-411; L. MAYALI, Droit savant et coutumes. L'exclusion des filles dotées XIIème-XVème siècles , Frankfurt am Main, Klostermann 1987 (Ius commune. Sonderhefte 33); G. 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[ 2 ] Si veda ora G. LUMIA-OSTINELLI, Ut cippus domus magis conservetur. La successione a Siena tra statuti e testamenti (secoli XII-XVII) , «Archivio Storico Italiano» CLXI (2003), fasc. 1, pp. 3-51.
[ 3 ] Sul testamento come fonte documentaria specifica si veda Nolens intestatus decedere. Il testamento come fonte della storia religiosa e sociale. Atti dell'incontro di studio (Perugia 3 maggio 1983), Perugia, Regione dell'Umbria-Editrice umbra cooperativa 1985 (Archivi dell'Umbria. Inventari e ricerche 7).
[ 4 ] Dal 1176 i Consoli del Comune fanno professione di «vivere lege romana cum tota civitate», in D. BIZZARRI, Il diritto privato nelle fonti senesi del sec. XIII , «Bullettino senese di storia patria» [da ora BSSP] XXXIII-XXXIV (1926-1927), pp. 213-322: 231.
[ 5 ] Le ultime due professioni di legge per Siena sono del 1140, Cartulario della Berardenga, docc. 296 (1140, 10 maggio) e 281 (1140, agosto) in D. BIZZARRI, Il diritto , p. 230 nt. 1.
[ 6 ] L. ZDEKAUER, La confessione di legge nei patti dotali di Firenze , «Rivista italiana per le scienze giuridiche» III (1887), pp. 234-241.
[ 7 ] D. BIZZARRI, Il diritto , pp.215-217.
[ 8 ] Il Costituto del Comune di Siena volgarizzato nel MCCCIX-MCCCX , edizione critica a cura di Mahmoud Salem Elsheikh, Siena, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, 2002 [da ora Statuto 1309].
[ 9 ] Archivio di stato di Siena, Statuti di Siena 26 [da ora Statuto 1337].
[ 10 ] L'ultimo statuto della Repubblica di Siena (1545) , a cura di M. Ascheri, Siena, Accademia senese degli Intronati 1993 (Monografie di storia e letteratura senese, 12).
[ 11 ] L. ZDEKAUER, Il Constituto dei Placiti del Comune di Siena , «Studi Senesi» VI (1889), pp. 152-206 [da ora Placito ] e Il Costituto dei Consoli del Placito del Comune di Siena. Dissertazione illustrativa , «Studi Senesi» IX (1892), pp. 35-75: 61[da ora Dissertazione ]; un accenno agli aspetti tecnici in M. ASCHERI, Statuti, legislazione e sovranità: il caso di Siena in Statuti città territori in Italia e Germania tra medioevo e età moderna , a cura di G. Chittolini e D. Willoweit, Bologna, Il mulino 1991, pp. 145-194: p. 147, nt. 4 (Annali dell'Istituto storico italo-germanico. Quaderno 30).
[ 12 ] Placito 18 «De mulieribus dotatis»; Placito 19 «…etiam si femina […] que sit in domo nondum nupta et ad domum viri nondum ducta, nisi defunctus eam hereditatem instituisset, ad hereditatem eam redire non permictam, nec eam heredem defuncto esse permictam…».
[ 13 ] Statuto 1262, II.40 «Ut filia dotata succedat cum sororibus in domo remanentibus suis dotibus collatis».
[ 14 ] Statuto 1262, II.31 «Quod mulieres non possint relinquere alii, quam filiis, ultra quartam».
[ 15 ] Placito 22 «alia […] bona habeant parentes masculi ex parte patris et avi paterni usque ad quartum gradum vulgariter intellectum»; si ritrova anche in Statuto 1337 II.[219] con l'aggiunta marginale «nec aliqua persona consanguinea vel coniuncta latere matris talis persone defuncte».
[ 16 ] Breve degli officiali del Comune di Siena compilato nell'anno MCCI al tempo del podestà Ubertino da Lando di Piacenza , ora primamente edito da L. BANCHI, «Archivio Storico Italiano», t. III, p. II (1866), rub. XIII De consulibus dominarum. «Nos Consules dominarum […] iuramus […] providere et intendere diligenter super querimoniis feminarum et accusationibus quas ipse facient, vel de ipsis facte fuerint apud curiam Sancti Peregrini et non alibi […] et de ipsarum querimoniis, vel aliorum de ipsis factis vel fiendis, teneamur cognoscere et sententiare…». I Consoli erano coadiuvati da un notaio e da un camarlengo.
[ 17 ] L'usus terre era ancora in vigore sulla fine dell'XI secolo per gli assegni maritali; dalla fine del XII secolo i patti dotali senesi vengono redatti costantemente secondo il diritto giustinianeo, D. BIZZARRI, Il diritto, cit., p. 240 e p. 238.
[ 18 ] Lo statuto fiorentino del 1415 prevedeva sempre il mundualdo per le donne, si v. T. KUEHN, “Cum consensu mundualdi”. Legal guardianship of women in Quattrocento Florence , in ID., Law, Family & Women. Toward a legal anthropology of Renaissance Italy , Chicago and London, The University of Chicago Press, 1991, pp. 212-237.
[ 19 ] Statuto 1262, I.307 De quas ipse facerent vel alius de eis apud curiam e consulibus dominarum et eorum officio et iuramento. «[…] diligenter intendere super querimoniis feminarum et accusationibus…»
[ 20 ] L. ZDEKAUER, Dissertazione , cit., p. 61.
[ 21 ] La documentazione per valutare i possibili ruoli femminili nella pratica economica è praticamente inesistente per le donne delle classi sociali inferiori, RIEMER, Women , cit., p. 46.
[ 22 ] E. ENGLISH, La prassi testamentaria delle famiglie nobili a Siena e nella Toscana del Tre-Quattrocento , in I ceti dirigenti nella Toscana del Quattrocento , Monte Oriolo, Papafava 1987, pp. 463-472:465.
[ 23 ] DR 1246 nov 17.
[ 24 ] Statuto 1309, II.45 ma Altaviglia del fu Braccio Malavolti rilascia quietanza al fratello Renaldo nella quale riconosce di aver ricevuto da lui 30 lib. den. delle 100 lib. «quos mihi domina Adaleta mater nostra cuius heres voluit me habere super bonis et dotibus suis», DAG 1280[1] gen 7.
[ 25 ] Almeno quattro documenti della prima metà del Duecento anticipano una pratica che dal XVI secolo diverrà usuale (A.ROMANO, Famiglia , cit., p. 45, nt. 108). Si tratta di due atti del 1221 nei quali Mateola Burnelli cede al padre «Burnello patri meo omne ius et actionem et petitionem quod et quam habeo in bonis tuis et bonis Maize matris mee…» (1221 set 24) così come Nieve figlia di Dietisalvi che il 9 ottobre specifica «do, cedo, concedo, remitto et refuto tibi dicto Dietisalvi patri meo omne ius et actionem et petitionemquod et quam habeo in bonis tuis et in bonis matris mee…» (entrambi gli atti furono redatti dal notaio Appuliese e sono trascritti in D. BIZZARRI, Imbreviature notarili. I. Liber imbreviaturarum Appuliesis notarii comunis Senarum, MCCXXI-MCCXXIII , Torino, Lattes 1934 nn. 124 e 199, rispettivamente alle pp. 52 e 82-83). Negli altri due atti, inediti, le donne rinunciano all'eredità a vantaggio dei fratelli poiché sono state dotate dal padre: Marsubilia filia Mathei dichiara che «per se et suos heredes fecit Bonifatio et Bartalomeo fratribus suis recipientibus pro se et aliis fratribus earum et eorum et eorum heredibus finem, refutationem et transactionem perpetuam et pacta de non petendo de tota hereditate dicti Mathei patris sui et parte sua dicte hereditatis que sibi propter partem (?) contingere possit de bonis omnibus et singulis, mobilibus et immobilibus presentibus et futuris dicte hereditatis pro .Lx. libr. den. pisan. numm., quos confessa est et contenta dictum Matheum patrem suum dedisse Tondo viro suo in dotem et nomine dotis pro ea. Pro quibus .Lx. libr. se vocavit tacitam, quietam, solutam et pagatam de tota hereditate paterna et bonis dicte hereditatis et parte sua dicte hereditatis […] promictens per se et suos heredes predictis fratribus suis stipulantibus pro se et aliis fratribus eorum et heredibus dictam finem, refutationem, transactionem et pactum et omnia et singula predicta in perpetuum firma tenere et habere et contra non venire…», DTr 1241 set 1 come Ducaressa del fu Cristofano, che seguendo il consiglio dei parenti rinuncia all'eredità «… do, cedo, concedo et mando vobis Iacobo et Bencivenne quondam Cristofani fratribus meis omne ius et actionem et petitionem quod et quas habeo vel habere possum seu habere videor vel ullo modo michi competit vel competere potest in hereditate et rebus et bonis antedicti patris nostri occasione successionis sive legatis michi ab eo factis vel alio quocumque modo […] ego […] procuratores facio et constituo et totius mei iuris successores […] stipulantibus pro vobis et vostris heredibus predicta firma et rata perpetuo habere atque tenere […] Et facio pro .cc. libr. den. senen. quos Baldese sponso meo et futuro marito pro meis dotibus confiteor vos solvisse» DSA 1242[3] feb 14.
[ 26 ] Placito 19.
[ 27 ] Statuto 1262, II.40 «Ut filia dotata succedat cum sororibus in domo remanentibus suis dotibus collatis».
[ 28 ] Statuto 1262, II.38 «De muliere dotanda, quando non potest succedere in turri vel palatio per Constitutum».
[ 29 ] Statuto 1262, II.36 «De mulieribus que remanserint heredes patris in suo iure defendendis».
[ 30 ] Statuto 1262, II.31 «Quod mulieres non possint relinquere alii, quam filiis, ultra quartam» Et si qua mulier nupta vel non nupta, que habeat filios vel filias seu filium fecerit testamentum vel codicillos vel donationem, non possit relinquere vel donare seu vendere vel alienare ita quod filii eius, qui remanserint post eam, possint privari a bonis suis, nisi fieret causa necessitatis sui victus – et hec adiectio «vel non nupta» - «seu vendere vel alienare, ita quod filii eius, qui remanserint post eam possint privari a bonis suis nisi fieret causa necessitatis sui victus» valeat ab hodie in antea, quod est Millesimo cc°lvi°, ind. Xv. de mense Septembre, de bonis suis nisi tantum quartam partem bonorum suorum, quam partem arbitrio suo valeat dispensare non obstante aliqua dispositione quam fecerit. Nello Statuto del 1309 si specifica che i figli devono essere legittimi (ma si mantiene la dicitura «alcuna femina maritata overo non maritata»), «Et la sopradetta agionta: “Legitimo overo legitima”, fatta è in anno Domini MCCLXXVII, inditione VI, del mese di settembre», Statuto 1309, II.42. Secondo la LUMIA-OSTINELLI (p. 24 nota 67, che riporta RIEMER pp. 166-168) il «non nupta» aggiunto nel 1256 allo statuto si riferisce alle vedove ma suggerisco si possa prendere in considerazione l'ipotesi che potesse anche riferirsi alle concubine. Il concubinaggio era considerato un secondo tipo di matrimonio e non era proibito: venne abolito solo col Concilio di Trento, J. BRUNDAGE, Concubinage and marriage in medieval canon law , in Sex, law and marriage in the Middle Ages , London, Variorum 1993; anche san Bernardino predicava contro il concubinaggio ancora diffuso ai suoi tempi, A. ESPOSITO, Convivenza , cit., p. 502.
[ 31 ] Placito 22 «alia […] bona habeant parentes masculi ex parte patris et avi paterni usque ad quartum gradum vulgariter intellectum»; si ritrova anche in Statuto 1337 II.[219] con l'aggiunta marginale «nec aliqua persona consanguinea vel coniuncta latere matris talis persone defuncte».
[ 32 ] Placito 18.
[ 33 ] Statuto 1309, II.53 «Che la femina dotata non venga a successione».
[ 34 ] E' interessante il caso sottoposto al giudice Anselmo nel 1211: gli viene chiesto da Palmiera se è possibile alienare (in maniera definitiva, sembrerebbe) il fondo dotale. Anselmo risponde «quod poterat permutari si est utile mulieri […] quod totum mihi veracissimum videtur per legem ff. de iure dotium [D.23.3.27]»: allora Palmiera decide «habito consilio et consensu trium ex nobilioribus de meo genere […] qui bene unam mecum viderunt permutationem mihi utilem et rem quam ex ea accepi esse meliorem» di permutare col marito la terra che questi aveva ricevuto in dote inextimata con una casa all'interno delle mura cittadine «ita tamen ut sit dotalis ut terra erat» DAG 1211 set 4.
[ 35 ] E. S. RIEMER, Women , cit., p. 40.
[ 36 ] C. KLAPISCH-ZUBER, Le «zane» della sposa. La donna e il suo corredo in EAD., La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze , Roma-Bari, Laterza 1988, pp. 193-211; J. KIRSHNER, Gli assi extradotali a Firenze tra il 1300 e il 1500: una gabbia dorata per le donne fiorentine , in La famiglia in Italia: dall'antichità al 20 secolo , a cura di D. Kertzer e R. P. Saller, Firenze, Le Lettere 1995, pp. 207-232.
[ 37 ] E.D. ENGLISH, Five magnates families of Siena, 1240-1350 , Ph. Diss., University of Toronto 1981, pp. 189-191.
[ 38 ] Fazio d'Orlando dona propter nuptias 3000 lib., mentre Agnesa di Ciampolo sposa Paparoccio di Francesco Saracini portandogli in dote, nel 1357, 650 fiorini, ENGLISH, Five , cit., p. 191.
[ 39 ] Sul fallimento dei Buonsignori si v. E. ENGLISH, Enterprise and liability in Sienese banking, 1230-1350 , Cambridge, The Medieval Academy of America, 1988.
[ 40 ] ENGLISH, Five , cit., p. 460.
[ 41 ] ENGLISH, Five , cit., p. 475.
[ 42 ] Sulla famiglia e sulla sua politica matrimoniale si veda ora A. CARNIANI, I Salimbeni quasi una signoria. Tentativi di affermazione politica nella Siena del ‘300 , Siena, Protagon 1995, in particolare le pp. 197-202.
[ 43 ] Sozzo, Niccoluccio e Benuccio Salimbeni, insieme a Giovanni del fu Giovanni Salimbeni, Biagio del fu Talomeo Tessi Tolomei e Mino Ruffi del fu Orlando Forte, tutti propinqui maggiori di vent'anni, si impegnano a donare propter nuptias a Pane del fu Squarcialupo Squarcialupi per la figlia Beccha 7000 lib. den. (con un lucro di 200 lib. den.). L'atto fu redatto nella chiesa di san Cristoforo «… coram domino Salamone quondam domini Guillielmi Piccolomini, domino Tavena quondam domini Dei et Meo Incontrati de Tolomeis, domino Spinello olim Ranucci et domino Petro domini Ugolini Ramelle de Forteguerris, domino Ughone iudice olim Bencivennis de Fabris et Viviano Arrighi et ser Sozo Doni notario…», ASF, Ricci, 1293[4] mar 11.
[ 44 ] Si veda R. MUCCIARELLI, I Tolomei banchieri di Siena. La parabola di un casato nel XIII e nel XIV secolo , Siena, Protagon 1995, pp. 213-220, 237.
[ 45 ] DAG 1298 mag 13.
[ 46 ] ENGLISH, Five cit., p. 476.
[ 47 ] La «petia terre vineata» è posta «in contrada de Monteguactiani extra portam de Monteguactiani, cui duobus est via et ante ecclesie sancti Stefani», ASF, Ricci 1342 mag 30.
[ 48 ] [la dote è di 800 lib. den.] «… dimidiam dicte summe a kalendis maii proxime venturas [sic] ad duos annos proxime complendos et ab inde ad alios duos annos aliam dimidiam residuam dicte summe…», DSF, 1287 apr 12.
[ 49 ] «[…] et dictas octingentas lib. den. tibi et cui volueris dare et solvere promicto, non obstante confesione a te facta de soluto in instrumento dotali dicte domine», ibidem.
[ 50 ] DAG 1357[8] gen 14.
[ 51 ] «[…] confiteor […] me habuisse et recepisse […] de ipsius domino Bandini propria pecunia sexcentas lib. den. sen. de summa et quantitate mille ducentarum lib. den. sen. […] pro dotibus et nomine dotium domine Angnole uxoris mee […] de quibus sexcentis lib. dicte summe me tacitum et plene pagatum voco […] et pactum […] facio de ulterius non petendo promictens per me et meos heredes nullam in perpetuum […] litem facere aut questionem movere sub pena dupli…», DAG 1298 mag 13.
[ 52 ] DT 1318 mag 25. Secondo Epstein questa era una cautela che i familiari usavano per proteggersi da eventuali morti premature, EPSTEIN, Wills , cit., p.105.
[ 53 ] «Ego Donus olim Finiguerre de Castelmoço» dona a Giovanni, futuro marito di Divitia «titulo dotis extimate in .lii. libr. bonorum den. sen.» concedendogli «medietatem pro indiviso omnium bonorum meorum mobilium quam habeo vel habere video in Castelmoço et eius curia …» e a titolo di dos inestimata «[…] do et trado tibi medietatem pro indiviso unius domus posite in dicto castro […] et medietatem pro indiviso omnium meorum bonorum immobilium et rerum mearum immobilium que et quas habeo vel habere video in curia et districtu prenominati castri […] in terris, vineis, pratis, lamis, silvis et nemoribus cum omnibus eorum iuribus et pertinentiis…» DAG 1283 nov 11. La differenza fra dos estimata e inestimata è analizzata da M. BELLOMO, Ricerche sui rapporti patrimoniali tra coniugi. Contributo alla storia della famiglia , Milano, Giuffré 1961, pp. 71-74 che sottolinea come la dos estimata fosse quella che attribuiva al marito il dominio iure civili et iure naturali delle res aestimate mentre sugli altri beni non stimati la moglie manteneva, almeno teoricamente, il dominium naturale.Castelmoço dovrebbe corrispondere a Castelmuzio nella zona di Trequanda, P. CAMMAROSANO–V. PASSERI, Città borghi e castelli dell'area senese-grossetana. Repertorio delle strutture fortificate dal medioevo alla caduta della Repubblica senese , Siena, Amministrazione provinciale 1984, p. 214.
[ 54 ] Tra i molti esempi: «Obligantes nos in predictis omnibus et singulis et pro eis firmum perpetuo tenendis et observandis et quemque nostrum insolidum et nostros heredes tibi et tuis heredibus et bona nostra omnia pignori presentia et futura de quibus que tibi plus placeant liceat tot accipere, vendere, alienare, pignorare et eorum corporaliter possessionem intrare auctoritate tua sine iudicio vel curia inquisitione…», [Orlando di Bonsignore Bonsignori e suo figlio Fazio] DB 1272 giu 30; Biagio del fu Lotterengo Tolomei promette a Ciampolo di Albizo per la figlia Ciancia, sua futura moglie, in caso di vedovanza di Ciancia e di non restituzione delle doti e del lucro entro il termine stabilito dallo statuto «[…] spondeo tibi reficere […] tua simplici tamen parabola dixeris te fecisse seu dixerit dicta domina aut eius heredes, probatione alia non exacta», DAG 1274 nov 27; Bartolomeo del fu Guglielmo Piccolomini e il figlio Caffino promettono a Mino del fu Herrigo Accattapani, padre di Octaviana futura moglie di Caffino che oltre alla dote di 900 lib. den. e al lucro di 100 lib. den. di «[…] reddere et restituere […] uterque nostrum insolidum in occasione, casu et eventu restituende dotis […] ut dictum est, omnia et singula dampna, expensas et interesse que et quas in curia et extra feceris et substinueris tu pro ea aut ipsa fecerit et substinuerit pro predictis non servatis…», ASF, Ricci, 1297 dic 14.
[ 55 ] Orlando di Bonsignore Bonsignori e il figlio Fazio donano propter nuptias ai quattro parenti che rappresentano Diana del fu Bartolomeo di Guido Ciabatte 3000 lib. den. «de bonis et rebus nostris» e si impegnano a concedere un lucro di 100 lib. den. in caso di premorienza di Fazio «[…] et dictas dotes cum prefato lucro donationis tibi vel tuo certo numptio in omnem casum et eventum restituende dotis infra tempus diffinitum a lege reddere, dare et solvere sine aliqua difficultate promictimus…» senza fare obiezioni di alcuna sorta «…omni occasione et exceptioni remota tam iure quam facti, et omnia dampna, interesse et expensas que et quas faceris et substinueris, inde vel ea occasione ut tua dixeris legalitate sine sacramento vel aliis probationibus in curte vel extra tibi spondemus integre reservare». I propinqui (tutti di età maggiore di 25 anni e bone fame) di Diana sono d. Pepo olim domini Ildebrandini de Sancto Iohanne ad Assum, Ciampolus Iacobi Salvani, Bindus domini Provenzani e Meus Ranerii Guidi Ciabacte, ibidem .
[ 56 ] Lo statuto fiorentino del 1253 impose un limite di 100 denari per la donatio, limite poi mantenuto per tutto il periodo medievale, D. HERLIHY, La famiglia nel Medioevo , Roma-Bari, Laterza, 1987, p. 128.
[ 57 ] S. EPSTEIN, Wills and wealth in medieval Genoa, 1150-1250 , Harvard University press, Cambridge and London 1984, p. 104. Sembra che a Genova in caso di vedovanza il marito ricevesse solo l'antefactum (la dote era destinata ai figli o tornava alla famiglia della donna), ibidem, pp. 109-110.
[ 58 ] Bernardino e Ranerio del fu Boninsegna, fratelli del defunto Ranaldo, restituiscono a Berghina del fu Simone «[…] omnia et singula bona que fuerunt Ranaldi quondam fratris nostri olim mariti tui mobilia et immobilia et iura et actiones et petitiones reales et personales utiles et directas et mixtas ubicumque et apud quemcumque fuerunt et inveniri poterunt […] pro dotibus tuis que sunt .l. libr. et .C. sol. pro lucro donationis propter nuptias […] Qui .C. sol. den. quos tibi dictus Ranaldus iudicavit in sua ultima voluntate pro expensis huius anni lugubri…» DAG 1243[4] feb 12.
[ 59 ] Statuto 1309, II.40.
[ 60 ] Statuto 1309, II.46.
[ 61 ] Oltre alla restituzione della dote vera e propria e l'istituzione di usufrutti a favore della vedova in un caso si trova la concessione dell'usufrutto di poderi e della casa di abitazione purché la vedova rinunci alla richiesta della sua dote aggiungendovi del denaro per compensare i donamenta che la sposa aveva portato nella casa del marito, vedi infra; a Firenze, come regola generale, la vedova (che doveva rimanere casta e non risposarsi) poteva ottenere l'usufructum maritale solo se non richiedeva la dote, COHN, The cult of remembrance and the Black Death. Six Renaissance cities in central Italy , Baltimore and London, The Johns Hopkins University press 1992, p. 200, al quale si veda però la severa recensione di M. BERTRAM, ‘Renaissance mentality' in Italian testaments' , «The Journal of modern history» 67 (1995), pp. 358-369.
[ 62 ] Per Venezia si veda L. GUZZETTI, Separations and separated couples in fourteenth-century Venice , in Marriage in Italy, 1300-1650 , ed. by Trevor Dean and K.J.P. Lowe, Cambridge, Cambridge University press 1998, pp. 249-274. Non ho trovato per questo periodo casi simili in Siena.
[ 63 ] Sul lucro maritale nella Firenze quattrocentesca, si v. J. KIRSHNER, Maritus lucretur dotem uxoris sue premortue in late medieval Florence , «Zeitschrift Savigny Stiftung, Kanonistische Abteilung» (1991), pp. 111-155.
[ 64 ] Statuto 1309, II.43.
[ 65 ] Per esempio in Statuto 1337 II.[141]. «Nulla mulier nupta vel dotalibus instrumentis confectis possit de suis dotibus vel in ipsarum preiudicium aliquem contractum vel obligationem facere cum patre, avo, fratre vel quacumque persona sine consensu et rati[fi]hitatione [sic] sui viri et si fieret non valeat ipso iure».
[ 66 ] Statuto 1337 II.[135] «Donationes vero facte uxori a marito vel propinquis seu consanguineis mariti ante quam eam duceret peti non possint, salva donatione propter nuptias…».
[ 67 ] La Novella giustinianea 97.6 Illud quoque sancire autorizzava la donna a recuperare la propria dote se il marito gestiva male i propri affari, gestendola personalmente in maniera accorta e prudente; la donna tuttavia non poteva alienare la dote recuperata durante il matrimonio poiché questa doveva servire a mantenere la famiglia, J. KIRSHNER, Wives' claims against insolvent husbands in late medieval Italy , in Women of the Medieval world. Essays in honor of John H. Mundy , eds. By J. Kirshner and S. F. Wemple, Basil Blackwell, New-York and Oxford 1985, pp. 256-303 (la Novella giustinianea è a p. 260).
[ 68 ] Tancredina «uxor Vaccarii» nomina procuratore Rufredi di Ildibrandino Vaccari per recuperare le sue doti dal marito. Il notaio redige l'instrumentum dal quale, sentiti i testimoni, risulta che «cum Vaccarius Rinovardi (?) Conti ut dicitur vergat ad inopiam et male incepit uti substantia sua ideo vult cautum esse domine Tancredine uxori sue de dotibus et donatione sua que dotes dicunt quod sunt .c. libr. den. et donatio fuit .xxv. lib. den. …» dà al procuratore di Tancredina 4 pezzi di terra nella curia di Bibbiano di valore pari a 125 lib., DAG 1249 mag 13. La formula maritus inchoat male uti substantia sua (Dig. 24.3.24) è stata interpolata nella Novella giustinianea dai Glossatori, J. KIRSHNER, Wives, cit., p. 268.
[ 69 ] Anche illegittime, come nel caso di Nichola di Stricca Tolomei che lasciò «Vanne filie olim Mini domini Orlandi [de] Tolomeis uxor Cinatii çendadarii .xxv. libr. den. sen…» DAG 1331 giu 17: il legato la escludeva dall'asse ereditario, A. ESPOSITO, Convivenza , cit., p. 503.
[ 70 ] Il diritto giustinianeo, pur riconoscendo la dote come contributo al matrimonio non escludeva le figlie dalla successione paterna; a partire dal mondo tardo-romano, tuttavia, si era diffusa la consuetudine di considerare la dote come anticipata successione (il favor agnationis in D.28.5.62(61)) sebbene la legislazione imperiale avesse combattuto questa tendenza, senza risultato; si veda anche I. CHABOT, Risorse e diritti patrimoniali in Il lavoro cit., pp. 47-70.
[ 71 ] «volo quod si contingeret filias meas silicet dominam Rocchesianam et dominam Ruggerottam et dominam Adalasiam vel alteram ex eis non posse habere dotes suas vel non posse commode habere alimenta […] possint et debeant habere et habeant libere et expedite alimenta de bonis meis commode sine fraude et malitia et redire et stare in domibus vel domo mea cum uno ex filiis meis quellibet earum cum quo vel quibus sibi placuerit […] et eodem modo volo de filia mea Benvenuta», DSMS 1239 set 19; sulla «tornata» fiorentina, KLAPISCH, La madre crudele in La famiglia cit ., pp. 291-292. Un altro caso simile è contenuto nel testamento del conte Alberto da Mangona, DAG 1249[50] gen 4 riportato in RIEMER, Women , cit., p. 56.
[ 72 ] «Item relinquo dicte filie mee domine Roccesiane duas archas et duas vegetes et duos tinellos et alias meas massaritias si ei placuerit et in domo mea posita Senis in burgo Sancte Marie Magdalene […] cuius domus habitationem sibi relinquo…», ibidem .
[ 73 ] Nel suo testamento Niccolo di Stricca Tolomei lascia alla sorella Maria monaca in Arezzo oltre alla rendita annuale destinatale dal padre («sorori Marie germane mee, filie condam dicti Stricche moniali monasterii Priote [sic ma pietate?] de Aritio relictam .vii. lib. den. .x. sol. den. sibi relicta a dicto condam patre meo et suo annuatim sibi dandis donec vixerit») un'altra rendita vitalizia di 10 lib. den. «de bonis meis», DAG 1331 giu 17.
[ 74 ] Archivio di Stato di Firenze, Ricci, 1340 giu 28.
[ 75 ] DAG 1307 giu 25.
[ 76 ] «legavit dictus Blaxius domine Diamb[r]e matris sue .x. lib. den. […] et domine Mee nepti sue filie quondam Tenghaccii fratris sui et uxori domini Nicchole de Francesiis .x. lib., volens et mandans ut dicta domina Diambra […] et domina Mea predictis sint contente nec plus vel aliud de bonis ipsius domini Blasii petere vel habere possint vel debeant aliquo modo vel causa», DSMS 1299[1300] gen 22.
[ 77 ] «Ego Ughuccio quondam domini Lucterenghi […] volo et iubeo quod Iacobus predictus possit et debeat extrahere et habere de bonis meis ante alios fratres suos .ccc. libr. den. a proximis kal. Ianuarii ad duos annos quos habui de dotibus uxoris sue domine Genme [sic]», DR 1246 nov 17.
[ 78 ] «relinquo sorori Chiare sorori mee ducentas flor. auri quoad usufructum toto tempore vite sue ac usumfructum dictorum CC flor. auri […] et ipsa [sc. Beccha] petierit et voluerit et recipierit domus mee et quatuor modis frumenti omni anno toto dicto tempore vite ipsius de affictu quod michi tenetur comune de Vignone», DSMS 1348 lug 8.
[ 79 ] Se invece decidono di entrare in monastero avranno diritto a 200 fior. di dote, ibidem.
[ 80 ] «relinquo predictis Baldesche, Margarite et Iohanne pro qualibet earum C flor. auri ultra et supra scripta legata. Item iudico et relinquo in casu predicto Angnoline sorori mee ac filiis suis C flor. auri et in dicto casu Katerine ac […] filiis suis C flor. auri. Item in casu predicto filiis Nicole C flor. auri et in dicto casu domine Alberie C flor. auri.», ibidem.
[ 81 ] «Omnibus evidenter appareat […] quod cum nobilis miles dominus Iacobus olim Renaldi de Tholomeis de Senis tamquam legitimus administrator domine Mee eius filie haberet et habet obligata pro dicta domina Mea eius filia bona que fuerunt domini Simonis domini Bannti de Cacciacomitibus pro undecim centonariis lib. den. sen. pro dotibus et nomine dotis dicte sue filie, pro centum lib. den. nomine donationis seu antifatii […] constituit et ordinavit Martinellum olim Rustichi de castro Moncischisii comitatus Senarum […] suum legitimum et verum procuratorem, actorem, factorem et nuntium specialem ad intrandum tenutam et corporalem possessionem rerum et bonorum et possessionum omnium que fuerunt antedicti domini Simonis que sunt in curia et territorio castri Montischisi vel alibi ubicumque sunt et reperiri possunt [...] et ad ea bona, possessiones et res omnes tenendum, habendum et possidendum sub nomine dicti domini Iacobi et suprascripte domine Mee eius filie pro causis seu debitis antedictis…» DT, 1295 set 4.
[ 82 ] Dopo aver specificato che se Fiore avesse voluto restare con i figli senza risposarsi avrebbe avuto «de bonis meis cuncta necessaria victus et vestitus et habitationis in domo mea omnibus temporibus vite sue», Bartolomeo ipotizza che Fiore non voglia restare con i figli, ma lasci loro le sue doti «ut emolumentum quod ex ipsis dotibus pervenietur ipsis filii[s] mei[s]»: in questo caso Fiore avrà «ex una parte domus mee in qua nunc iaceo […] commodam habitationem pro se et una sua famula et etiam quolibet anno habeat et habere debeat de bonis et super bonis meis donec vixerit pro suis et famule sue alimentis duos modios frumenti et duos modios vini et quindecim libr. bonorum den. sen.», e come era tradizione il «lectum meum matrimonialem munitum, lecteria fischone (?) et cultrice et duobus cussinis et duobus paribus lentiaminum et una cultra et omnes suos pannes [sic] ad suum dorsum deputatos et capsam illam quam habet ad manus suas». Se però Fiore avesse richiesto indietro le sue doti (come forse avrà minacciato di fare) Bartolomeo specifica «volo et iubeo eas sibi reddi et restitui ad suam voluntatem que sunt quadringente libr. den. et lucrum est .xxv. libr. den. sen.» pone come condizione che «ab illa die in antea qua ipsa domina Fiore uxor mea suas dotes habuerit et extraxerit de utilitatibus et bonis filiorum meorum non habeat aliquam dominationem [sic] standi cum filiis meis in domo mea […] et a die illa in antea que consecuta fuerit dotes suas a filiis meis ipsum frumentis et vini et den. legatum supradictum eidem omnino adimo» e nega a Fiore tutti gli altri legati che le aveva lasciato, con la sola eccezione del letto con i panni e della cassa, DAG 1284 apr 23.
[ 83 ] «Ego Barecius quondam Bagnati (?) de burgo arbie aserens me maiorem xv annis […] in solitum pro lxv libr. den. sen. de summa .l. libr. quam confiteor te Imilia mater mea habere debere a dicto patre meo et ab eius heredibus pro dotibus et de dotibus tuis quas a te vel pro te fuit confessus habuisse et recepisse unde volens tibi de predicta supma [sic] satisfacere […] do trado et quod plus valet mera pura et spontanea voluntate inrevocabiliter» DSMS 1244 apr 16.
[ 84 ] A Firenze le vedove ricevevano la dote, ma non era loro riconosciuta la comunione dei beni, HERLIHY cit., p. 197.
[ 85 ] Sono d'accordo con Sam Cohn che Firenze «was the worst place to have been born a woman, at least in terms of one's power over property», COHN, The cult , cit., p. 286.
[ 86 ] J. KIRSHNER, Li emergenti , cit., p. 87 interpreta le spese maritali per la sposa come investimento di buon auspicio per la futura coppia.
[ 87 ] Statuto 1309, II.179. Sulla tutela a Siena si v. E. S. REIMER, Women cit., pp. 114-117 e M. G. DI RENZO VILLATA, Dottrina, legislazione e prassi documentaria in tema di tutela nell'Italia del Duecento , in Confluence des droits savants et des pratiques juridiques. Actes du colloque de Montpellier, 12-14 décembre 1977 , Milano, Giuffrè 1979, pp. 373-434 (per Siena p. 378) e EAD., Tutela (diritto intermedio) in Enciclopedia del diritto , XLV, pp. 315-346; per l'usufrutto vedovile si rimanda a G. ROSSI, “Duplex est usufructus”. Ricerche sulla natura dell'usufrutto nel diritto comune. II: Da Baldo agli inizi dell'Umanesimo giuridico , Padova, Cedam 1996 (Dipartimento di scienze giuridiche, Università di Trento 23).
[ 88 ] Imiglia chiede di essere affiancata da due notai per il disbrigo del compito, DSF 1294[5] feb 8.
[ 89 ] N. TAMASSIA, Il testamento del marito , Bologna 1905, pp. 63-75.
[ 90 ] Non mi sento di concordare, almeno per il periodo che ci interessa, con l'idea che le donne siano solo ospiti passeggere delle case (sia paterne che maritali) come invece sostiene per Firenze C. KLAPISCH-ZUBER, La «madre crudele». Maternità, vedovanza e dote nella Firenze dei secoli XIV e XV , in EAD., La famiglia cit., pp. 285-303; che alle donne fossero concesse ampie possibilità di amministrazione economica è ricordato anche da A. GROPPI nell'Introduzione al volume Il lavoro delle donne , a cura di A. Groppi, Roma-Bari, Laterza 1996, p. XI.
[ 91 ] DAG 1322 apr. 10.
[ 92 ] DSMS 1299[1300] gen 22.
[ 93 ] «ipsa domina Beccha uxor mea ipsos quingentos florenos de auro […] mihi restituerit et dederit et ego eos postea mutuaverim seu crediderim comuni Senarum […] eidem domine Becche uxori mee iudico et relinquo ipsos quingentos florenos de auro quos dictum comune Senarum […] mihi reddere et solvere tenetur», DAG 1313 lug 5.
[ 94 ] ASF, Ricci, 1313 ott 2.
[ 95 ] In particolare gli anelli erano considerati espressione della ricchezza maschile poiché riflettevano la posizione sociale ed economica del marito, T. IZBICKI, ‘Ista questio est antiqua'. Two consilia on widows' rights , «Bulletin of medieval canon law» 8 (1978), pp. 47-50.
[ 96 ] Ardingherius lascia alla moglie «totum arredum et pannamentum ad eius usum destinatum et lectum cum apparatibus suis omnibus et tenda in quo simul iacere consuevimus et omnes pannos et centuras argenteas et anulos quos ipsa habes et omnes ligaturas pro capite suo et spetialiter pennellum [sic] sive pelles varias quas ipsa habet et indumentum sive pannum de scarlatto pro quo miseram in Françiam…» oltre agli alimenti, alla casa e «cuncta sibi necessaria», DAG 1232 apr 2.
[ 97 ] «Galianam filiam meam mihi heredem instituo et esse volo», ibidem. Non è dunque vero che le figlie non fossero quasi mai eredi dei padri, come sostiene LUMIA-OSTINELLI, p. 37 citando RIEMER, Women , pp. 34-35 che però fa uno specifico riferimento alla preferenza maschile – teorica - accordata nel caso dei postumi; dati alla mano anche COHN, The cult , cit., p. 197 dimostra che le ipotesi della Riemer non sono valide, si v. E. RIEMER, Women, dowries and capital investment in thirteenth-century Siena , in The marriage bargain: women and dowries in European history , ed. M. A. Kaplan, New York, The Institute for research in history and The Haworth press 1985, p. 72.
[ 98 ] «relinquo dicte domine Agnole […] ultra predicta de bonis meis centum lib. den. quas teneor et promisi domino Bandino olim patris ipsius quas habet et habere debeat pro satisfactione ipsius debiti […] pro conpessatione relicti similis quantitatis quam domina Fiore mater […] reliquerat domine Agnole supradicte […] do et lego eidem uxori mee cameram meam et omnia paramenta mea et sua lanea et linea et lectos et conperta omnia super letilia mea et maxaritias meas tam in civitate quam in comitatu Senarum existentia», DAG 1331 giu 17.
[ 99 ] «restituere debere et teneri domine Iohanne […] ultra dotes suas tria milia lib. den. quas habui et recepi pro ea […] ex pretio cuiusdam domus posite Senis […] et etiam ex fructibus per me habitis et perceptis de quadam possessione ipsius uxoris mee […] que domus et possessio eidem uxori mee remanserunt ex hereditate dicti condam Gratiani patris sui […] relinquo dictam dominam Iohannam uxorem meam fideicommissariam meam […] dans et concedens dicte uxori […] plenam licentiam et liberam potestatem [quoad] bona et de bonis meis [dictis] apprehendi, vendendi, obligandi, tenendi et possidendi…», ASF, Ricci, 1334 nov 24.
[ 100 ] DAG 1348 giu 4 trascritto in Particolari famiglie senesi b. 29 .
[ 101 ] «relinquo domine Bindelle uxori mee si contingat eam velle transire ad donationes nuptiae ultra dotes suas et antifatium, omnes gioias suas et cameram meam; et si contingat eam velle stare et vivere honestam et castam et vitam vidualem ducere et cum filiis suis et meis stare, relinquo ei ad usumfructum toto tempore vite ipsius domine Bindelle unum ex poderibus meis de Vignone et unum par bobum quod sibi magis placuerit ultra predictas gioias et cameram meam et quod sit usufructuaria et domina bonorum meorum toto tempore vite sue sicut ego sum ac essem si viverem; quando vero [si contingat eam] velle ingredi monasterium relinquo sibi ultra et supra illas gioias, cameram, dotes et antifatium et usumfructum dictum podere [rectius dicti poderis] de quo supra fit mentio» DSMS 1348 lug 8.
[ 102 ] DR 1246 nov 17.
[ 103 ] Berlino, StaatsBibliothek Preussicher Kulturbesitz zu Berlin, Dipl. Santa Maria del Carmine, 1391 giu 12.
[ 104 ] L' Indice delle pergamene provenienti da fondi diversi relative alla famiglia Piccolomini di Siena (1206 - 1400) a cura di Roberta Mucciarelli è consultabile in rete al sito www.storia.unisi.it/pagine/strumenti/piccolomini/home.htm.
[ 105 ] DSMS 1288 nov 17.
[ 106 ] DAG 1359[60] mar 14.
[ 107 ] «Nos Divitia et Burnetta [sic] quondam Burnacci pro nobis et nomine Grime sororis nostre de consilio consensu et auctoritate Filippi Alberti et Martini Tebalducci et Guillie matris nostre, presentium propinquorum et parentum nostrorum ad hoc sine malitia vocatorum et ego ipsa Guillia […] in solidum pretio xxii d. sen. quod nobis solutum esse confitemus […] quia eos habere debebas pro dotibus Berte sororis nostre uxoris tue iure dominii et proprietatis et possessionis […] insolutum dantes tibi Biencivenni [sic] Albertini .v. petias terrarum positarum in Certano […] renuntiantes exceptioni non facte venditionis non numerati et non habiti pretii et privilegio fori, beneficio novarum constitutionum et epistole divi Adriani et omni et senatusconsulto Velleiano et omni iuris et legum auxilio et tactis evangelis iuramus nos Burnetta et Divitiel [sic] dicta omnia et singula ut dictum est observare et firma tenere…», DAG 1232 ott 30.
[ 108 ] Per la dottrina canonistica (a differenza di quella civilistica) uomo e donna avevano gli stessi diritti e gli stessi doveri sul piano sessuale, e teoricamente non c'era inferiorità femminile sessuale all'interno del matrimonio, J. BRUNDAGE, Sexual equality in medieval canon law in ID., Sex , cit.
[ 109 ] A Genova in caso di secondo matrimonio della madre erano i parenti materni che si prendevano cura degli orfani, EPSTEIN, Wills , cit., p. 116.
[ 110 ] Abbiamo visto più in alto che questa era la paura di Bartolomeo di Ildebandino Vincenti, che i figli perdessero utilitas e bona materni.
[ 111 ] «Anco lasso a monna Rabe moglie di Giovanni di Naddino mia suoro C. fior; ancho lasso a monna Vanna moglie di Mociatto d'Azolino C fior.», DAG 1348 giu 4 trascritto in Particolari famiglie senesi busta 29.
[ 112 ] RIEMER, Women , cit., pp. 49-50.
[ 113 ] A Pisa le mogli lasciavano la cifra standard di 15 lire, S. K. COHN jr., The cult , cit., p. 287.
[ 114 ] EPSTEIN, Wills , cit., p. 109.
[ 115 ] S. K. COHN, Death and property in Siena, 1205-1800. Strategies for the afterlife, Baltimore and London , The Johns Hopkins University press 1988, p. 28 indica che prima del 1376 solo sette testatori hanno lasciato qualcosa per dotare fanciulle povere, mentre a partire dal Quattrocento questa diventa la principale forma di carità sociale, eclissando qualsiasi altro tipo di donazione ai poveri e The cult , cit., p. 17.
[ 116 ] DT 1295 mag 20.
[ 117 ] DSMS 1299 ott 11 «Reliquas vero tres partes dotium mearum dictarum, que tres partes dotium sunt XIc et XXV lib. sen., iudico et relinquo et dominabus Turchiuzze, Nesi, Ciocie et Binde filiabus meis pro equibus partis […] de predictis […] sint et debeant esse contente, et quod nichil plus petant».
[ 118 ] «a nobili muliere domina Turchiaza filia quondam domini Ranerii Turchi de Piccolominibus de Senis et Contese Riccomanni sua sponte et ex certa scientia dante et assignante et tradente suo nomine […] pro anima dicte domine Contesse et domini Ranerii viri sui […] iuxta formam et tenorem testamenti et ultime voluntatis dicte domine Contesse …», DB 1310[1] gen 31.
[ 119 ] DSMS 1328 set 5.
[ 120 ] Rabe specifica «relinquo Fie Larini de Talomeis vigintiquinque sol. den.; item lego et relinquo Katerine de Salicotto .XX. sol. den.; […] lego Cecchine .XX. sol. den.; […] lego Bici XX sol. den.; […] item domine Chesi XX sol.; […] item […] relinquo Angele qui moratur in hospitali apud locum fratrum minorum de Senis tres sol. den. sen.; […] item Greghe famule mee XX sol. den.; […] item domine Iacobe de Solicotto et Francische mantellate eius filie XX sol.; […] Fie olim Batini centum quinquaginta sol. den.; […] domine Decche sorori mee cultram de burdo meam et madiam et cassonem […]; item domine Gieme lego .iiii. lib. den.; […] domine Bilie ser Cecchi .iiii. sol.; […] relinquo sorori Gerolame domini Giorgii octo sol. den.. Residium [autem] dicte summe Vc lib. den. lego, iudico et relinquo domine Decche sorori mee relicte Larini. Et ad predicta iudicia et legata exequenda et executioni mandanda dominam Deccham relictam Larini et Nerium Righi Ranerii facio meos fideicommissarios et executores», ASF, Ricci, 1348 mag 11 (copia fatta 1356 dic 7).
[ 121 ] «item tribus filiabus domini Scotie […] filie domini Niccolai de Malavoltis sorori monasterii Sancte Petronelle […] filie olim Iacobi Renaldi […] filie domini Niccolai de Malavoltis sorori proxime dicti monasterii [Sancti Prosperi] […] sorori Margarite domine Ma[…]he […] sorori Margarite filie Van[n]is Ristori […] Mite filie olim Renaldi Boninsegne Alexi…», DSMS 1304 apr 2.
[ 122 ] «solum quod ultra legata in ipso testamento contenta vellem quod domina Nuta uxor Ture farsettarii populi sancti Mauritii haberet de bonis meis decem lib. den. sen.», DAG 1321 dic 13. Nel testamento precedente Nese aveva lasciato alla sorella Ciocia un legato di 20 soldi, a Francesca di Salimbene le sue masserizie della casa di città e di quella nel podere e aveva nominato esecutrice testamentaria la badessa delle Mantellate se il rettore della Casa della Misericordia non avesse accettato l'incarico, DAG 1325 giu 7. Il testamento era stato redatto dal notaio Petrus Mei Alberti.
[ 123 ] «Cognia olim Mei Incontri Lencii […] cognoscens hereditatem et bona hereditaria que remanserunt in hereditate domine Niccholuccie olim dicti Mei sororis sue et condam uxoris Petri Nee de Picholominibus defunte intestate …», DB 1348 nov 3 e ENGLISH, Five , cit., p. 484.
[ 124 ] «volens de bonis et dotibus meis disponere […] pro salute anime patris et viri quondam mei […] et restitutione de male ablatis et acquisitis ab eis…», DAG 1278 lug 12.
[ 125 ] «de summa dotium mearum que fuerunt noningente lib. den. […] relinquo ducentas quinquaginta lib. den. […] de [bonis pro] usuris et illicitis aquisitis olim a dicto patre meo», DAG 1312 apr 17.
[ 126 ] «Et si contigeret seu apparat aliquo modo vel iure me debere restituere aliquid pro usuris olim extortis a dicto Talomeo quondam patri meo, iudico et relinquo […] ducentas lib. den. sen. de bonis meis quas volo et iudico dari et solvi […] pro restitutione ipsarum usurarum», DAG 1286 apr 9.
[ 127 ] Concorda con questa ipotesi M. PELLEGRINI, Attorno all'«economia della salvezza». Note su restituzione d'usura, pratica pastorale ed esercizio della carità in una vicenda senese del primo Duecento , di prossima pubblicazione in «Cristianesimo nella storia», che suggerisce come giustificazione della pratica la tutela degli elementi più deboli della compagine familiare.
[ 128 ] I testamenti fiorentini della seconda metà del Trecento sono studiati da C. BONANNO-M. BONANNO-L. PELLEGRINI, I legati «pro anima» ed il problema della salvezza nei testamenti fiorentini della seconda metà del Trecento , «Ricerche storiche» XV (1985), pp. 183-220.
[ 129 ] Si tratta del resoconto della gestione familiare di Mattasalà di Spinello Lambertini e della madre Moscada, vedova, compilato nel 1233; l'edizione, alquanto scorretta, è stata curata da G. MILANESI, Ricordi di una famiglia senese del secolo decimoterzo , «Archivio Storico Italiano», app. V (1847), pp. 3-76.
[ 130 ] J. KIRSHNER, Pursuing honor while avoiding sin. The Monte delle doti of Florence , Milano, Giuffrè 1978 (Quaderni di Studi Senesi 41).
[ 131 ] Statuto 1309, V.193 «De la pena di chi pilliasse moglie, se donarà a parenti de la mollie sue»; V.196 De la pena di chi donasse a le femine maritate «Anco statuimo et ordiniamo che neuna persona, maschio overo femina, possa overo debia dare overo donare per sé overo per altra persona, palesemente overo niscostamente a la femina maritata overo ad alcuno per lei, overo mandare overo portare a la casa del suo marito overo ad altro suo luogo overo ad altra persona per lei inançiché ella si meni overo poscia, alcuna cassa overo goffano, dono overo presente overo gioie overo pecunie overo altre cose; et chi contrafarà sia punito al Comune di Siena in XXV libre di denari senesi, per ciascuna volta, et chi ricevarà overo ricevere farà, in simile pena sia punito […]».
[ 132 ] Statuto 1309 V.194 «De la pena che si die tollere a le femine per alcuno dono» Et non lassi la podestà alcune femine da la parte del marito portare alcune donamenta a la femina maritata, secondo che usare si soleva, ançi che si meni a la casa del marito overo poscia; et se contrafarà tolla la podestà a.llui, per ciascuna volta, XL soldi di denari, de la quale pena la metià abia l'acusatore et l'altra parte che rimane abia el comune. Et questo capitolo si faccia legere per le chiese, quando si legano li altri bandi; et quello medesimo per tutto s'oservi et luogo abia in tutti li parenti et amici da la parte del marito»
[ 133 ] Statuto 1309 V.195 «Di quel medesmo» Et la femina la quale si marita non possia né debia alcune donamenta portare overo dare overo fare sença fraude ad alcuno de la casa a la quale menata sarà, excetto el marito; et chi contrafarà, tolla a.llui la podestà la pena sopradetta».
[ 134 ] C. KLAPISH-ZUBER, Il complesso , in EAD. La famiglia , cit., specialmente le pp. 185-191.
[ 135 ] Il rubricario dello statuto inedito è in D. CIAMPOLI, Il Capitano del Popolo a Siena nel primo Trecento. Con il rubricario dello statuto del Comune di Siena del 1337 , Siena, Consorzio universitario della Toscana meridionale 1984 (Documenti di storia 1), pp. 61-121.
[ 136 ] Statuto 1337 II.[135] «Donationes vero facte uxori a marito vel propinquis seu consanguineis mariti ante quam eam duceret peti non possint, salva donatione propter nuptias…». Per Firenze si veda KLAPISCH-ZUBER, Il complesso , cit., soprattutto pp. 160-167 e 187.
[ 137 ] Sottolinea la migliore possibilità di indagare le attività economiche delle donne di queste classi, per la maggiore quantità di documenti, G. PICCINNI, Le donne nella vita economica, sociale e politica dell'Italia medievale , in Il lavoro , cit., p. 21.
[ 138 ] Sullo iato tra “l'esserci delle donne e il valere delle donne” ritorna A. GROPPI nella Introduzione , cit., p. XIV.
[ 139 ] Si vedano le considerazioni di G. PICCINNI, Le donne , cit., p. 25.
[ 140 ] Su richiesta di Niccolaccio di Caterino Petroni gli ufficiali della Curia del placito nominano tutore di Petrone e Agabito - orfani di Petrone di Caterino - Filippo di Gano Piccolomini, considerate le qualità di Filippo nonché la parentela per parte di madre che lo lega ai due pupilli,«habita diligenti informatione per ipsos iudex et sapientes de condictione et vita propinquorum dictorum pupillorum et comparato et habito per eosdem quod vir nobilis et discretus Philippus quondam Gani de Picholominibus de Senis populi sancti Martini est persona ydonea et diligens et est dictorum licet ex latere matris consanguineus pupillorum […] ad petitionem et instantiam Nicholaccii Chaterini de Petronibus predicti cii carnalis paterni dictorum pupillorum ac nominantis dictum Philippum pro bono ydoneo habili et legali magis quam aliquis alius ex coniunctis et consanguineis dictorum pupillorum […] constituerunt et decreverunt dictum Philippum […] tutorem» DAG 1374[5] gen 26.
[ 141 ] In L. FABBRI, Alleanza , cit., p. 66.